
(ANNA FOA – lastampa.it) – Procede a gran velocità il Board of Peace, l’invenzione di Donald Trump, che ne dovrebbe essere presidente a vita, per sostituire il vecchio mondo con uno diverso, basato sul realismo politico, sul rifiuto dei diritti umani e sul potere della ricchezza e della forza.
Una volta definito cosa questo Board vuole proporsi, siamo alla fase di reclutamento. Un reclutamento condizionato dal dover versare, per entrare a farne parete, un miliardo di dollari sull’unghia. Molti i Paesi invitati da Trump a farne parte, dalla Russia all’Ucraina alla Cina.
Decisamente, la prospettiva è mondiale. La vecchia Europa sembra esserne fuori, dalla Francia al Regno Unito alla Germania alla Norvegia alla Slovenia all’Ue (eccetto l’Ungheria di Orban), su motivazioni diverse, che vanno dalla possibile presenza della Russia di Putin alla sostanziale incompatibilità con le Costituzioni dei vari paesi.
È la stessa motivazione addotta dalla premier italiana Meloni, anche se, per convincerla a mutare opinione, è stato proposto che l’Italia possa entrarvi come “osservatore”, un nuovo ruolo introdotto appositamente per facilitare a molti paesi il superamento dell’incompatibilità fra i loro principi costituzionali e il Board: una struttura piramidale, direi imperiale, in cui il presidente a vita Trump possiede i pieni poteri, quindi una struttura del tutto incompatibile con i principi a cui si ispira la democrazia nei paesi in cui ancora sopravvive.
Il Board, ricordiamolo, nasce direttamente in rapporto alla “pace di Trump” in Medio Oriente, dell’ottobre scorso, tanto è vero che ne esiste, oltre al Comitato Esecutivo più ampio, un Comitato Esecutivo per Gaza. Il suo obiettivo è, oltre a quello di dar vita ad una pace stabile fra Israele e i palestinesi, quello di ricostruire la Striscia di Gaza, un lavoro immane e costosissimo. Che cosa ne dovrebbe uscire, alla fine? Forse qualcosa di molto simile a quelle immagini dell’Ai su Gaza, con Trump e Netanyahu sdraiati sulla spiaggia fra i grattacieli, che solo un anno fa ci sembrava uno scherzo, sia pur di cattivo gusto. I palestinesi nel Board ci sono, ma non le loro organizzazioni politiche, bensì un gruppo di tecnocrati. Politicamente, la Turchia ne ha un ruolo dominante.
E Israele? Israele, come lo Stato che ha provocato la distruzione immane che ora si tratterebbe in un certo senso di sanare, ne fa naturalmente parte, ma questo non vuole di per sé indicare che l’esistenza di un simile Board con poteri decisionali così forti sulla questione israelo-palestinese sia per Netanyahu una scelta ovvia e agevole.
Data la composizione del Board, la sua esistenza vuol dire la rinuncia al progetto della grande Israele, dal fiume al mare, priva o quasi di palestinesi, come vorrebbero i ministri più estremisti del suo governo, e anche, con ogni probabilità, la rinuncia all’annessione della Cisgiordania. D’altra parte, il compromesso con il governo israeliano potrebbe funzionare sul fatto che almeno per i prossimi decenni non si parlerebbe più della creazione di uno Stato palestinese e che Trump, non particolarmente attento alla salvaguardia dei diritti umani a casa sua, non li controllerebbe troppo neppure in Israele.
Lo stesso attacco di Netanyahu alla democrazia interna potrebbe esserne facilitato. Una rinuncia, insomma, alla politica seguita finora da Israele in cambio di un ingresso nel novero dei Paesi padroni del mondo. Resta però difficile valutare se l’estrema destra suprematista israeliana accetterebbe tale prospettiva, così poco “ebraica”.
E l’Italia? Il riferimento alla Costituzione italiana è una scusa, da parte di Meloni, per continuare a barcamenarsi tra Trump e l’Europa, o è invece un riferimento all’obsolescenza della nostra Costituzione? Potremmo scambiare l’eredità dei nostri padri costituenti con l’ingresso nel novero dei Paesi più potenti, magari come osservatori se, come si crede, non possediamo quel miliardo di dollari necessario per entrare a farne parte?
Il Vaticano, interpellato da Trump che evidentemente non conosce la frase famosa di Stalin: «Ma quante divisioni ha il Vaticano?», dice di non possedere tutti quei soldi. Ma il card. Pizzaballa ha detto negli scorsi giorni, che il Board of Peace è un’operazione colonialista. Colonialista o imperiale? Forse ambedue.
Restano aperte almeno due domande. La prima è se non vi sia, come scriveva giorni fa su queste pagine Gabriele Segre, un altro progetto mondiale, quello cinese, in concorrenza con questo di Trump, forse non più democratico ma certamente meno precipitoso e brutale.
L’altra è se l’incoronazione imperiale di Trump reggerà ai meccanismi della democrazia degli Stati Uniti, per esempio alle vicine elezioni di Midterm, ammesso che si riesca a realizzarle.