
(Tommaso Merlo) – I governanti rispondono al malcontento con manette e manganelli. Invece di ascoltare, reprimono. Ma dato che non è un problema di ordine pubblico ma di ingiustizia sociale, si rischia l’escalation. Già, mentre i governanti si pavoneggiano eleganti tra macchinoni e saloni liberty, i cittadini si devono piegare a lavoracci anche psicologicamente usuranti, pagati da cani o accontentarsi di misere pensioni lottando tra bollette e sogni infranti. E non hanno nemmeno più una politica che li rappresenti e quindi una speranza di futuro migliore. Una polveriera. Se i politicanti fossero personalità di spessore anche umano ispirati da nobili valori e con una rotta illuminata, la gente voterebbe e resterebbe a casa serena invece di urlare per strada. Ma da decenni siamo in mano a classi dirigenti che passano da una poltrona all’altra senza combinare nulla e senza avere uno straccio di visione di paese se non qualche rigurgito ideologico. Siamo al marketing elettorale al posto dell’analisi, agli influencer al posto degli statisti. Coi risultati che sono sotto agli occhi di tutti. Perennemente inchiodati in fondo a tutte le classifiche europee con paesi in via di sviluppo che ci superano perfino in libertà di stampa. Vittime di problemi talmente cronicizzati da diventare normalità e di viziacci talmente radicati da diventare abitudini. Come la lottizzazione selvaggia e l’impunità di lorsignori, come la meritocrazia solo per i poveri cristi, come le forzature della Costituzione invece di sporcarsi le mani per risolvere i problemi veri, come le mangiatoie olimpiche quando con due gocce frana tutto, come il servilismo lobbistico ed internazionale che ci ha portato alla chicca del riarmo mentre perfino sanità ed istruzione cadono a pezzi. Fatti inconfutabili. E che colpiscono tutti, nessuno escluso. Ed è da qui che bisogna ripartire. Siamo ostaggi di classi dirigenti che invece di ammettere il proprio fallimento storico e farsi da parte, impongono la loro presenza senza rendersi conto di essere il principale problema del paese ed hanno pure il coraggio di prendersela con quei quattro gatti che ancora non si sono arresi. Davvero, l’unica cosa che sorprende è che il malcontento sia così contenuto e la reazione peggiore che può avere la politica, è la repressione, è limitare le libertà democratiche di espressione e di dissenso. Eppure tira una brutta aria e in ogni angolo dell’impero. Vogliono decidere cosa può essere detto e pensato e controllare chi osa ribellarsi e come. Palese il caso della Palestina. Chi sostiene la lotta di liberazione di quel popolo martoriato, si ritrova dalla parte sbagliata del sistema e quindi tacciato di estremismo, censurato e ghettizzato. Se invece lecchi i piedi al regime sionista, allora fai carriera nei palazzi del potere e ti invitano in prima serata a deliziare il grande pubblico. È una rete di potere occulta che opera attraverso la politica ed i media mainstream per manipolare l’opinione pubblica ed imporre la sua agenda. E dato che l’immane tragedia di Gaza ha fatto crollare decenni di propaganda, stanno correndo ai ripari stringendo le maglie in modo da cancellare il genocidio, da coprire lo scandalo Epstein che svergogna la rete ricattatoria israeliana sull’Occidente e far finta che la pulizia etnica sia finita e la soluzione sia attendere che il genero sionista di Trump trasformi il campo di concentramento di Gaza in un resort extralusso per satanici vampiri. La Palestina come per tutte le altre questioni cocenti del momento e che danno fastidio a chi comanda davvero. Di questo passo faremo tutti la fine dei palestinesi e in America si vedono già le prime avvisaglie coi militari per strada a scagliarsi contro minoranze e dissidenti, violenze inaudite e deportazioni di massa ma solo negli stati che non hanno votato per il dittatore di turno. Tira davvero una brutta aria in ogni angolo dell’impero. Servirebbe un sussulto di responsabilità da parte di tutti per evitare l’esplosione della polveriera. Le classi politiche e mediatiche dovrebbero assumersi le loro responsabilità storiche e farsi finalmente da parte in modo da favorire un cambiamento radicale. E i cittadini dovrebbero invece fare un passo avanti, rigettando ogni autolesionistica violenza e rimboccandosi piuttosto le maniche per scalare la vecchia partitocrazia o per rimpiazzarla con progetti politici più intelligenti. La sfida è quella di ristabilire i fondamentali della democrazia con classi dirigenti frutto del popolo e al servizio esclusivo del popolo. Senza intermediari parassitari, senza poteri occulti dietro le quinte, senza manipolazioni mediatiche. Bisogna tornare alla realtà, allo sporcarsi umilmente le mani per trovare soluzioni concrete in un mondo sempre più complesso. Altro che rigurgiti ideologici e dittatori di turno, altro che manette e manganelli tra un post e l’altro. Non è un problema di ordine pubblico, ma di ingiustizia sociale che richiede una risposta politica all’altezza altrimenti si rischia l’escalation. Una sfida che riguarda tutti, nessuno escluso. Ed è da qui che bisogna ripartire altrimenti faremo tutti la fine dei palestinesi.