
(Alessandro Danese – lafionda.org) – Gli eventi che possono accadere in ventitré secondi sono infiniti. Situazioni belle, emozioni di ogni ordine e scala, episodi tragici. Ventitré secondi possono significare tutto o niente. In ventitré secondi si può morire, salvare una vita, commettere una rapina e/o uccidere qualcuno, vincere una partita a scacchi, dire la cosa giusta al momento giusto o la cosa giusta al momento sbagliato.
Insomma, ventitré secondi sono un segmento temporale in cui l’ordinario può diventare straordinario o restare tale, senza avere apparentemente alcun significato.
A Torino, improvvisamente, ventitré secondi sono bastati per catapultare l’Italia in un riflesso oscuro, dove guardare e specchiarsi spaventa e fa tremare le gambe. Ventitré secondi di immagini, come nei migliori review del VAR chiamato a decidere le sorti di una partita di calcio, sono esattamente la durata del video trasmesso in questi giorni in tutti i TG e nelle trasmissioni televisive, che ritrae la violenta aggressione ai danni di un poliziotto da parte di persone incappucciate, nel corso degli scontri avvenuti durante la manifestazione contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna.
Ventitré secondi, come abbiamo visto, possono bastare per farsi un’idea, per esprimere un giudizio, una condanna morale e, perché no, anche per fornire elementi utili a stabilire una sentenza giuridica. Sì, ventitré secondi sono uno spazio temporale ben definito, sufficiente ma non esaustivo, perché ventitré secondi, come ogni spazio temporale, hanno sempre un prima e un dopo, soprattutto se ciò che raccontano vuole essere realmente analizzato, curato, risolto e non soltanto punito.
Vedere quelle immagini ha letteralmente sconvolto anche il cittadino più disilluso, disinteressato o sgamato. Un uomo a terra, picchiato brutalmente, non può lasciare indifferenti. Vedere un uomo a terra che indossa una divisa, massima espressione della rappresentanza dello Stato — o così dovrebbe essere — fa ancora più male: apre uno squarcio in una sorta di patto sociale che rischia di diventare insanabile. Deve lasciare sgomenti. Il contrario non è normale e sarebbe da condannare tanto quanto coloro che si rendono protagonisti di questi atti vili, infami e violenti. Su questo non si discute.
Il prima, in questo caso, può contare, certo, ma non per individuare una giustificazione a qualche astrusa vendetta contro la polizia (vedi i possibili ventitré secondi di tutori dell’ordine che bastonano a sangue un manifestante in fuga, perché purtroppo, infiltrato o no, chi va per picchiare spesso riesce a scamparla). Del prima, ciò che conta davvero sono invece le 50 mila persone scese in piazza pacificamente a Torino, come i due milioni di italiani che avevano invaso le città nei cortei di ottobre e che in alcun modo devono essere oscurati dalla violenza di pochi.
Ed è questo che spaventa. Ecco perché il dopo conta, e conta tantissimo, soprattutto in un momento come questo, in cui la direzione verso cui il mondo sembra dirigersi appare grigia e priva di una programmazione socioeconomica sostenibile e inclusiva. Un mondo che viaggia veloce verso uno scollamento totale tra cittadini e istituzioni, la nota “doppia velocità” che conduce inesorabilmente a una società divisa ed esclusiva, dove i popoli vengono considerati semplici passeggeri — per giunta scomodi. Passeggeri che sempre meno, e sempre più malvolentieri, hanno la possibilità di essere ascoltati dalle varie cabine di comando e che quindi, anche colpevolmente, si adeguano a essere semplici spettatori (si veda l’astensionismo elettorale).
Il dopo Torino, per questo, conta e deve contare. Su una scala internazionale, il G8 di Genova ha fatto scuola: è stato il primo spartiacque tra ciò che poteva essere un mondo più solidale e ciò che siamo diventati, un mondo crudele fondato sulla sperequazione, con la distruzione di una società civile responsabile e centrale nella politica per un’economia più equa e giusta. Una società civile che a Genova è stata umiliata nel sangue, a colpi di manganello, a vantaggio di un mondo globalizzato senza pudore né vergogna, che ha continuato a lasciare indietro sempre più persone, portandoci al disastro economico — oggi anche industriale — che abbiamo sotto gli occhi.
Ed è proprio perché non dobbiamo sottovalutare gli spazi di democrazia e libertà di espressione in cui ancora oggi è possibile muoversi, seppure sempre più ristretti, accerchiati e controllati, che è necessario analizzare, studiare e osservare con attenzione ciò che accadrà domani. Quei maledetti ventitré secondi non possono bastare: hanno un prima, ma soprattutto un dopo che può tracciare l’ennesima linea di confine del prossimo futuro. Un futuro che riguarda tutti noi, in poltrona e nelle piazze.
