
(Andrea Zhok) – Spesso, quando si discute di ricchezza e giustizia sociale emerge la voce di qualcuno che riconduce ogni obiezione mossa agli eccessi patrimoniali a “invidia sociale”. L’idea che la “giustizia sociale” sia un concetto fallace risale niente meno che a Friedrich von Hayek e la sua versione popolare è che ogni discussione in termini di giustizia sociale sarebbe solo una forma di invidia per meriti superiori, per capacità superiori, per godimenti superiori.
Questo nietzscheanesimo d’accatto è molto diffuso anche perché si associa al timore che ogni critica alle grandi patrimonialità finisca per coinvolgere qualsiasi patrimonio, secondo l’infelice slogan “la proprietà è un furto”.
Ciò che sfugge sistematicamente a questo tipo di approccio è il fatto che esiste una cesura qualitativa tra le piccole patrimonialità, quelle che possono essere frutto di un lavoro qualificato, di capacità personali, di sacrifici e le patrimonializzazioni capaci di comprare le persone, di comprare i direttori di giornale, di comprare i ministri, di comprare i giudici, di comprare sistemi satellitari, di orientare politiche nazionali.
Nella forma di produzione storica al cui interno ci è capitato di nascere e che prende il nome tecnico di “capitalismo” il denaro non è più primariamente mezzo di consumo, ma Potere.
Le persone normali, quelli abituati a lavorare per vivere, pensano al denaro come a qualcosa che serve per dare sicurezza, per parare i colpi della fortuna avversa, per facilitare progetti, per consentirsi degli agi, per mangiare e bere meglio, e anche per apparire migliori agli occhi altrui. Tutto ciò potrà essere talvolta sacrosanto talaltra discutibile, a seconda del gusto con cui uno impiega il proprio denaro, ma non accede al livello superiore in cui il denaro si trasforma senza resti in potere.
Quel denaro che consente a un Musk di condizionare le sorti di una guerra in Europa attraverso Starlink, a un Trump di correre per la presidenza statunitense, a un Bill Gates di condizionare l’OMS e di essere ospitato da Mattarella al Quirinale, a un Larry Fink di poter ricattare con deflussi di capitali intere nazioni, e molto moltissimo altro che non appare e non deve apparire alla superficie, quel denaro appartiene ad una categoria qualitativamente differente.
Il Potere conferito dal grande capitale, tuttavia, è un potere particolare in quando non deriva da meriti reali o presunti, né dal riconoscimento altrui delle proprie facoltà. Il Potere del capitale si esercita in forme unilaterali, senza dover essere accolto o riconosciuto da chi vi è soggetto. Il Potere del capitale può esercitare la sua forza a prescindere dalla sua origine: può essere stato ereditato da un trisavolo brigante, ottenuto attraverso insider trading, la tratta degli schiavi o lo sfruttamento del lavoro minorile, e niente di questo retroterra appare sulla scena dove il denaro si fa Potere.
Le grandi patrimonializzazioni capitalistiche sono l’unica forma di Potere davvero assoluto, in quanto non deve ciò che è a nessuna procedura di legittimazione (salvo il funzionamento delle regole giuridiche che tutelano proprietà ed eredità).
Chi manipola un Potere immenso, non correlato se non accidentalmente con le proprie qualità e con i propri meriti, esercita intrinsecamente una violenza sugli altri, una violenza continua con la sua stessa esistenza. Il fatto che il denaro possa esercitare potere sugli altri senza che nessuno lo abbia riconosciuto come potere legittimo ha come antecedente storico soltanto le guerre di conquista o saccheggio. Ma quelle attività si esercitavano verso “gli altri”, le “popolazioni estranee”, mentre questa forma di Potere si può esercitare egualmente al di fuori e all’interno dei propri confini: qui tutti sono “estranei”.
Chi è abituato ad esercitare e pensare il Potere sugli altri come svincolato dalle proprie qualità, capacità o meriti pensa il Potere come arbitrio.
Questa relazione radicalmente unilaterale verso gli altri, per definizione impotenti, produce una forma mentis in cui qualunque cosa è dovuta, senza ragioni.
Al contempo, la consapevolezza profonda del carattere schiettamente arbitrario e infondato del proprio potere produce un costante timore di perderlo, giacché dopo tutto, esso è legato a chi lo detiene solo in modo completamente esteriore, e potrebbe di principio essere trasferito in un istante ad altri. La ricchezza è sempre contendibile.
L’abitudine ad esercitare un potere assoluto, impersonale, arbitrario, e tuttavia contendibile, tende a generare danni morali permanenti.
