I disordini nel corteo di Torino per difendere il centro sociale Askatasuna non hanno nulla a che vedere con le Br e con gli anni 70. Quello che manca è il collante della lotta al capitalismo. Lasciamo pur perdere, perché sono ancora ipotesi non verificate, che i poliziotti abbiano usato trucchi da magliari travestendosi da Black bloc, cosa che umilia le stesse forze di polizia […]

(di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – […] Gli scontri di Torino fra la polizia e i pro Askatasuna stanno incoraggiando il governo Meloni a inasprire ancora di più il decreto Sicurezza che verrà discusso nei prossimi giorni in Parlamento. Lasciamo pur perdere, perché sono ancora ipotesi non verificate, che i poliziotti abbiano usato trucchi da magliari travestendosi da Black bloc, cosa che umilia le stesse forze di polizia.

A parer mio è un errore chiudere i centri sociali perché sono spazi di libertà sostanzialmente innocui dove i ragazzi possono sfogare la propria esuberanza, preferibilmente facendo musica, creando così luoghi di aggregazione. Sono stato spesso al Leoncavallo, anch’esso sgomberato, che era vicino a casa mia, dove ho ascoltato molti bei concerti. È chiaro che se chiudi questi centri di aggregazione i ragazzi si riversano per le strade e cambia tutta la prospettiva. Il fatto che occupino abusivamente locali che appartengono ai legittimi proprietari potrebbe essere risolto risarcendo i proprietari con denaro dello Stato e di tutti noi, però nel “rito ambrosiano”, come lo chiama Gianni Barbacetto, dell’edilizia, questo era già stato fatto e quindi nulla vieta che lo si rifaccia.

Fra le misure punitive escogitate dal governo di Giorgia Meloni c’era quella, poi saltata, di far pagare una cauzione agli organizzatori di qualsiasi manifestazione, non solo quelle dei centri sociali. Un provvedimento di questo genere sarebbe stato totalmente illegittimo, e infatti è stato contestato da quello che resta del centrosinistra, Pd, M5S, Avs, perché lede non solo la libertà di espressione, ma anche quella di muoversi liberamente sul territorio nazionale. Tranne che per i soggetti che siano stati già colpiti, in modo motivato, dai limiti alla loro circolazione, per esempio gli stalker. E avrebbe penalizzato soprattutto i ragazzi dei centri sociali che certamente non hanno l’oro che gli esce dalla bocca.

[…]Sui media si sono fatti molti riferimenti al Sessantotto e dintorni, dalle Brigate Rosse al più innocuo Movimento studentesco a Potere operaio detto familiarmente “potop”, ma anche “molotov e champagne” perché, soprattutto a Roma, vi militavano i figli dell’aristocrazia e dell’alta borghesia romana, fra cui Paolo Mieli. Ma c’è una differenza sostanziale: quei gruppi avevano un’ideologia, per quanto confusa, e alla fine inconcludente, perché cavalcavano il “marxismo-leninismo” che sarebbe morto di lì a pochi anni col collasso dell’Unione sovietica.

Questi giovani non sembrano avere un’ideologia, il loro è un disagio esistenziale, che non è solo dei giovani, ma particolarmente dei giovani, di vivere in una società che non li rispecchia in alcun modo. Certo, ci sono disagi economici, per esempio l’enorme difficoltà a trovare lavoro, ma non sono i più impellenti. Riassumo il concetto con le parole di una mia giovane amica, 26 anni, che si rifiuta di far figli perché “non voglio immetterli in questo mondo di merda”.

Saremmo quindi noi adulti responsabili? Neanche questo. È che tutti noi siamo stati travolti dal capitalismo, Don Chisciotte fa dire al suo scudiero, più realistico, Sancho Panza: “In un mondo dove il male è di casa e ha vinto sempre – dove regna il capitale, oggi più spietatamente – riuscirà con questo brocco e questo inutile scudiero al potere dare scacco e salvare il mondo intero?” (Don Chisciotte, Francesco Guccini, 2000). […]

Ma il problema non è solo il capitalismo che ormai ha conquistato il mondo intero, perché esiste ovunque, anche nei Paesi che si definiscono comunisti, perché è capitalismo di Stato, ma pur sempre capitalismo. Il problema autentico è la tecnologia che si è rivelata incontrollabile. Un premio Nobel per la Fisica e per la Matematica può anche fare un’invenzione spettacolare, ma non è in grado di controllare le varianti che mette in circolo. Come scrive lo storico Carlo Cipolla se la tecnologia risolve un problema ne pone subito una miriade di altri. È quindi una corsa all’infinito. L’inventore del cellulare, Martin Cooper, non poteva immaginare che il cellulare invece di avvicinare le persone le avrebbe distanziate. Noi oggi possiamo comunicare con persone che stanno all’altro capo del mondo, ma non conosciamo il nostro vicino di casa, tanto che a Torino c’erano francesi, austriaci e questa volta Vittorio Feltri non potrà incolpare gli extracomunitari, perché non erano presenti se non in “modica quantità”.

La tecnologia è sempre esistita. Esemplare è il racconto di Umberto Eco, intitolato La cosa (1961): un grande Generale chiede a un suo Professore di fornirgli un’arma micidiale. Dopo sei mesi di studi il Professore gli presenta un sasso appuntito. Il Generale, deluso, dice: “Ma è solo un sasso”. Il Professore gli mostra che “solo” con quel sasso a punta può però frantumare la roccia. Il problema non è la tecnologia in sé, ma come la si usa. È anche il tema del film Cast Away, interpretato da un formidabile Tom Hanks, forse uno dei più grandi attori viventi, perché sa interpretare ruoli diversissimi, da quello di un occidentale che si è sperduto in un’isola deserta a quello di un malato di Aids (Philadelphia, 1993).

La questione drammatica che si pone oggi non solo ai giovani è la perdita delle ideologie e, insieme a esse, il senso del sacro. Quando Nietzsche, alla fine dell’Ottocento, proclama la “morte di Dio”, non la intende nel senso che Dio è stato ucciso, ma che il senso del sacro è scomparso dal mondo occidentale.

A che cosa possono aggrapparsi, quindi, oggi i giovani, e tra questi ci metto anche i poliziotti, uomini come tutti gli altri, con i problemi di tutti gli altri, che in più fanno un lavoro pericoloso e sottopagato?

Dicevo prima che i giovani riluttano a far figli perché non vogliono inserirli in “un mondo di merda”. Ma c’è chi adotta una soluzione più radicale, gli hikikomori, che si chiudono in casa e non vogliono avere contatti reali con nessuno. Ma questa è una soluzione da asceti, da giapponesi appunto, dubito molto che valga per un ragazzo italiano, anche se alcuni hikikomori ci sono pure qui da noi. Giù il cappello.