«Sarebbe bene diffidare di coloro che costruiscono l’avvenire. Soprattutto quando, per costruire l’avvenire di uomini non ancora nati, hanno bisogno di fare morire gli uomini vivi. L’uomo è materia prima soltanto della propria vita» Jean Giono (Mi rifiuto di obbedire)

(Andrea Malaguti – lastampa.it) – Nel mondo è l’ora della destra. Il pensiero che si è affermato è di destra. Il pensiero che conta è di destra. E di destra è l’egemonia culturale, a dispetto di tanti surreali giudizi rovesciati. Persino la visione del futuro, gli strumenti per realizzarlo, le straordinarie nuove tecnologie sono di destra. Viviamo nel culto dell’autorità sbrigativa, delle decisioni prêt-à-porter, del fastidio esplicito per qualunque forma di discussione e di confronto. Il tono assertivo travolge quello dubitativo. Rifiutiamo la complessità. L’azione vale più del pensiero, scardinando la tessitura tipica dei progressisti di ogni dove. «La differenza tra Donald Trump e chi è venuto prima di lui è l’azione», ha scandito orgoglioso davanti ai potenti della terra riuniti a Davos il segretario di Stato Marco Antonio Rubio, rivelando la formula magica della Casa Bianca. Fare. Non importa come, con quali danni e quali risultati. Fare significa Essere. Dominare. Imporsi. La geopolitica e le organizzazioni sociali come un ring. Uno resta in piedi, l’altro va al tappeto. Naturalmente, folla in delirio. Lezione amara, che dovrebbe dire qualcosa persino a Bruxelles.
Ad applaudire Rubio alcuni dei più potenti, spietati e geniali tecno-feudatari americani, Alex Karp, Jensen Huang, Elon Musk. Billionaires che pavimentano la strada del futuro. Non semplicemente il loro, quello di tutti. Abbiamo bisogno di punti fermi.
E loro li danno. Di uomini forti. E loro lo sono. Di decisionisti che ripiegano le democrazie come bandiere ritirate da un pennone dopo un funerale. E loro non chiedono di meglio.
Come sopra, l’Unione dovrebbe prendere appunti. Non per copiare. Per capire e reagire. Non c’è stato bisogno di nessun colpo di Stato. Semplicemente è successo. Semplicemente, per molti è un bene. Vale per Mamma America, per l’Argentina, per una larga parte della Francia e della Germania. E vale per un pezzo d’Italia. L’attrazione per dinamiche russe, o cinesi, ha avuto la meglio sulle complicate costruzioni egualitarie a cui si erano vincolati l’Europa e l’Occidente nel dopoguerra, producendo crescita, sviluppo, uguaglianza, opportunità, scolarizzazione e aumento del benessere e delle aspettative di vita. Evidentemente non è bastato.
I satelliti, i Big Data, gli algoritmi, l’intelligenza artificiale, eccolo l’armamentario dell’Uomo Nuovo. In guerra e in pace. Ma soprattutto in guerra. È nel disordine e nel conflitto, nell’incertezza e nella paura, che il Capitalismo della Sorveglianza – capace di mettere a disagio persino un numero sempre più significativo di banchieri planetari – moltiplica la propria forza, il proprio peso, il proprio potere e il proprio patrimonio. I satelliti decidono il destino degli scontri armati, a Kiev come sul Mar Rosso, gli scudi spaziali definiscono le gerarchie delle Nascenti Fortezze Globali e l’Occhio invisibile di Palantir scheda, individua e denuncia gli esseri umani destinati all’espulsione a Minneapolis e in ogni altro luogo in cui la presenza di uno “straniero” non è gradita. La caccia all’uomo dell’Ice non è certo un inedito nella storia. È semplicemente la chiusura di un cerchio. I primi schiavi arrivano in Virginia all’inizio del Seicento, portati da una nave olandese. Da lì in avanti comincia un commercio florido e sempre più disumano. Era un’America che gli “stranieri” li importava e li incatenava, sfruttandoli come manodopera pagata a colpi di frusta. Oggi li mastica e li sputa. E quando nel 1793 il Congresso approva la legge sugli schiavi fuggitivi, controfirmata da George Washington, nasce un vero e proprio esercito di Slave Patrols, Cacciatori di uomini, con la stessa attitudine alla violenza indiscriminata e la stessa licenza di uccidere dell’Immigration and Customs Enforcement. In un inatteso e bestiale gioco dell’oca, siamo tornati alla casella di partenza. Come si fa a non credere a Vico?