Perche’ se poi guardi tutta la partita ti rendi conto che almeno potevano pareggiare🤔
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Mi permetto di ripubblicare il post di Viviana, che racconta “quei 23 secondi” inquadrati nel reale contesto:
Viviana Vivarelli
Rita Rapisardi, firma del Manifesto, racconta cosa ha visto sabato a Torino.
“Ieri sera verso la chiusura del giornale, tarda, tanto lavoro, vedo esplodere la storia del “poliziotto martellato”, soprattutto da dopo che Crosetto twitta il video (rubato a un collega di Torino oggi, non citato, non pagato, il logo tagliato) che poi rimbalza ovunque.
La notizia in poco tempo diventa quella principale, oggi ci aprono i giornali, la premier in ospedale a stringere mani, dopo che a Niscemi si è fatta vedere dieci giorni dopo, ma non dalla popolazione per paura di contestazione.
Fortuna vuole che quella scena l’abbia vista con i miei occhi, ero a cinque metri, ancora più vicina del videomaker che si trovava alle mie spalle, in mezzo al corso, diviso dalle barriere del tram. A quel punto della serata gli scontri stavano andando verso la conclusione, i manifestanti si erano dileguati da corso Regina, quello di Askatasuna, dove si sono svolti per la maggior parte, per scappare verso il lungo Dora attraverso i giardinetti che portano al Campus Einaudi.
Migliaia di persone si sono riversate in quel poco spazio e pian piano sono riuscite ad arrivare dall’altra parte, sulla Dora appunto, anche perché le forze di polizia arrivavano da entrambi i lati e la paura era quella di essere chiusi contro i cancelli, motivo per cui alcuni hanno aperto un varco tra le grate. Il tutto per fortuna si è svolto abbastanza tranquillamente, in molti urlavano di fare piano, con calma e non agitarsi. Nel frattempo continuava incessante il lancio dei lacrimogeni.
In corso Regina ormai erano in pochi. Sono tornata indietro per controllare, si parla di 20-30 persone al massimo. Mi affaccio e arrivano lacrimogeni ad altezza uomo (cosa vietata), una ragazza di fianco a me viene colpita, un’altro batte sull’angolo del muro e mi sfiora. Indietreggiamo, capisco che da lì sono un bersaglio, quindi torno sul corso e mi nascondo tra le auto.
A questo punto vedo arrivare da sinistra una squadra di venti agenti in antisommossa che corrono per manganellare quei dieci più vicini, ormai deboli di numero. Sono pronta ad urlare “stampa”, convinta le avrei prese anche io, abituata a vestirmi sempre di nero poi.
Uno di questi, esce dallo schieramento, parte da solo e si allontana di 15 metri, per inseguire un paio di persone, mi pare una avesse un’asta in mano. Le inizia a manganellare, uno finisce a terra. Altri manifestanti arrivano in soccorso prendono il poliziotto e lo sbattono via, lui cade a terra e da lì ci sono quei secondi immortalati dal video ormai virale. Perde casco non allacciato e poi i due colpi di martelletto (non martello).
Mi giro e guardo la squadra, nessuno arriva a salvarlo, eppure l’hanno visto. Intanto da dietro arrivano delle urla, “basta, basta, lasciamolo stare”. I militanti si allontanano e finalmente arriva un collega. In due poi lo trascinano via. Doppia ritirata, a quel punto mi allontano anche io, non era rimasto più nessuno.
Cosa capiamo quando vediamo un video? Dov’è la nostra capacità di analisi? Quali domande ci facciamo? Cosa è successo prima, come interpreto quei pochi secondi, saranno tagliati ad arte? Ieri sera leggo “il poliziotto assaltato, circondato, preso e isolato”.
Ci sono numerosi video di persone a terra circondate e manganellate quando sono a terra (anche fotografi, che non finiranno in home page), ho visto teste aperte, labbra spaccate, persone intossicate dal lacrimogeni che hanno vomitato in strada. Almeno in trenta sono andati negli ospedali torinesi, allertati la sera prima, l’ultima volta l’emergenza era stata data nel periodo Covid, per capirci. Molti altri curati sul posto, non si avvicinano ai pronto soccorsi per paura di denunce.
Ora al di là di tutto, questo volevo raccontare, solo perché ero lì, di analisi sulle violenze e il loro significato ne trovate altrove, non aggiungerò altro, possiamo parlarne di persona. La giornata di ieri invece la trovate sul giornale, scritta insieme a Giansandro Merli, o nei commenti”.
Rita Rapisardi
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