Li produce sulle persone circostanti, sulla società nel suo complesso, che si abitua all’arbitrarietà del potere-ricchezza e si abitua a confidare sempre meno sulle proprie qualità e sempre di più su spregiudicatezza, opportunismo, piaggeria, viltà.
Ma li produce anche e primariamente in chi esercita quel potere, che finisce per equiparare il mondo circostante e le persone che lo abitano come mezzi a disposizione per l’esercizio arbitrario della propria volontà, a prescindere da buone o cattive ragioni.
Questa è la prima delle ragioni strutturali che connettono l’esistenza di oligarchie finanziarie con forme di scompenso morale, nei casi più estremi, di autentica perversione.
Di una seconda ragione parleremo in seguito.
Azzo, a parte la sua solita tendenza all’assolutismo,filosoficamente parlando, questo brano è di livello universitario.Lo credo bene che ha voluto divederlo in due parti.Finalmente lo Zhok filosofo.
@infosannio …dove siete andati atrovarlo sto pezzo?
"Mi piace""Mi piace"
Mi ricorda tanto i vecchi satelliti spia….. lanciati a centinaio per …. il potere tecnologico e il controllo dei capitali!
"Mi piace""Mi piace"
L’articolo coglie un nervo scoperto: la frizione tra élite economiche e democrazia,ma poi scivola in una semplificazione banale : ricchezza estrema = colpa.
Non tutti gli straricchi nascono delinquenti o amorali, e soprattutto non nascono straricchi.
Jobs, Musk, non nascono potenti: nascono geniale, ossessivi, borderline.
Bezos parte da un garage con capitale familiare non da un impero.
Starbucks non nasce come multinazionale, ma come bottega locale a Seattle.
Il problema non è l’origine, è la trasformazione.
Fare fortuna innovando, lavorando, rischiando è diverso da rubare, sfruttare o ricattare.
La ricchezza creativa è sempre diversa dalla ricchezza predatoria anche se entrambe possono essere smisurate.
Il punto serio non è: i ricchi sono cattivi, ma quanto potere privato si può accumulare prima di diventare incompatibile con una democrazia.
Qual è il limite tra ricchezza ed impunità, qual è il limite tra successo economico e cattura delle istituzioni?
La degenerazione non è all’origine, avviene dopo; non nasce dal garage o dallo scantinato, nasce nel momento in cui il successo smette di essere solo economico e diventa potere.
Da quel punto in poi non sei più solo un imprenditore, anche se continui a raccontarti così; sei un soggetto politico senza mandato.
L’errore dell’articolo non è denunciare la degenerazione, ma anticiparla troppo, trasformandola in peccato originale.
Il punto più onesto è un altro: il problema non è diventare ricchi, è restare cittadini quando non sei più come tutti gli altri.
Ma questo dipende dall’individuo: Jobs ed Epstein sono due soggetti molto diversi tra loro.
Detto questo la logica centrale rimane: le élite possono proteggersi attraverso reti di conoscenze, informazioni privilegiate o strumenti legali che il cittadino comune non ha.
Potere economico e influenza politica (non sono automaticamente illegali) possono generare effetti antidemocratici.
Conflitto controllore/controllato: quando chi ha potere economico può influenzare le regole, c’è un problema serio di democrazia.
"Mi piace"Piace a 3 people
Non esiste potere senza potere fare. E nessun potere può accumulare ricchezza senza avere la possibilità di farlo. Che gli è data da un sistema regolatorio che agevola l accumulazione anziché la redistribuzione anche parziale. Redistribuzione che non intaccherebbe minimamente la dimensione assoluta della ricchezza, che nella dimensione finanziaria si esprime in capitalizzazione più che in profitto legato all attività economica. Capitalizzazione che non è valore se non quando ci si priva di parte di questa ricchezza, vendendo quote o aziende sul mercato. La commistione con.il regolatore è totale. La ricchezza condiziona il regolatore che però condiziona la ricchezza. Tu finanzi le campagne elettorali, aiuti ad essere eletti, ma poi dipendi da chi hai aiutato ad essere eletto e aspiri a commesse pubbliche, finanziate con le tasse dei cittadini, o chiedi ed ottieni di non pagare tasse sulle tue attività. Puoi condizionare il regolatore ma dipendi dalle sue regole. E nessuno dei grandi innovatori, dei grandi imprenditori, dei geni del fare sfugge a questa dipendenza. La ricchezza nasce dal genio ma è regolata dal decisore politico. Verso gli altri la ricchezza può tutto, comunque all interno di regole imposte dal decisore politico. Che ormai parla come fosse l ad del sistema economico, ma senza essere completamente prono alla volontà dei proprietari di queste ricchezze. Ma abbastanza prono da provare a modificare o distruggere i meccanismi di riequilibrio del potere legislativo e i contrappesi istituzionali per favorire.
