COLLE, SU SCUDO E FERMO PREVENTIVO ANCORA COSE DA CAMBIARE

(ANSA) – Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella avrebbe fatto presente al sottosegretario Alfredo Mantovano, incontrato oggi al Quirinale, che il via libera ai provvedimenti sul fermo di polizia e sullo scudo penale ci potrebbe essere ma solo con alcune modifiche ancora da apportare.
Bocche cucite al Quirinale ma da ambienti parlamentari si è appreso che ora Mantovano starebbe riferendo alla premier Giorgia Meloni dei rilievi del Colle che di fatto sono gli stessi dei giorni scorsi. In particolare sullo scudo resta ferma l’esigenza che non si crei una giurisprudenza separata per categorie. Sul fermo preventivo di polizia, si fa notare come non possa bastare un semplice atteggiamento sospetto per effettuarlo.
PIANTEDOSI, SU SICUREZZA LAVORO EQUILIBRATO, SE RILIEVI PRENDEREMO ATTO
(ANSA) – “Credo che abbiamo fatto un lavoro molto ragionevole e molto equilibrato, altrimenti prenderemo atto dei rilievi fatti”. Lo ha detto il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi lasciando il Senato e replicando ai cronisti che gli chiedevano di eventuali modifiche o limature e dei nodi del pacchetto sicurezza anche dopo l’incontro tra il capo dello Stato e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano al Colle.
IL COLLE HA MOLTI DUBBI SUL DECRETO SICUREZZA E SUI FATTACCI DI TORINO

(dagospia.com) – Sergio Mattarella probabilmente avrà accolto al Quirinale il sottosegretario Alfredo Mantovano con la costituzione in mano. Brandita come una clava.
Il presidente della Repubblica non intende far passare neanche un ago oltre ciò che è previsto dalla Carta. Figuriamoci se può tollerare le forzature presenti nel decreto sicurezza vergato da Meloni e camerati dopo i fattacci di Torino.
Il testo era già stato messo da parte una volta, per le sue criticità, ed è magicamente riapparso dopo gli scontri tra polizia e centri sociali lo scorso fine settimana, durante la manifestazione in solidarietà ad Askatasuna.
A rendere il decreto indigesto, per Mattarella, sono due punti, considerati inaccettabili. Lo “scudo” penale per i poliziotti, che così avrebbero una sorta di “immunità” e non sarebbero più iscritti automaticamente nel registro degli indagati in caso di eccessi o violenze. Tipo l’Ice, la polizia anti-immigrazione, negli Stati Uniti, insomma: avrebbero una ampia libertà di azione, con confini difficili da definire.
Il secondo punto, controverso per il Quirinale, è il “fermo preventivo”: le forze dell’ordine potrebbero trattenere temporaneamente (fino a 12 ore) persone ritenute potenzialmente pericolose prima o durante manifestazioni pubbliche. Peccato che per limitare la libertà personale degli individui occorra l’autorizzazione di un giudice.
E infatti, poco dopo il faccia a faccia, un take dell’ANSA riporta: “Bocche cucite al Quirinale ma da ambienti parlamentari si è appreso che ora Mantovano starebbe riferendo alla premier Giorgia Meloni dei rilievi del Colle che di fatto sono gli stessi dei giorni scorsi. In particolare sullo scudo resta ferma l’esigenza che non si crei una giurisprudenza separata per categorie. Sul fermo preventivo di polizia, si fa notare come non possa bastare un semplice atteggiamento sospetto per effettuarlo”.
Al di là dei tecnicismi giuridici, sotto l’attenzione del Colle c’è anche l’operato della polizia e degli apparati di sicurezza nei giorni scorsi.
La manifestazione di sostegno al centro sociale Askatasuna era prevista da tempo e tutti immaginavano quello che poi è effettivamente accaduto, ovvero mazzate e violenza.
