Ha scavalcato il Congresso, usato le istituzioni, governato a colpi di ordini esecutivi. Ma ha soprattutto militarizzato il Paese. La deriva di Trump secondo il politologo Levitsky

(Donatella Mulvoni Manuela Cavalieri – lespresso.it) – È difficile individuare una singola decisione come la più grave di questo primo anno dell’amministrazione Trump. Ma se devo indicarne due, la prima è il modo in cui si è rivolto ai vertici militari, cercando di politicizzarli e di spingerli a concentrarsi su un presunto nemico interno invece che sulle minacce esterne». Poi, spiega a L’Espresso Steven Levitsky, uno dei maggiori politologi americani, docente a Harvard e studioso di derive autoritarie, «la decisione dell’amministrazione di non avviare nemmeno un’indagine dopo l’uccisione di Renee Good. Un messaggio gravissimo: bande paramilitari armate a volto coperto che pattugliano le città americane, terrorizzano i cittadini e possono uccidere impunemente».
Parole che risultano tristemente profetiche, quasi quanto uno dei suoi libri più noti, “How Democracies Die” (2018), scritto con Daniel Ziblatt. Il nostro colloquio avviene infatti poche ore prima dell’uccisione di Alex Pretti, infermiere trentasettenne, seconda vittima statunitense uccisa da agenti federali durante i raid anti-immigrati a Minneapolis. Un’esecuzione, come mostrano i video girati con i cellulari da diversi testimoni (dieci colpi di pistola, mentre si trovava già a terra), che non solo ha riacceso le proteste in tutto il Paese ma ha anche messo sotto pressione la Casa Bianca, spingendo il presidente a manifestare la volontà di allentare le operazioni dell’Ice e iniziare a collaborare con le autorità locali.
«La democrazia americana è scivolata in una forma soft di autoritarismo, quello che definisco autoritarismo competitivo», dice Levitsky. «Non siamo ai livelli di Russia, Venezuela o Turchia: lo spostamento è più lieve e, a mio avviso, reversibile. Ma la democrazia oggi è in coma, gli americani hanno tardato a capirlo». Per “autoritarismo competitivo”, il professore di Harvard intende un sistema in cui le elezioni restano formalmente in vigore, ma chi governa abusa del proprio potere. Certo, non sono mancate resistenza e mobilitazioni, né le denunce legali e gli stop imposti dai tribunali, che in più occasioni hanno bloccato o rallentato le iniziative dell’amministrazione. «Per fortuna c’è una società civile forte, con molte risorse per fermare Trump. L’opposizione più energica arriva dal basso, da città come Minneapolis; però è vero che i leader economici e sindacali sono rimasti in silenzio. Le università, in larga misura, hanno scelto di tacere. Molti si stanno auto-censurando» per paura di ritorsioni.
A dispetto dell’età, ottant’anni a giugno, dal 20 gennaio 2025 il presidente si è mosso a ritmo frenetico, concedendosi pause quasi solo per il golf nei suoi resort, soprattutto a Mar-a-Lago. In un anno ha firmato oltre 200 ordini esecutivi, incontrato quasi 100 leader stranieri e compiuto otto viaggi all’estero in 13 Paesi, dall’Asia al Medio Oriente fino al Regno Unito. Alcune promesse mantenute, altre rimaste sulla carta. In linea con l’agenda Project 2025, il manifesto della destra elaborato dalla Heritage Foundation, la Casa Bianca ha smantellato l’impianto delle politiche “woke”, riducendo il riconoscimento di genere a maschile e femminile nei documenti ufficiali, e cancellando i programmi Dei (Diversità, equità e inclusione) dagli uffici federali. Ha militarizzato diverse città tra cui Washington con l’invio dei riservisti della Guardia Nazionale e lanciato una vasta offensiva anti-immigrazione, sebbene i numeri siano lontani dai 3.000 rimpatri al giorno annunciati. I raid dell’Ice nelle città democratiche colpiscono soprattutto persone senza precedenti penali, fermate in casa, al lavoro, mentre accompagnavano i figli a scuola.
Trump ha politicizzato le istituzioni: ha epurato funzionari di carriera da Dipartimento di Giustizia, Fbi e altre agenzie, sostituendoli con fedelissimi, ha usato i finanziamenti federali come leva di pressione e il potere dell’esecutivo per delegittimare, intimidire o mettere sotto pressione chi ne contesta l’operato. In compenso, ha concesso 88 grazie e “perdonato” i ribelli dell’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021. Nel mirino anche le università con indagini su decine di campus e congelamento di miliardi di fondi per la ricerca già approvati dal Congresso. La stretta, presentata come lotta all’antisemitismo a seguito delle proteste pro-Palestina per Gaza, ha però inciso sulla libertà di espressione, con fermi e revoche di visti a studenti stranieri. In parallelo, Trump ha scavalcato il Congresso, smantellando agenzie, imposto dazi a nemici e alleati senza avere un mandato parlamentare. Ha attaccato costantemente i media (con cause da milioni di dollari) e svilito il ruolo della scienza (basti pensare alla scelta di un ministro della salute no vax).
