
(di Simona Ravizza – corriere.it) – A parità di reddito, la regola dovrebbe essere una sola: stesse tasse per tutti. È il principio-base di qualsiasi sistema fiscale equo, dove ognuno paga in base alla propria capacità contributiva per finanziare i servizi alla collettività.
Il principio di equità e la sua distorsione
In Italia, però, a parità di reddito si possono pagare tasse diverse. È una distorsione sempre più grave del sistema fiscale, che gli esperti definiscono, in gergo, un vulnus (qui pag. 14).
Non a caso, uno degli obiettivi dichiarati della riforma fiscale promossa dal governo Meloni era garantire lo stesso carico fiscale Irpef a parità di reddito, indipendentemente dal soggetto che lo produce. È il cosiddetto principio di «equità orizzontale». La sua centralità veniva ribadita nella legge delega stessa per la riforma del sistema fiscale dell’agosto 2023 che si poneva tra gli obiettivi «la progressiva applicazione (…) del medesimo carico impositivo nell’ambito dell’Irpef, indipendentemente dalla natura del reddito prodotto, con priorità per l’equiparazione tra i redditi di lavoro dipendente e i redditi di pensione» (legge 9 agosto 2023, n. 111, art. 5, comma 2.1 qui).
Dove il meccanismo si inceppa
A oltre due anni di distanza le differenze di imposizione a parità di reddito non si sono ridotte ma semmai aggravate: «Con il nuovo assetto dell’Irpef è sensibilmente aumentata – scrive l’Ufficio parlamentare di bilancio a dicembre 2024 (qui da pag. 81) – la discriminazione tra tipologie di percettori di reddito». Vediamo allora perché, a parità di reddito, si pagano tasse diverse e dove si inceppa il meccanismo dell’equità.
Lavoratori dipendenti e pensionati
Sotto i 28 mila euro di reddito imponibile si contano all’incirca 30 milioni di contribuenti. Su quei 28.000 euro si applica per legge l’Irpef al 23% (articolo 11 del Tuir qui). Pertanto dipendenti e pensionati partono entrambi da un’imposta lorda pari a 6.440 euro. Da qui in avanti il trattamento fiscale si differenzia. Tutti i conti sono fatti a partire dalla tabella 4.5 dell’Ufficio parlamentare di bilancio (qui pag. 82).
Cominciamo con il lavoratore dipendente: il suo beneficio in detrazioni è complessivamente di 2.975 euro. L’Irpef netta da pagare è dunque di 3.465 euro (12%). Il reddito netto 24.535.
Il pensionato invece ha una detrazione di 750 euro (Tuir, art. 13, comma 3 e 3 bis qui). L’Irpef netta pagata è 5.690 euro (20%).Il reddito netto 22.310.
La differenza tra il reddito netto di un lavoratore dipendente e di un pensionato è dunque di 2.225 euro all’anno, a parità di imponibile. In pratica quando il lavoratore va in pensione perde tutti i benefici fiscali accumulati nel tempo, che si traducono in una decurtazione dell’8% (qui pag. 81).
La catena di responsabilità
Questo avviene perché dal 2014 si sono susseguiti interventi legislativi che hanno introdotto agevolazioni fiscali per il lavoro dipendente. Li ricostruiamo uno ad uno affinchè si sappia chi ha fatto cosa perché, a furia di modifiche, diventa sempre più complicato ricostruire la catena di responsabilità.
Bonus Renzi da 80 euro al mese per i redditi medio-bassi, D.L. 24 aprile 2014, n. 66, art. 1.
Trattamento integrativo da 100 euro al mese che sostituisce gli 80 e arriva fino a 28 mila euro contro i 26 mila precedenti, governo Conte II, D.L. 5 febbraio 2020, N. 3 art. 1 e 2.
Riforma Irpef 2022 che tra i 15 e i 28 mila euro prevede che il trattamento integrativo sia assorbito in un nuovo sistema di detrazioni, e la detrazione base sale a 3.100 euro, governo Draghi, L. 30 dicembre 2021, n. 234 art. 1, commi 2 e 3 e comma 121 e qui la formula del calcolo matematico.
Decontribuzione 2024 che taglia i contributi di 6-7 punti percentuali a seconda del reddito, governo Meloni, L. 29 dicembre 2023, n. 213, art. 1, commi 15–17;
Bonus Meloni 2025 che sostituisce il taglio ai contributi e per i redditi tra 20 e 32 mila euro prevede una detrazione di 1.000, L. 30 dicembre 2024, n. 207, art. 1, commi 6.
Siccome i principali interventi legislativi sono concentrati sui redditi medio-bassi, lo scarto tra lavoratore dipendente e pensionato dopo i 30 mila euro comincia a ridursi, fino ad annullarsi intorno ai 50 mila euro, quando le detrazioni specifiche vengono meno e il sistema torna a un’imposizione uniforme.
Cosa succede se i redditi sono due
C’è poi l’enorme disparità di trattamento tra nuclei familiari con due percettori di reddito e nuclei monoreddito, a parità di reddito complessivo. Una distorsione che non emerge nel dibattito pubblico, ma che secondo gli esperti sta lì, pronta a scoppiare.
