Tre milioni e mezzo di file, duemila video, centottantamila immagini: e la trasparenza che diventa nebbia

(Giuseppe Gagliano – lafionda.org) – Se vi aspettavate che il “rilascio” degli Epstein Files producesse una cosa semplice, tipo la verità in formato pdf con indice, responsabili e firme in calce, vi conviene sedervi. Qui la trasparenza non è un faro: è un diluvio. E il diluvio, quando arriva addosso con milioni di documenti, non chiarisce: lava via. Si chiama tecnica dell’idrante. Ti inondano, tu ansimi, ti perdi nei rivoli, e alla fine ti resta solo un’impressione: che “tanto sono tutti uguali”, che “non cambia niente”, che “ricchi porci che fanno porcate”. Esattamente l’unica conclusione che salva chi deve essere salvato.
Il punto di partenza è il solito, e infatti non scandalizza più nessuno: ville, isole private, ragazzi e ragazze reclutati come carne fresca, minorenni trattate da merce, un giro di “selezione” e “trasporto” che non nasce per caso. Il punto vero è che questa storia, se la riduci a scandalo sessuale, la rendi innocua. È come descrivere una rapina parlando solo del cappello del rapinatore. Epstein non è stato soltanto un abusatore. È stato un dispositivo. Un centro di raccolta. Un archivio vivente. Una macchina che trasforma il vizio dei potenti in leva politica, finanziaria, geopolitica.
La premessa che fa saltare il banco: non è cronaca nera, è potere
Il racconto classico dice: un mostro, un’isola, un giro di abusi. Vero, ma incompleto. L’isola e le ville, in questo quadro, non sono soltanto il teatro dell’orrore: sono un set. E un set serve a produrre materiale. Il materiale non è un dettaglio: è l’oggetto. Le ragazze sono esche, le stanze sono scenografie, i camerini sono trappole, i voli sono corridoi, le agende sono mappe, le mail sono ricevute. Il sesso, qui, è il carburante più efficace perché è universale, vergognoso e ricattabile. E il ricatto, spesso, non serve nemmeno esercitarlo: basta suggerirlo.
È la logica del compromesso per paura, il compromesso per sopravvivenza. La vera forza non è “pubblico la foto”: è “so che esiste la foto”. Il potere del sussurro, non quello del megafono. E infatti la ragnatela è fatta così: più ti avvicini al centro, più trovi ombre, e più le prove diventano opache o scompaiono.
La nota “curiosa”: alcuni documenti su Trump sarebbero falsi. Però Trump è ovunque
Dentro questo mare di carte, arriva la premura istituzionale: si ribadisce che alcuni documenti che chiamano in causa Trump sarebbero fake, frasi sensazionalistiche, materiale usato come arma politica contro di lui. Una precisazione ripetuta, non buttata lì per caso. È come quando uno ti dice “non voglio allarmarti”, e poi ti descrive l’incendio.
E qui scatta il paradosso. Anche accettando che una parte sia falsa o manipolata, il nome di Trump resta centrale. Compare in modo ossessivo: citazioni dirette e indirette, riferimenti per famiglia, luoghi, contatti, contesti. Non è un dettaglio “letterario”: è un fatto narrativo-politico. Perché Trump aveva messo il rilascio dei file tra le bandiere della sua retorica. Poi, quando i file diventano realtà e lui diventa personaggio, cambia registro: ridimensiona, minimizza, dice che lo “assolvono”, risponde male ai giornalisti, parla di complotto, minaccia querele. La tipica conversione del paladino della trasparenza in custode della nebbia.
E intanto, per un effetto collaterale perfetto, la valanga produce due tifoserie: chi vede dentro quei file la prova di tutto e il contrario di tutto, e chi si rifugia nel “sono tutte falsità”. In mezzo, ciò che conta scompare: la struttura.
Tutti citati, dunque nessuno responsabile
Dentro il “sistema file” finiscono nomi di ogni tipo: imprenditori, ex leader, politici, star, accademici, mediatori. Vengono citati Musk, Gates, Clinton, Bannon, Putin, e via via altri pezzi di élite. Persino Salvini viene tirato dentro. E qui c’è l’altra magia: quando ci stanno tutti, non ci sta nessuno.
Perché una citazione non è una condanna. Ma una citazione è un marchio. E un marchio, nella società dell’indignazione, vale più della sentenza. Risultato: le persone comuni restano incollate al nome, non al fatto. E il sistema guadagna un doppio vantaggio: sporca tutti e salva i forti. Colpisce chi non ha protezioni, chi non ha media, chi non ha apparati. I superpotenti, invece, hanno tre scudi: avvocati, controllo della narrazione e la vecchia tecnica del rumore.
In più, dentro questa massa, trovi pagine oscurate, blocchi anneriti, immagini non accessibili, interi passaggi resi illeggibili. La sensazione non è “trasparenza”, è “selettività”. Come dire: vi facciamo vedere abbastanza da farvi litigare, non abbastanza da farci male.