La “chiamata alle armi” dei black bloc era stata lanciata da settimane, e che ci sarebbero stati disordini e scontri era scontato, come ha più volte ribadito in tv Bruno Vespa a “Cinque Minuti”, rimproverando al verde Angelo Bonelli la “connivenza” della sinistra verso i manifestanti. Tutti sapevano, dunque. E se lo sapeva Bru-neo, figuriamoci 007 e vertici del ministero dell’Interno…
E allora perché non c’è stata adeguata preparazione degli agenti e la necessaria prevenzione verso i facinorosi?
Perché il governo di destra, in carica da più di tre anni, e che aveva promesso di riportare “legge e ordine”, non è riuscito a intercettare i picchiatori, arrivati anche dall’estero, prima che mettessero a ferro e fuoco la città?
Possibile che i servizi segreti e la Digos, capaci oggi di intercettare chiunque (compresi preti e giornalisti) non avessero un “orecchio” tra i black bloc e gli antagonisti, arci-noti alle forze dell’ordine e già attenzionati da anni, per anticipare le loro mosse?
Come ha fatto un migliaio di criminali a girovagare impunito per Torino armato fino ai denti di martelli, spranghe, bombe e altri ammennicoli da guerriglia urbana? Perché quegli stessi criminali non sono stati intercettati e fermati anzitempo?
Come ha detto ieri Franco Gabrielli, ex capo della polizia e già autorità delegata per la sicurezza, intervistato da “Repubblica”, “la gestione dell’ordine pubblico non è una formula da talk show. […]
È sapere professionale che si costruisce con pazienza e addestramento attingendo a equilibrio e responsabilità democratica. Moltiplicare ogni volta le figure di reato serve solo a eludere le domande chiave: come si governa davvero l’ordine pubblico? E che ordine pubblico merita un Paese democratico? Come si evita di esporre i reparti in servizio di ordine pubblico in modo prolungato e logorante al rischio?”.
E ancora, parlando dello “scudo” per gli agenti: “Creare stati di eccezione permanente, senza allargare il perimetro di coloro che, in ragione della loro funzione, godono di uno status di immunità […] mina e tradisce la fiducia del Paese”.
Come noi, anche al Colle si pongono tutte queste domande, e non riescono a darsi risposte convincenti, perché poco convincente è anche la genesi del decreto e la sua singolare tempistica.
Lunedì 2 febbraio, al Ministero dei Trasporti, c’è stato l’incontro tra Matteo Salvini e Roberto Vannacci che ha sancito la scissione nella Lega, creando un bel problema alla maggioranza di governo. Dopo il faccia a faccia finito a schifìo, Salvini ha avvisato Giorgia Meloni, la quale, a quel punto, ha dato il via libera al ministro Piantedosi, per il durissimo intervento alla Camera, avvenuto martedì 3.
È singolare che il mite prefetto irpino mostri i muscoli e tiri fuori gli artigli proprio il giorno dopo la scissione del sovranista ultra-destro Vannacci.
Come a dire: imprimiamo una svolta securitaria al paese per impedire al generale di toglierci voti a destra. Una gara a mostrare chi ce l’ha più duro, il manganello.
Peccato che alle parole tonitruanti dello stesso Piantedosi (che in aula ha evocato gli anni di piombo: “il livello dello scontro richiama dinamiche terroristiche”; “Chi sfila a fianco di questi delinquenti finisce per offrire loro una prospettiva di impunità”; “il corteo era una resa dei conti con lo stato democratico”) corrisponda un vuoto d’azione negli ultimi anni.
Il governo di cui Piantedosi fa parte è in carica dal 2022, e da allora non ha né aumentato il numero dei poliziotti né migliorato loro il misero stipendio.
Stretti i cordoni della borsa dal ministro Giorgetti, sulla sicurezza restano solo le chiacchiere: le cronache di siti e giornali sono piene ogni giorno di scene di violenza, degrado, situazioni dove lo Stato è completamente assente, dai campi rom alle periferie di Torino, Milano, Napoli, Roma e Palermo.
Il sindaco di Milano, Beppe Sala, aveva denunciato la situazione drammatica della sua città, stretta tra bande violente di “maranza” e l’arrivo di centinaia di migliaia di persone per le Olimpiadi invernali. Chiedeva maggiore impegno dello Stato, con più agenti, è stato respinto con perdite.