Se lavorano entrambi portando a casa 28.000 euro ciascuno:
Irpef totale: 6.930 euro.
Reddito netto familiare: 49.070 euro.
Se i 56 mila euro li porta a casa solo il marito o solo la moglie:
oltre i 50.000 euro scatta l’aliquota del 43%, l’aliquota media è del 29%.
Irpef totale: 16.280 euro
Reddito netto familiare: 39.720 euro
La differenza è di 9.350 euro a parità di reddito complessivo.
Che cosa ci dicono questi esempi
Le leggi approvate soprattutto a partire dal 2020 hanno creato, a parità di reddito, importanti differenze nel carico fiscale tra le diverse categorie di contribuenti. Così oggi ci ritroviamo a pagare tasse diverse non in base a quanto guadagniamo, ma per l’insieme di agevolazioni fiscali che si sono accumulate nel tempo senza un disegno complessivo. È l’esatto contrario del principio di «equità orizzontale», che era uno degli obiettivi principali della riforma del sistema fiscale.
I motivi che hanno spinto i vari governi a introdurre bonus e sconti fiscali sono, in origine, condivisibili: sostenere il potere d’acquisto dei salari in un momento di forte inflazione (più 17,2% tra il 2019 e il 2023, fino al più 20,6% complessivo del 2025, qui il Dataroom del 28 ottobre 2025).
Questi aiuti fiscali non sono stati estesi ai pensionati perché già tutelati dal meccanismo di perequazione automatica delle pensioni, ossia la rivalutazione dell’importo pensionistico legata al costo della vita.
Eppure esisterebbe lo strumento giusto per tutelare anche il potere d’acquisto degli stipendi dei lavoratori dipendenti: i salari si dovrebbero adeguare con aumenti proporzionali al costo della vita attraverso il rinnovo dei contratti collettivi (ogni 3 anni nel settore pubblico, ogni 3-4 anni nel privato).
Invece, sono stati spostati sul Fisco problemi che dovrebbero essere risolti ai tavoli sindacali, con il risultato di alterare i principi di equità su cui dovrebbe basarsi la tassazione.
Nell’audizione preliminare all’esame della manovra economica per il triennio 2026-28 il vice capo del dipartimento Economia e Statistica della Banca d’Italia, Fabrizio Balassone, lo dice chiaramente: «È improprio assegnare al bilancio pubblico il compito di recuperare il potere d’acquisto perduto dai lavoratori, soprattutto quando la redditività delle imprese può consentire che questo avvenga attraverso la contrattazione. In prospettiva, la crescita dei salari reali non può che essere sostenuta da un sistema di relazioni industriali ben funzionante e da un rilancio della produttività del lavoro» (qui pag. 9).
In sintesi: il Fisco è stato usato per correggere i salari dei lavoratori dipendenti che non crescono abbastanza. Il risultato è un sistema fiscale che oggi produce disuguaglianze. Scrive l’Upb: «L’analisi delle differenze nel carico fiscale tra le diverse categorie di contribuenti evidenzia disparità sostanziali difficilmente giustificabili in base ai principi di equità orizzontale» (qui pag. 82).
dataroom@corriere.it
Articolo ben fatto, ben spiegato; ha la pecca di essere ristretto nel suo perimetro.
L’equità orizzontale è ben spiegata riguardo l’IRPEF, ma si dimentica di citare un caso di mala tassazione: il regime forfettario applicato a molte partite IVA fino a 85.000 euro di ricavi.
Il principio di equità orizzontale significa: a parità di reddito, stesso carico fiscale, indipendentemente dalla fonte del reddito.
Ma il regime forfettario applica un’imposta sostitutiva del 15% (o 5%), non usa le aliquote progressive Irpef , prevede un sistema di calcolo forfettario del reddito imponibile e non applica addizionali regionali e comunali ( Salvini sa come comprarsi i voti).
Altro aspetto discutibile riguarda la differenza tra mono e bi-reddito a parità di imponibile; che l’articolo vede come una distorsione.
E’ indubbio che. sul piano esclusivamente finanziario, la distorsione esista; tuttavia in Italia l’Irpef è personale e individuale, non familiare.
È una scelta di principio, che ha radici storiche, che da maggiore autonomia fiscale alla persona e non al nucleo familiare.
Serviva come segnale politico volto a dimostrare il superamento del sistema “patriarcale”; ed è un incentivo volto a promuovere l’ingresso delle donne (dell’altro coniuge) nel mercato del lavoro.
Un sistema familiare puro (come lo “splitting” tedesco) riduce la differenza tra mono e bi-reddito, ma tende a favorire le famiglie monoreddito ad alto reddito e può disincentivare il lavoro del secondo coniuge.
Ed in ogni caso, in Italia si tiene conto di questo aspetto, non si ignora del tutto la dimensione familiare, ma la considerazione avviene fuori dal sistema Irpef: con l’ISEE.
Si tratta di un correttivo che opera nell’ambito delle prestazioni sociali e nei servizi pubblici.
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