Domanda: questo cammino apparentemente inesorabile e condiviso, è in grado di produrre un nuovo sistema equilibrato e vantaggioso per la maggior parte di noi? Io penso di no. Certo di essere minoranza. Basta con il capello spaccato in quattro degli evoluzionisti woke, degli accademici e degli intellettuali, ci penserà il rapido, travolgente, entusiasmante, rigore tecnologico dei pirati della cybersicurezza, a ristabilire l’ordine, esaltando le economie di guerra. Questo è lo spirito di un tempo in cui chi fosse interessato alla ricostruzione di Gaza è costretto a sedersi al tavolo con i tiranni variopinti di un’Onu alternativa e avvelenata chiamata Board of Peace. Non esistono alternative. Salvo aggrapparsi a Jean Giono: «Sarebbe bene diffidare di coloro che costruiscono l’avvenire. Soprattutto quando, per costruire l’avvenire di uomini non ancora nati, hanno bisogno di fare morire gli uomini vivi. L’uomo è materia prima soltanto della propria vita». Analisi prodotta negli Anni Trenta, da scolpire in eterno nelle nostre menti.
L’auto-candidatosi premio Nobel per la Pace Donald Trump, dopo avere risolto le perplessità dei sauditi, degli emiratini e dei qatarioti (preoccupati dalla capacità di Teheran di distruggere i loro pozzi di petrolio), è pronto ad entrare in Iran. Poi toccherà forse alla Nigeria – «Nessun altro Paese dispone della nostra forza» – in un’escalation finalizzata a tagliare le fonti di rifornimento ai cinesi e che spiega anche l’esfiltrazione del dittatore Maduro dal Venezuela. La logica del dominio non ha mai fine. Alimenta sé stessa, si avvita alle proprie paure, moltiplica le proprie ansie. Ma i motori sono accesi, la corsa è partita, e nessuno sa chi finirà per pagarne il prezzo.
Un dubbio che deve colpire persino Giorgia Meloni, la cui solidità e stabilità interna sarebbero state certamente meglio garantite da un’amministrazione americana di segno opposto. La lucida follia di Donald Trump sta diventando un fattore di destabilizzazione anche per lei, il suo principale fattore di debolezza, rendendo visibile il suo imbarazzo. Un inedito, per chi, come Meloni, è capace di navigare anche nei mari più agitati, grazie ad un istinto politico tanto opinabile quanto raro. Che fare, adesso? Allinearsi all’adorazione che sconfina nell’obbedienza cieca per Trump non è più possibile. Come fai a stare serenamente dalla parte di chi accetta e giustifica gli omicidi a sangue freddo dell’attivista Renée Good e dell’infermiere Alex Jeffrey Pretti e promuove la sua sola coscienza a parametro universale del giusto e dell’ingiusto?
Ma è difficile per lei, per la sua parte, per la sua destra, anche prendere le distanze dal nuovo corso della Storia che accelera i processi e trasforma le relazioni internazionali imponendo il respiro della Silicon Valley, perché proprio di quel respiro marziano e marziale è innamorato il suo elettorato.
I dettagli di questi giorni indicano le prime vere difficoltà di Palazzo Chigi. La posizione ancora oggi marginale e radicale dell’estremismo vannacciano può diventare un elemento decisivo di una tornata elettorale più vicina di quanto sembri, il granello di sabbia che ingolfa il potente motore dell’esecutivo. Farsi rosicare un banale 3% dal lato oscuro della forza, potrebbe far precipitare la premier, pressata anche dall’infelicità aggressiva di Salvini, in una posizione d’inaspettata minoranza. Persino l’esito del referendum sulla giustizia non appare più scontato. I sondaggi danno il Sì ancora in vantaggio, ma con il No in impensabile recupero. Inoltre, c’è il caso Niscemi. La terra che frana. Le case in bilico. Gli abusi. Le liti. L’attivismo rivendicativo mostrato da Meloni quando ad essere piegata dalle alluvioni fu la rossa Romagna, si è trasformato in cauto appoggio solidale nella Sicilia guidata dall’eterno Renato Schifani, erede più prossimo del ministro di Fratelli d’Italia Nello Musumeci. In un pianeta che scivola senza freni su un piano inclinato, la presidente del Consiglio – chiamata alla sfida più dura e per lei paradossale, quella di trainare la rifondazione europea – è costretta per la prima volta in tre anni a farsi domande su chi vuole essere davvero. E quale prezzo è disposta a pagare per la propria stabilità. Come spiega Jean Giono, la voce ferma e lo sguardo feroce impediscono la pietà, sentimento mai stato tanto necessario. E al quale neppure la destra egemone è in grado di rinunciare, pena la rottura definitiva del patto sociale.
