
(Flavia Perina – lastampa.it) – Di solito i colpi di cannone si sparano a ridosso dell’apertura delle urne, quando l’iperbole polemica serve a richiamare l’attenzione dell’elettorato più distratto. Stavolta il copione referendario contraddice la regola: la campagna non è neanche cominciata, ancora non abbiamo visto manifestazioni, comizi, duelli tv, e già si spara ad alzo zero utilizzando quel tipo di argomenti identitari e viscerali di solito riservati agli ultimi appelli. Due “card” sintetizzano bene le opposte linee di propaganda. A destra, lo spettro Askatasuna («Se non sei come loro vota Sì») e un racconto che presenta la riforma come elemento salvifico contro ogni turbolenza sociale, ogni errore giudiziario, ogni cattivo preso e scarcerato. Interpellati nei talk show, i sostenitori del Sì non sanno spiegare quale sia la relazione tra sorteggio del Csm e domiciliari agli anarchici o accoltellamenti nelle scuole, ma non importa. Allo stesso modo, a sinistra, agisce il fantasma Casapound: «Se non sei come loro vota No». Il sottotesto – chi approva la legge è fascista – finora ha provocato reazioni indignate più tra i progressisti “liberal” che a destra: ieri un fiume di dichiarazioni ha chiesto al Pd di darsi una regolata con questo tipo di provocazioni.
Entrambe le posizioni sono prive di qualsiasi collegamento con la riforma, con la realtà, con le conseguenze dell’approvazione o della bocciatura della legge costituzionale che potrebbe radicalmente cambiare l’autogoverno della magistratura. Ma presentare come simmetriche le due strategie sarebbe un errore. È sulla maggioranza di governo che grava la responsabilità principale di dare un “tono” alla campagna referendaria. Ha voluto la legge, ha scelto di mandarla in porto senza concedere nulla al dibattito parlamentare e al confronto con gli interessati, era consapevole che quel testo sarebbe finito a referendum, e insomma: suo è il dovere di spiegare agli italiani con chiarezza perché dovrebbero pronunciare il loro sì definitivo alla modifica di un capitolo così rilevante della Costituzione. L’uso di scorciatoie propagandistiche è incomprensibile. O meglio, può spiegarlo solo il timore che l’elettorato di centrodestra sia disinteressato alla battaglia e dunque sia necessario galvanizzarlo fin da ora con cose che nulla hanno a che fare con sorteggi e Alte Corti: la sicurezza, le piazze anarchiche, il presunto remar contro della magistratura rispetto all’azione di governo.
Gli squinternati argomenti che vengono spesi sulle piazze virtuali danno l’idea di una campagna appena cominciata e già sfuggita di mano, mandando al macero con leggerezza l’indicazione originaria di Giorgia Meloni che ai suoi aveva chiesto di «restare sul merito» ed evitare crociate politiche. Per di più, la foga irragionevole di certe dichiarazioni e i quotidiani anatemi contro i giudici per i più diversi motivi – l’ultimo è il tasso di delinquenza degli immigrati rilasciati dai Cpr – alimentano la sensazione che la destra non voglia semplicemente separare carriere e sorteggiare membri del Csm ma cerchi una rivincita definitiva su una magistratura giudicata ostile e renitente. Poi, certo, l’unica domanda che vale in politica è: funzionerà? A occhio, visto il repentino recupero del No nei sondaggi, i colpi di cannone del centrodestra stanno andando largamente a vuoto, il loro rombo mobilita più gli avversari che gli amici.
A parte il fatto che i topacci di CasaPound si sono effettivamente e ufficialmente schierati per il Si,, una campagna elettorale si basa sulla propaganda, che per l’appunto è propaganda, non informazione, anche se in Italia spessissimamente coincidono. Quindi a brigante, brigante e mezzo, come diceva un vecchio contestatore dell’ordine precostituito, anzi un guerrigliero, diventato poi presidente della repubblica. E si può essere anche banali, pur di tramortirli con un sonoro No, perché con Sì t’impicci, con un No ti spicci.
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