Un intruglio ideologico, cucinato e avvelenato dalle menti del melonismo da combattimento, viene servito agli italiani ogni giorno. Per due ragioni convergenti e inquietanti

(di Massimo Giannini – repubblica.it) – Tutto si tiene, in questa incipiente “notte della Repubblica” paventata, più volte evocata e in fondo vagheggiata dai patrioti al comando. Le Brigate Rosse che rinascono e le milizie dell’Ice che sparano, le “zecche” di Askatasuna che martellano e le sinistre complici che giustificano, le toghe comuniste che scarcerano e le sfide referendarie che incombono. Questo fetido intruglio ideologico — cucinato e avvelenato dalle “menti raffinate” del melonismo da combattimento — viene servito agli italiani ogni giorno, per due ragioni convergenti e inquietanti.
La prima ragione è l’esigenza di raccontare un Paese fittizio: non sfiancato da un’economia che non cresce e da un salario che non basta, da una sanità che implode e da un carrello della spesa che esplode, ma impaurito e minacciato da un «terrorismo» che ritorna e che rende le nostre vite insicure e le nostre strade violente.
La seconda ragione è l’urgenza di affermare un dispositivo di potere autoritario e autosufficiente, che rifiuta il limite, manomette il contratto sociale e converte la forza del diritto in diritto della forza. Con intensità e velocità differenti, questo è il “metodo di governo” che contraddistingue le destre moderne, in quest’era ormai post-occidentale forgiata e dominata da Trump.
Il terzo decreto sicurezza appena varato dal Consiglio dei ministri è a suo modo il paradigma di questo preteso “cambio d’epoca” imposto dai nuovi autocrati yankee style. Se non sono riusciti a picconare la Costituzione, a marciare sull’Habeas corpus e calpestare i diritti fondamentali dei cittadini, lo dobbiamo solo a Sergio Mattarella che ha impedito che questo provvedimento si trasformasse in un liberticidio da Junta cilena.
Avevano preparato un «fermo preventivo» che consentiva alle questure di trattenere per 24 o 48 ore chiunque fosse gravato solo da un «atteggiamento sospetto», come fanno l’Ice a Minneapolis, i cekisti a Mosca o i basiji a Teheran: Mattarella gli ha sbattuto in faccia l’articolo 13 della Costituzione, che considera «inviolabile» la libertà personale, e ora il fermo è limitato a 12 ore, si basa su indizi concreti come il possesso di armi ed è ammesso o revocato dalle procure.
Avevano previsto uno «scudo penale» per le sole forze dell’ordine: Mattarella gli ha sbattuto in faccia l’articolo 3 della Costituzione, che vuole tutti i cittadini «uguali di fronte alla legge», e adesso la protezione vale erga omnes e dispone l’iscrizione della persona coinvolta in un registro a parte e solo in presenza di elementi «evidenti» che giustifichino l’uso delle armi.
Pretendevano una cauzione preventiva, per poter organizzare una manifestazione: Mattarella gli ha sbattuto in faccia l’articolo 17 della Costituzione, che afferma il diritto di riunirsi pubblicamente e pacificamente, e questa norma è sparita. Dopo la cura del Colle, quel che resta è comunque un cattivo decreto, demagogico e inefficace, a metà strada tra Pinochet e Franceschiello.
Lo spiega bene a Repubblica l’ex capo della Polizia, Franco Gabrielli: la gestione dell’ordine pubblico «non è una formula da talk show, né da bar sport», le forze dell’ordine non si usano «come una bandiera propagandistica, promettendo scorciatoie miracolistiche che alla prova dei fatti non proteggono proprio nessuno».
Ma per le destre bisognava cogliere l’attimo, e l’hanno colto. I soliti 300 delinquenti da corteo gli hanno offerto il pretesto su un piatto d’argento. L’ennesimo rito tribale consumato dalla schifosa galassia black bloc, capace anche stavolta di mandare in vacca una manifestazione pacifica e di accanirsi su un poliziotto: che c’è di meglio, per costruirci sopra il macabro storytelling di un’Italia sull’orlo della guerra civile e dunque bisognosa di rifugiarsi sotto il braccio violento della legge?