Il ragno: Epstein come creatura di confine
Epstein è l’uomo perfetto per stare tra il detto e il non detto, tra l’ufficiale e il sommerso. Ufficialmente è un finanziere con un lifestyle osceno. Ufficiosamente è uno che “sa troppo”. E muore nel 2019, in una cella del Metropolitan Correctional Center di New York, alle 6:30, con un referto ufficiale di suicidio e un’opinione pubblica che, nella migliore delle ipotesi, resta scettica. Non perché tutti siano complottisti, ma perché la storia è costruita per alimentare il dubbio: un uomo così, con una rete così, con un archivio così, finisce morto prima di parlare davvero.
E c’è poi il mistero economico-sociale: da dove viene il salto? Figlio di famiglia modesta, madre casalinga, nessuna laurea, una fase da docente a Manhattan, poi improvvisamente ricchezze “infinite”: appartamenti a Manhattan, villa a Palm Beach, ranch nel New Mexico, isola privata. E in parallelo la rubrica: politici, finanzieri, potenti. Il punto non è fare il romanticismo del self-made man: è capire che qui il self-made non sta in piedi. Epstein non cresce così senza sponsor. E gli sponsor, per definizione, hanno interessi.
I tre pilastri della macchina: Maxwell, Wexner, Brunel
La rete, nel tuo testo, ha tre architetti ricorrenti. E vale la pena scomporli come una struttura, non come personaggi.
Ghislaine Maxwell è il braccio operativo. Non è un’ospite. È la compagna e la facilitatrice. Il suo ruolo nel reclutamento di giovani donne e quindi di vittime è descritto come “arcinoto” e giudiziariamente centrale. È in carcere di massima sicurezza in Texas. E la sua posizione è una cassaforte: sta lì, condannata a una lunga pena, e se parla davvero può cambiare la storia. Ma il tempo gioca contro la verità: se esce nel 2046, i protagonisti politici di oggi saranno pensionati, morti o comunque fuori dal raggio d’urto.
Les Wexner è il grande sponsor. Fondatore di Victoria’s Secret, miliardario, accesso a denaro e immobili. Epstein, nel racconto, gli gestisce proprietà e riceve in cambio un arricchimento che lo porta a possedere una delle residenze più lussuose di Manhattan. Questo passaggio è decisivo: senza una “copertura” di quel livello, Epstein resta marginale. Con una copertura così, diventa intoccabile.
Jean-Luc Brunel è il canale di approvvigionamento umano. Agente di modelle francese, reclutatore, colui che porta donne e quindi vittime. Il mondo delle modelle, delle agenzie, dei casting è un ambiente perfetto per la predazione mascherata da opportunità. Anche qui, la fine è “simmetrica”: arrestato nel 2020, muore in carcere a Parigi per impiccagione, ufficialmente suicidio, con lo stesso alone che circonda Epstein. Due suicidi “perfetti” in storie che perfette non sono mai.
Tre pilastri, un metodo: trovare vulnerabili, offrirgli una porta, trasformarla in gabbia.
Il denominatore Israele: più indizi che prove, ma una pista che ritorna
Nel tuo testo è esplicito: non si parla di certezze, si parla di tracce. Eppure la pista “Israele” ritorna come un refrain, anche perché i personaggi chiave ci si incrociano.
Ghislaine Maxwell è figlia di Robert Maxwell: uomo d’affari, carriera sfolgorante, rifugiato ebreo in Gran Bretagna, finanziatore della nascita di Israele nel conflitto del 1948. Su di lui, il racconto richiama inchieste che lo descrivono come intermediario del Mossad su software e attività con governi. Lui nega. Ma la storia gli resta addosso.
Wexner viene descritto non solo come businessman, ma come cofondatore del Mega Group e finanziatore di organizzazioni pro-Israele capaci di influenzare il dibattito americano. E spunta una connessione con la Southern Air Transport, compagnia cargo utilizzata dalla CIA durante Iran-Contra. Qui il punto non è “colpevole o innocente”: è che le reti d’affari e le reti di sicurezza spesso si sovrappongono.
Brunel ha un legame più “geografico-commerciale”: l’agenzia MC2 con sedi a New York, Miami e Tel Aviv, cresciuta grazie ai finanziamenti di Epstein. Non è prova di intelligence, ma è un asse operativo che torna.
Il risultato è che, nel racconto, Epstein appare come una figura che opera in una tradizione di “trappole al miele” e di compromat: la raccolta di materiale compromettente, non per fare scandalo, ma per fare politica.
Ari Ben-Menashe: l’accusa che sposta Epstein da mostro a strumento
Entra in scena Ari Ben-Menashe, consulente di sicurezza israelo-canadese, ex intelligence israeliana tra anni Settanta e Ottanta. Le sue dichiarazioni sono presentate come controverse, ma hanno una funzione precisa: descrivere Epstein come “strumento” per influenzare e spaventare, non come semplice predatore. Le feste diventano trappole, le donne diventano esche, le ville diventano centrali di raccolta. E in questa versione Epstein sarebbe stato “addestrato” dal suocero, Robert Maxwell, dentro una continuità di metodo.