“Vale per Mamma America..”
Mamma aquila sa quando è il momento. E a quel punto butta fuori dal nido i piccoli per costringerli ad imparare a volare.
Tutti i tonfi che senti sono di aquilotti che, dopo ottant’anni di tutoraggio, si schiantano al suolo perché le ali rattrappite sono inutili.
Mamma aquila.
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Mamma america
Trump è “Daddy”, cioè paparino..
Sembriamo un continente di minorati. E forse è anche vero. Però per uscirne vivi bisogna ammetterlo.
Anche con l’aiuto della stampa, che è il sale della democrazia (sempre sia iodato).
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Musica va’
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❗Secondo una proiezione del quartier generale del Decision Desk, sabato i democratici hanno ottenuto una sorprendente vittoria in un ballottaggio speciale per il Senato del Texas, dando al partito una spinta importante in vista delle elezioni di medio termine di novembre. Il democratico di Fort Worth Taylor Rehmet, macchinista e veterano dell’aeronautica, ha sconfitto il repubblicano di Southlake Leigh Wambsganss, andando a ricoprire il vacante distretto 9 del Senato dello Stato. Il distretto era in vantaggio di 17 punti rispetto al presidente Trump, che sabato mattina aveva appoggiato Wambsganss, nel 2024. La corsa si è conclusa con un ballottaggio dopo che nessuno dei candidati è riuscito a ottenere la maggioranza alle elezioni di novembre.La performance superiore alle aspettative di Rehmet in autunno ha alimentato le preoccupazioni del GOP e diversi importanti leader del partito, tra cui il governatore Greg Abbott (R), sono intervenuti nella corsa nel tentativo di dare una spinta a Wambsganss.”Quando un sindacalista di base come Taylor Rehmet ottiene risultati superiori di quasi 20 punti e impone un ballottaggio, non potrebbe essere più chiaro che gli elettori sono stanchi delle stronzate repubblicane”, ha affermato il presidente del Partito Democratico del Texas, Kendall Scudder. La vittoria di Rehmet alimenterà sicuramente l’ottimismo dei democratici in vista delle elezioni di medio termine, dove il partito spera di ribaltare la Camera e potenzialmente anche il Senato, in un contesto di crescente preoccupazione per l’economia e rabbia per le politiche sull’immigrazione di Trump.Il seggio si è reso disponibile dopo che il senatore repubblicano Kelly Hancock è stato nominato controllore di stato facente funzioni. Nelle elezioni al Senato locale, i democratici hanno vinto con un vantaggio di 14 punti. Inoltre, hanno vinto in un distretto in cui nel 2024 Trump aveva guidato con un vantaggio di 17 punti su Harris.Le elezioni anticipate, si sono svolte con un’affluenza più bassa. Ma in ogni caso, la bilancia si sta spostando bruscamente a favore del Partito Democratico. Allo stesso tempo, i democratici sono riusciti (senza sorprese) a vincere anche nel distretto di Houston nelle elezioni al Congresso.Ora avranno 214 seggi nella camera bassa contro i 218 dei repubblicani. Sarà ancora più difficile approvare nuovi bilanci.Il portavoce della Camera dei Rappresentanti, Mike Johnson, chiede apertamente a tutti i membri del Congresso repubblicani di non perdere neanche una riunione. Anche se si trovano sull’orlo della morte. I repubblicani hanno una maggioranza molto precaria, e il Congresso sta diventando sempre più disfunzionale.Nei sondaggi, i democratici hanno iniziato a prendere il sopravvento x le prossime elezioni intermedie.