la finzione della possibilità di partecipare non è finta. Al punto che costringe il potere a limitarne l agibilità per condizionarla al proprio tornaconto. E a legiferare per ridurne l influenza. Il sistema di regole può darsi non regoli davvero, ma obbliga a cambiare le regole per legittimare l azione politica, che ha ancora un possibile condizionamento dalla vituperata volontà popolare. Che obbliga ad investire in propaganda continua per cercarne la manipolazione. La più efficace manipolazione è convincere che la libertà passi attraverso l assenza di regole. Che sarebbero limiti anziché opportunità. L 1% della capitalizzazione delle borse mondiali sarebbe una redistribuzione di ricchezza fenomenale? Dipende dalle regole di redistribuzione adottate da chi impone la patrimoniale. Che può essere usata per le armi o per l istruzione. Regole. Definite da chi governa, col mandato elettorale di chi vota e di chi non vota. In fondo, alla fine, il voto esprime la scelta di una logica di regole che determinano la redistribuzione delle opportunità sociali e civili. Chiunque governi le scelte sarebbero le stesse? Il sostegno del potere alla politica farebbe pensare che questa è la menzogna più grande, visto che l avvicendamento determina proprio la revisione delle regole precedenti. Sempre. E spesso le regole che contano sono quelle che cambiano destinazione alle briciole di risorse disponibili. Che possono non.intaccare la ricchezza dei potenti, ma migliorare la condizione di vita dei cittadini. Che con il loro SI o il loro NO indirizzano, obbligano ad equilibrismi sui sistemi elettorali, che sono l evidenza di come il potere tema il.pronunciamento dei cittadini, e il condizionamento che ne deriva.
in fondo, chi invita a non partecipare sostenendone l inutilità è un importante supporto per quel potere incondizionabile che si tiene per sé anche le briciole, o magari si prende, da libero di farlo le briciole degli altri, grazie alle regole della politica liberatutti. Il cui consenso si basa sull odio e sulla paura per i suoi effetti, contenuti prioritari e ridondanti dell informazione propaganda senza regole, che ti dà però la possibilità di esprimerti, catarsi dell impotenza e della rassegnazione. Liberatoria ma non libera.
partecipare è più liberatorio e libero. Meno catartico, forse. Ma forse davvero catartico è veder realizzate anche briciole di speranza, che possono valere per tutti. Non partecipare non è libertà,ma rassegnazione. Mai dare fiducia a chi invita a rassegnarsi. Non lo fa per la nostra libertà, ma per portarci a delegarla ad altri. Sembra critichi il sistema, ma vuol convincerci che in fondo ci può essere di peggio, perché lo dice lui, senza nemmeno lasciarci la curiosità di vedere come potrebbe andare a finire.
"Mi piace"Piace a 1 persona
Il post di Zhok mi ha fatto pensare ad una particolare categoria di ricchi e quindi potenti: gli ebrei sionisti.
Lo so che sembra subito antisemitismo, ma vorrei tentare di spiegarlo, anche se mi è poco chiaro.
Leggendo quel pochissimo che sta per ora uscendo sulla vicenda epstein, mi sto accorgendo dell’esistenza reale di una ristretta cerchia di persone che ha un sistema di regole di riferimento secondo me almeno in parte immorale e ingiusto (il Talmud per esempio vieta, se non sbaglio, ad un ebreo di sposare una gentile, una non ebrea, una goym si dice, se non sbaglio, ma non vieta di stuprarla, e in generale i goym hanno utilità soltanto se possono essere sfruttati, come una mucca o una gallina), che si vive come superiore geneticamente rispetto a tutti gli altri, che considera poco più che animali. In sostanza un atteggiamento razzista che mi fa subito venire in mente il nazismo. La loro ricerca di potere avviene attraverso la finanza principalmente (e le armi secondariamente … hanno anche 90 atomiche illegali)
Mi è sembrato di capire, per ora almeno, che il sistema epstein era pensato organizzato e gestito da israeliani, proprio allo scopo di ingrandire il proprio potere sul mondo dei non ebrei, i goym. Questa degenerazione (che ovviamente non riguarda tutti gli ebrei ma una parte, la minor parte spero) potrebbe aver seguito un percorso di sviluppo come quello che teorizza Zohk: fino allo scompenso morale e perversione.
La cosa spiegherebbe anche il loro atteggiamento nei confronti di Gaza, che sconfina nel disumano.
E’ poco più che un sospetto per ora, spero di sbagliarmi.
"Mi piace""Mi piace"