Sul fronte internazionale ha incassato consensi per la fragile tregua a Gaza, ora nella seconda fase con l’avvio di una gestione transitoria del territorio e un’intesa palestinese su un comitato di transizione. Molto più lontana la pace in Ucraina, annunciata come imminente, ma mai realizzata. Anche la formula America First si è rivelata ambigua: il Trump Bis ha mostrato una marcata propensione all’intervento, dall’attacco alle infrastrutture nucleari iraniane all’operazione che ha portato alla cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro, rivendicata nel solco della Dottrina Monroe. Fino all’ipotesi di acquisire la Groenlandia.
E in tutto questo l’economia? Non è migliorata. Anzi, secondo il conservatore Wall Street Journal, la situazione è lievemente peggiorata: la crescita è rimasta sostanzialmente invariata, l’inflazione è ancora un problema con l’indice dei prezzi al consumo aumentato del 2,7% su base annua a dicembre, mentre l’amministrazione è in rotta di collisione con la Fed sui tagli dei tassi. È in salita anche la disoccupazione, complice la mannaia abbattuta sui lavoratori federali dal famoso Doge (ormai estinto) dell’amico-nemico Elon Musk. Le finanze, però, vanno bene almeno per le sue tasche: gli affari continuano a prosperare grazie alla carica presidenziale, dall’immobiliare ai bitcoin, alimentando un evidente conflitto di interessi.
Resta il nodo del dossier Epstein: promesso integralmente in campagna elettorale, una volta al governo Trump ha preso tempo e, nonostante una legge ne imponesse la pubblicazione, gran parte dei documenti è ancora secretata.
Da sempre poco popolare, i sondaggi più recenti indicano che una parte crescente degli americani si è stancata dei suoi metodi. Secondo il Washington Post, a gennaio il 57% dei giudizi è negativo. Un bilancio che contrasta con la lettura della Casa Bianca, che rivendica questi dodici mesi come «il primo anno più incisivo di qualsiasi presidenza nella storia moderna». D’altra parte, lo zoccolo duro Maga continua a considerarlo il «miglior presidente di sempre», citando il calo dei reati, degli ingressi irregolari alla frontiera e dei morti da overdose da fentanyl.
Solo apparentemente sembra inutile parlare di fact-checking. «Esistono ancora elettori indipendenti sensibili alla realtà. È per questo che l’opposizione ha buone possibilità di vincere le elezioni di metà mandato a novembre», avverte Levitsky. Sempre che Trump non provi a metterci le mani, come già fece nel 2020 nel tentativo di ribaltare la sconfitta contro Joe Biden. I continui accenni a un possibile terzo mandato, per tanti non hanno affatto il tono di una battuta.
Intanto nel Partito repubblicano la corsa alla successione è iniziata: in pole resta il vicepresidente J.D. Vance, volto giovane e caro alla base Maga, ma cresce anche il peso del segretario di Stato Marco Rubio, sempre più centrale alla Casa Bianca. Un delfino ci vuole, perché c’è un fattore che pesa sempre di più: la salute del presidente più anziano che si sia mai insediato. Mangia McDonald’s, beve Diet Coke, dorme poco e conduce una vita sedentaria. Le apparizioni pubbliche suggeriscono qualche cedimento: si appisola durante le riunioni, perde il filo del discorso, confonde nomi e ruoli. I lividi frequenti sulle mani (che attribuisce all’aspirina assunta per la prevenzione cardiaca) e i gonfiori alle gambe, mitigati da calze a compressione, alimentano interrogativi che lui liquida rivendicando la salute di un toro.
Nell’America di Donald Trump la parola «fascismo» non è più tabù. Ma, avverte Levitsky, «a un autoritarismo si può sempre reagire, non esiste un punto di non ritorno». Il vero nemico è il tempo: più passa, più la finestra si chiude e riportare ossigeno alla democrazia diventa difficile.


e guardando a casa nostra ci ha obbligati(ducia acconsentendo) a:
Comprare il gas USA a prezzi m,aggiorati e qualità scadente
Vendere i nostri prodotti con dazi maggiorati
Comprare armi USA per fare la guerra al suo posto
Delocalizzare le nostre poche aziende rimaste in USA
Stringere la borsa sui servizi sociali e pensioni per armarci a suo nome
Finanziare la Nato perchè lui ne è uscito
Tacere sul genocidio di Gaza
Cinguettare su Iran ,Libano,Siria e Groerlandia
Tenere le loro bombe nucleari e basi militari in casa nostra
Fra non molto ci diranno,ma lo fanno gia da anni in modo soft, come governare e chi mettere al governo in modo più esplicito—i nostri liberatori,ma si presume che anche al loro interno abbiano grossi problemi ,anche se le notizie trapelano con il contagocce(inflazione,disoccupazione e sicurezza)
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