Sempre più spesso superano i repubblicani di 5-6 punti, in alcuni casi il vantaggio del Partito Democratico arriva addirittura a 9-10 punti. I disastri in Minnesota e la sconfitta di Trump hanno dato un vantaggio ai democratici.La sconfitta in Texas non è la prima per i repubblicani negli ultimi mesi. A novembre hanno perso in New Jersey e Virginia, e a dicembre a Miami.
E questo è un campanello d’allarme molto preoccupante per la squadra di Trump. Più giocano con la politica estera, più perdono posizioni all’interno dell’America. E il tempo per cambiare rotta sta diminuendo sempre di più.Il presidente ha certamente sperimentato questa tendenza quando, nel 2018, i repubblicani persero il controllo della Camera durante il suo primo mandato.
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Non solo i trend storici giocano a sfavore del GOP nel 2026, ma anche i sondaggi non promettono nulla di buono per il partito.
Un sondaggio di Fox News pubblicato all’inizio di questa settimana ha rilevato che il 52 percento degli elettori ha dichiarato che avrebbe sostenuto il candidato democratico nel proprio distretto della Camera, segnando il livello di sostegno più alto registrato per entrambi i partiti nel sondaggio dall’ottobre 2017. Un altro 46 percento ha affermato che avrebbe votato per il candidato repubblicano nel proprio distretto a novembre. Altri repubblicani non erano altrettanto preoccupati che il presidente esprimesse la sua teoria sulla mentalità degli elettori nelle elezioni di medio termine. Lo stesso sondaggio di Fox News ha rilevato che l’82 percento dei democratici afferma di sentirsi propenso a votare quest’anno, rispetto al 76 percento dei repubblicani e al 61 percento degli indipendenti.
Trump ha fatto ricorso a una serie di tattiche di comunicazione nel tentativo di energizzare la sua base, tra cui avvertimenti sempre più insistenti sul fatto che i democratici della Camera si muoveranno per metterlo sotto accusa, come fecero durante il suo primo mandato, se dovessero riconquistare la maggioranza.
Il capo dello staff della Casa Bianca, Susie Wiles, ha dichiarato il mese scorso che il presidente avrebbe “fatto campagna elettorale come se fosse di nuovo il 2024”, nel tentativo di attrarre gli elettori meno propensi a votare, molti dei quali costituiscono la base elettorale del presidente.
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Trump si lancia in una folle serie di post in pochi secondi dopo l’umiliante sconfitta del GOP.
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“MAGA ERA UNA MENZOGNA”.
L’ex deputata Taylor Green ha accusato Trump di aver ingannato gli elettori e di aver speso il primo anno del suo secondo mandato per obiettivi non americani. In un’intervista con la conduttrice radiofonica Kim Iversen, Green (che si è dimessa dalla Camera dei Rappresentanti nel gennaio 2026) ha dichiarato che lo slogan di Trump MAGA “era una completa menzogna”. Ha, in particolare, affermato: ” In questa amministrazione, MAGA in realtà non serve il popolo, ma i suoi grandi sostenitori. Grandi donatori che hanno donato i loro soldi e continuano a fare donazioni ai comitati politici del presidente, così come per la [celebrazione] del 250° anniversario e per la costruzione di una grande sala da ballo. Queste persone godono di particolari privilegi. Ottengono contratti statali, grazie e perdoni per se stessi o per i loro amici e parenti. I paesi stranieri – sono loro a gestire tutto qui. Sono grandi corporazioni e tutti questi interessi globali. Questo è ciò che MAGA rappresenta davvero.
Vediamo la guerra scatenata da Israele, le persone innocenti a Gaza, centinaia di migliaia delle quali sono state uccise per poter organizzare un nuovo sviluppo. Dagli anni ’90 ci hanno detto che l’Iran era una minaccia, che avrebbero avuto la bomba.Quanti anni sono passati e l’Iran non ci ha mai bombardato”.
Riguardo alla Russia: “Prendete qualsiasi film hollywoodiano. Chi sono i cattivi? La Russia! Da così tanto tempo la Russia è cattiva e il cattivo principale è sempre russo. E ci viene chiesto di odiare i russi. Ma la Russia non mi ha fatto nulla. Non mi sento offesa o umiliata dai russi. Non avrei mai pensato alla Russia. Ma in realtà sono impressionata da quanto sia cristiana questa nazione”.
http://www.quiradiolondra.tv
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