La premier parla di «tentato omicidio», Crosetto e Nordio evocano «i metodi da Br», Salvini urla «la galera non basta», Piantedosi vaneggia di «eversione». I Fratelli d’Italia — supportati da gazzettieri e conduttori di regime pronti a inscenare processi sommari in tv e sui giornali — accusano puntualmente le opposizioni di complicità e connivenza. Come se fossimo precipitati negli anni di piombo. Come se il pur orribile pestaggio dell’agente si iscrivesse nella tragica striscia di sangue che tra il 1970 e il 1980 fece più di 500 morti.
Ma questo è il modus operandi delle figlie e dei figli di Colle Oppio oggi traslocati a palazzo Chigi: moltiplicare il conflitto, mostrificare l’avversario, generare una risposta uguale e contraria. Era successo già nel 2023, dopo gli scontri di piazza per l’anarchico Cospito al 41-bis. Anche allora Meloni disse testualmente: «Lo Stato è sotto attacco, la democrazia è a rischio e dobbiamo reagire». Anche allora sembrava la vigilia di un’insurrezione armata. Sono passati tre anni, lo Stato è ancora lì e la democrazia pure, forse ammaccata più da quelli che dicono di volerla difendere che non dai rivoltosi.
L’emergenza permanente serve a dare una base psico-politica allo “stato d’eccezione” e alle leggi speciali. E, di qui al 22 marzo, serve anche a vincere il referendum, convincendo gli elettori che il vero inciampo del Paese non è chi lo governa male, ma le sinistre che sfasciano e le toghe che sabotano. Nel comodo salotto di Del Debbio, la premier ribadisce il suo sdegno per il «doppiopesismo della magistratura, che rende difficile la sicurezza dei cittadini».
Come i dottor Stranamore di via della Scrofa (che postano la foto dei picchiatori al corteo con un titolo «Questi votano no») anche la Sorella d’Italia usa la decisione del gip — che ha mandato ai domiciliari i tre ragazzi arrestati dopo la guerriglia urbana di sabato scorso — per gettare altro fango sulle toghe e suggerire così agli italiani di votare sì all’imminente ordalia referendaria.
Eppure basterebbe leggere l’ordinanza di convalida dell’arresto di quei giovani, per rendersi conto che si tratta di incensurati senza precedenti penali e che, trovandosi nelle retrovie del gruppetto di aggressori, nessuno dei tre ha colpito il poliziotto. Ma che volete che importi la verità, quando si tratta di screditare un nemico e di convincere il “popolo” a sconfiggerlo con un voto?
Vale per le toghe, e vale anche per le sinistre. Alle quali non si chiede la comune assunzione di una responsabilità, ma solo l’ammissione di una colpa. Chi sdottoreggia di una «borghesia fiancheggiatrice» dovrebbe fare nomi e cognomi, altrimenti viene il dubbio che fior di intellettuali democratici come Marco Revelli siano i nuovi Renato Curcio.
I casseur vicini ai centri sociali appartengono certamente all’album di famiglia della sinistra. Ma almeno quanto i picchiatori fascisti di Forza Nuova, che nel 2021 assalirono e distrussero la sede della Cgil, appartengono all’album di famiglia della destra. Con una differenza, purtroppo abissale. Oggi, dal Pd ad Avs, non c’è un solo parlamentare che abbia parlato di «compagni che sbagliano» e non abbia condannato le violenze di Torino: allora, di fronte alla furia con cui gli ex terroristi Fiore, Castellino e Aronica misero a ferro e fuoco il più importante sindacato italiano, Meloni non commentò, «bisogna prima capire qual è la matrice». Masha Gessen, sul New York Times, ha definito il trumpismo «terrore di Stato». Fermiamoci, noi, finché siamo in tempo.