In questo chiacchericcio sterile da parte del Governo, che ciancia di ordine ma non lo agevola con misure concrete, restano le sceneggiate a beneficio di propaganda, come il repentino viaggio a Torino di Giorgia Meloni: a favor di fotografi, è andata a omaggiare i poliziotti aggrediti dai black bloc. E la premier non si muove a caso: se lo fa, è perché in piena difficoltà politica.
La scissione a destra di Vannacci, il rischio di una sconfitta al referendum del 22-23 marzo e l’effetto destabilizzante della svolta autocratica del suo amico Trump negli Stati Uniti, la costringono a inventarsi sempre nuove trovate per non perdere consenso. E ora s’aggrappa al decreto sicurezza come a un salvagente.
Si illude, la pora Giorgia, che con un elmetto in testa possa convincere gli italiani che il governo risponde alle esigenze del paese. Meloni e gli altri “hobbit” di Palazzo Chigi, però, questa volta sono stati maldestri, e si sono mossi come elefanti in una cristalleria.
Hanno infatti apertamente mescolato un po’ di cara vecchia “strategia della tensione” (nel suo editoriale sul “Corriere della Sera”, Antonio Polito ieri ricordava i consigli di Cossiga all’allora ministro dell’Interno, Maroni, nel 2008: “Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, lasciare che i manifestanti mettano a ferro e fuoco le città… Dopo di che, forti del consenso popolare, le forze dell’ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà”), e un po’ di “strategia della distrazione”.
L’obiettivo è far dimenticare tutte le magagne degli ultimi mesi: il mancato rafforzamento delle forze dell’ordine, il flop dei centri in Albania, l’economia reale che arranca, gli stipendi al palo e la insidiosa vicinanza della Ducetta allo svalvolato Trump, che con la sua “Ice”, a suon di manganellate e uccisioni, ha mostrato il vero volto della sua America, ormai a un passo dal caos.
Se consideriamo che persino il sondaggista non-ostile al governo, Nando Pagnoncelli, dà per acclarato un testa a testa per il referendum sulla giustizia (il sì al 50,9% e il no al 49,1%), si capisce perché Giorgia Meloni ha un diavolo per capello.
Deve ora mostrare un volto muscolare per recuperare consensi e allontanare il rischio di dover correre a elezioni anticipate.
Eh già, perché, nonostante la Ducetta abbia già dichiarato che non si dimetterà in caso di sconfitta al referendum, la sua “fiamma tragica” la sta incalzando. Provano a farle capire che se il “no” dovesse vincere, quella che oggi è un’opposizione sgarrupata e divisa si potrebbe improvvisamente ringalluzzire. A quel punto, per evitare un anno di guerriglia e logoramento, forse per il centrodestra sarebbe meglio correre ai ripari con un voto anticipato, evitando di farsi dilaniare a lungo.
Il ritorno alle urne non sarebbe più, come nei mesi scorsi, un modo per capitalizzare un consenso in crescita, ma una mossa disperata per evitare di perderne altro.
Trascinare il paese al voto, con la scusa della sconfitta politica nel referendum e la scissione nella Lega potrebbe permettere alla Meloni, nella testa dei “capoccioni” di Palazzo Chigi, di fregare sul tempo il centrosinistra ancora diviso e senza leadership…
Palazzo Chigi: “Se perdiamo il referendum, meglio andare al voto anticipato per non farci logorare…”
Notizia bomba. Venga comunicata con le dovute cautele ai morti di sonno della opposizione, perché un risveglio brusco può portare serie conseguenze.
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Paura, eh? 😀
Referendum giustizia, i No recuperano sul Sì. Ora è testa a testa:
https://www.ilfoglio.it/politica/2026/02/04/news/referendum-giustizia-i-no-recuperano-sul-si-ora-e-testa-a-testa-8616198/
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Dipenderà dall’affluenza al referendum…se supererà quelle delle ultime politiche… la sora garbateliana spera in una crisi per evitare che molti italiani si sveglino.
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