Il tg di Rai News aperto con il festival di Pomezia al posto del voto in Francia. L’ultimo caso della telecronaca alle Olimpiadi, le proteste dei giornalisti

(di Fabrizio Roncone – corriere.it) – Paolo Petrecca è, ormai, una leggenda del giornalismo. Ma di quel giornalismo lì. Gli aggettivi sono inutili. Quanto alla sua telecronaca dell’altro giorno, una delle dirette più nere (in tutti i sensi) trasmesse dalla Rai: non ha senso tornarci. È già stata ben sezionata tra lo sgomento per la totale improvvisazione (argomenti ed eloquio da bar della stazione) e certi errori blu (come si fa a confondere la presidente del Cio, Kirsty Coventry, con Laura Mattarella, figlia del capo dello Stato?). Il punto è un altro: cercare di capire meglio chi è e chi non è, questo Petrecca, e come e perché — fregandosene dell’idea di servizio pubblico, quindi pure del canone, cioè dei nostri soldi — si sia sentito autorizzato a mettersi davanti a un microfono per un racconto sportivo e istituzionale tanto solenne come l’apertura dei Giochi olimpici invernali, portandosi addosso modestia assoluta e disdegno, arroganza e presunzione (indizio: «Ho le spalle coperte, io. Non possono farmi niente», ripeteva — con espressione facciale tronfia — nei corridoi di Saxa Rubra).
Questa storia ha una prima scena: con Petrecca che, in un pomeriggio di pioggia e vento, gli occhialini appannati, entra nella redazione di Rai News 24. Poche ore prima (18 novembre 2021), il cda della Rai, su proposta dell’amministratore delegato Carlo Fuortes, lo ha nominato direttore (siccome l’importante canale delle all news non bastava, ci hanno messo sopra pure la guida di Televideo). Il suo nome è stato indicato da Fratelli d’Italia.
Sono l’unico partito d’opposizione, ma a Viale Mazzini le regole della lottizzazione (non scritte) restano chiare: anche chi non è al governo ha diritto a prendersi una rete, o un tigì. I Fratelli indicano Petrecca o perché lo stimano (vabbé), o perché non hanno di meglio (lui assicura d’essere missino, sebbene non risulti abbia frequentato la leggendaria sezione di Colle Oppio, dove sono cresciute le sorelle Meloni: che però gli credono e, in qualche modo, se lo fanno piacere).
Siccome in Rai, spesso, la riconoscenza è tutto, Petrecca decide di partire nel modo giusto: nel senso che parte e va subito a Civitavecchia, a presentare il libro biografico della futura premier, Io sono Giorgia. Poi torna. E s’insedia: «Faremo un grande telegiornale!».
Qualcosa s’intuisce la sera delle elezioni francesi, quando tutti i tigì del pianeta seguono in diretta l’evento. Non a Rai – News 24. Dove, invece, aprono il notiziario con il Festival delle città identitarie, che è in svolgimento a Pomezia (giuro, ho controllato bene). Stupore. Corrono al coordinamento. C’è un errore nella scaletta dei servizi? No. Cercate il direttore. Ma il direttore non si trova. Dov’è? Eccolo lì, seduto in prima fila, sotto il palco di Pomezia. Ma no? Ma sì. E volete sapere perché? Perché, sul palco, si esibisce la sua promessa sposa, Alma Manera, cantante.
Fin qui, diciamo che siamo all’uso del servizio pubblico per ragioni di amore privato. Poi, però, Petrecca inizia a fare seriamente il suo lavoro. Così, quella volta che il ministro Francesco Lollobrigida fa fermare un Frecciarossa in corsa per scendere alla fermata di suo gradimento (atto che trascina nella mitologia l’ex compagno di Arianna Meloni), la notizia viene omessa. Non nascosta: omessa. Primo intervento del cdr: «Direttore, abbiamo il dovere di farci un servizio». Lui accetta malvolentieri la richiesta.
Ma quando esce il clamoroso fuorionda di Andrea Giambruno che fa il galletto con una collega, dicendo cose che è meglio non dire se stai con la presidente del Consiglio, Petrecca ci ricasca. E niente: pure stavolta deve intervenire il sindacato. Molti giornalisti (non tutti: qualcuno con la lingua strusciante c’è sempre) sono mortificati.
Il clima viene descritto da una firma del politico, Enrica Agostini: «Mai subite tante censure come in questo periodo». Lui, il direttore, sbuffa. Che noia queste croniste tutte d’un pezzo. Così, per far capire chi comanda, va ad Atreju. Poi manda in diretta ogni comizio della Meloni. Quindi, francamente, si supera: e, durante il caso Cospito, falsifica un titolo. Annunciando, a caratteri cubitali, «l’assoluzione» del sottosegretario Andrea Delmastro, mentre si trattava solo della richiesta del pm. Petrecca viene sfiduciato dalla redazione: l’83% dei giornalisti è contro di lui.
Troppo. A Palazzo Chigi, perciò, decidono di promuoverlo. Che gli facciamo fare al nostro Paolone? Diamogli la direzione di RaiSport (dove, intanto, era andato in pensione uno storico gentiluomo del giornalismo Rai come Jacopo Volpi). Petrecca arriva, nomina sei vicedirettori tutti di area governativa (tra cui Riccardo Pescante, che — per l’anniversario della nascita del Msi — pubblica un romantico post: «Le radici profonde non gelano») e si becca altre due sfiducie: tre in tre mesi, più uno stato d’agitazione, più un pacchetto con tre giorni di sciopero.
È chiaro che, a questo punto, sarebbe dovuto intervenire l’ufficio studi di via della Scrofa, coordinato dal deputato Francesco Filini, il quale — a sua volta — prende ordini dal potente sottosegretario Giovanbattista Fazzolari: è infatti in quelle stanze che vengono confezionati i dossier per i parlamentari, e dove gli eventi del Paese vengono passati al setaccio per poi essere gestiti, e indirizzati, sotto l’aspetto mediatico. Ma né Filini né Fazzolari realizzano che al loro Paolone stanno, di fatto, affidando la complessa gestione televisiva dell’Olimpiade invernale.
Poi, certo: lui ha scapocciato e s’è addirittura messo davanti a quel microfono (Pucci, almeno, non se l’è sentita e, alla fine, ha rinunciato).
E poi dicono che nei fardelli di talia non ci sono paglia… ops… pardon comici.
"Mi piace"Piace a 1 persona