Anche qui: non è una prova, è un quadro. Ma il quadro è coerente con la logica del sistema. Perché il mondo non è pieno di Epstein “per caso”. È pieno di Epstein perché il ricatto è la moneta più antica e più efficace della politica sporca.
Ehud Barak: la geopolitica nelle mail
Poi ci sono le corrispondenze tra Epstein ed Ehud Barak. Qui il livello sale, perché non parliamo più di mondanità, ma di dossier: Iran, Siria, Russia. Nel tuo testo citi date e contenuti:
31 agosto 2013: conversazioni su Iran, Siria e Russia
Febbraio 2013: registrazione audio, Epstein parla di Palantir e suggerisce l’idea di mettere Barak nel board, cita Peter Thiel e un incontro imminente
Consigli su rapporti con famiglie influenti, link e commenti su trattative nucleari, sull’accordo iraniano, sulle elezioni USA 2016, sul confronto Trump-Hillary
Uso dell’appartamento di Epstein a New York come base operativa per “gestire affari” tra 2016 e 2017
Contatti regolari e fitti, “parlano di tutto”, come se ci fosse un rapporto di fiducia
La parte più tossica qui è l’effetto “salto di qualità”: se Epstein discute di tecnologie, board, relazioni d’affari e geopolitica con un ex premier, non è il finanziere eccentrico. È un intermediario, un facilitatore, uno che apre porte. E chi apre porte, di solito, non lo fa gratis.
Barak, dopo la morte di Epstein, nega di sapere dei crimini. È la formula più comoda: “non sapevo”. Non puoi confutarla facilmente. Ma resta la domanda: perché un ex premier frequenta con tale regolarità un uomo che, già da tempo, era circondato da voci, indagini, sospetti? O sei ingenuo, o sei interessato. E l’ingenuità, a quei livelli, è rara.
Il dossier CHS: la non-verifica che avvelena tutto
Arriviamo al pezzo più delicato: la fonte confidenziale, CHS, non verificata. È il classico documento che non puoi usare come martello giudiziario, ma puoi usare come veleno politico. Dentro, nel tuo racconto, compaiono Alan Dershowitz e la sua influenza, e il collegamento a Jared Kushner, il genero di Trump.
Il dossier spinge oltre: parla di Dershowitz come cooptato dal Mossad, di Epstein come appartenente ai servizi statunitensi e agli alleati israeliani, di raccolta di materiale per passarlo “agli amici”. Poi entra nel campo minato: la tesi che Trump sarebbe “compromesso” e Kushner sarebbe la mente dell’organizzazione, con intrecci addirittura con fondi russi e con un ruolo crescente ai tavoli negoziali su Russia-Ucraina, Israele-Palestina, USA-Iran.
Tu stesso lo dici: frasi anonime non confermate. Però questa è la dinamite perfetta: anche se non regge come prova, regge come narrazione. E nel mondo Epstein, la narrazione è già un’arma. Perché basta associare un nome a Epstein per creare un’ombra che non si stacca.
Il trucco finale: se lo Stato rilascia, è perché non fa più male
Qui si arriva alla tua conclusione più forte, e vale la pena espanderla: se i governi rilasciano una mole così grande e così confusa, forse è perché ciò che davvero poteva far male non fa più male. O perché è stato già neutralizzato. Epstein è morto. Robert Maxwell è morto in circostanze mai digerite. Brunel è morto in cella. Wexner è vivo ma anziano. Maxwell è in carcere e, se mai parlasse, parlerebbe quando i protagonisti saranno fuori scena.
Quindi la bomba mediatica colpisce poco e soprattutto colpisce chi è sacrificabile: chi non ha potere sufficiente per schermarsi, chi non controlla la comunicazione, chi non ha alleati. E al contrario lascia ai superpotenti la possibilità di “cavalcare” il caos, manipolarlo, spostarlo, spegnerlo.
La domanda vera: non “chi c’è”, ma “chi c’è adesso”
E qui, se vogliamo fare i cattivi davvero, la domanda non è neppure più “chi era Epstein”. È: chi fa oggi quel lavoro. Chi gestisce oggi il modello Epstein. Quanti intermediari stanno costruendo archivi compromettenti con metodi nuovi, magari senza isole e senza feste, ma con chat, cloud, video, dati, intelligenza artificiale, riconoscimento facciale, tracciamenti.
Perché il sistema ha imparato una cosa semplice: un Epstein visibile è un problema. Un Epstein invisibile è una risorsa. E se l’impressione finale, dopo milioni di file, è “non si capisce niente”, allora la missione è riuscita.
L’ultima riga, quella che fa male, è questa: la verità, quando arriva, arriva sempre quando non può più colpire chi conta. E chi resta esposto sono sempre loro: le vittime, con i nomi ben leggibili, mentre i carnefici si confondono nella nebbia, protetti dall’eccesso di luce.