Ogni riforma che allenta l’autonomia dei pm e frammenta il governo della magistratura rende più difficile colpire il potere dei clan

(di Roberto Saviano – repubblica.it) – Il referendum costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati del 22 e 23 marzo ha quale posta in gioco non solo l’assetto e l’indipendenza della magistratura, ma la tenuta della nostra antimafia. Ogni riforma che indebolisce l’autonomia del pubblico ministero, che frammenta il governo della magistratura o che espone l’azione giudiziaria al conflitto politico produce sempre infatti lo stesso effetto: rende più difficile colpire il potere mafioso lì dove oggi è più forte. Che non è la criminalità di strada per la quale il panpenalismo caro al governo Meloni ha moltiplicato le figure di reato che non aumentano la sicurezza ma sovraccaricano tribunali già al limite. Ma è l’economia, sono gli appalti pubblici, dove la politica intreccia rapporti con i grandi interessi che muovono merci e capitali. E che questa riforma non scalfisce in alcun modo.
Votare Sì al referendum sulla separazione delle carriere finisce dunque per aiutare le mafie. Perché tutto ciò che indebolisce chi le contrasta ha come diretta conseguenza quella di rafforzarle. E non si tratta di una posizione ideologica, ma della presa d’atto di una costante storica: le organizzazioni mafiose prosperano quando l’azione giudiziaria è più fragile, più divisa, più isolata, più strumentalizzata a fini politici (da Garlasco alla famiglia nel bosco) al solo scopo di generare sfiducia e indebolirla nel suo complesso. E questa riforma sottoposta a referendum — al di là della retorica sulla “modernizzazione” — va esattamente in quella direzione.

Una magistratura più divisa è una magistratura più vulnerabile. E una magistratura vulnerabile è meno efficace nel colpire le mafie dove contano davvero: nei flussi finanziari, nelle relazioni opache, nelle zone grigie dove legalità e illegalità si confondono. Le grandi indagini antimafia non si reggono sull’eroismo dei singoli, ma su strutture solide, coordinate e indipendenti, capaci di sostenere inchieste lunghe, complesse e spesso scomode. E dunque, quando questi presìdi si indeboliscono, l’effetto è che le inchieste rallentano fino a spegnersi.
Si obietta che la separazione delle carriere è una semplice questione tecnica. E, in astratto, l’osservazione sarebbe persino condivisibile. Ma il referendum non chiama a decidere su un modello ideale di organizzazione giudiziaria. L’esito del referendum peserà su un sistema già sotto pressione. Separare il pubblico ministero significa renderlo più solo, più esposto, più governabile. Significa alterare gli equilibri del Csm e aumentare la permeabilità dell’ordine giudiziario all’influenza dell’esecutivo attraverso carriere, nomine e disciplina.
La separazione delle carriere non toglie potere allo Stato: lo concentra. E ogni volta che il potere si concentra nell’esecutivo, i contrappesi democratici rischiano seriamente di indebolirsi. Per la gioia delle mafie. Che non temono l’arresto del singolo boss, ma uno Stato capace di ricostruire reti, patrimoni e relazioni con il potere economico e politico.
Gli osservatori attenti sanno bene come il mito dell’antimafia di cui questo governo ama dirsi custode e paladino è una narrazione falsa. Dietro la retorica di durezza e inflessibilità, le scelte concrete di governo non rafforzano l’antimafia, ma rendono più tollerabile, silenziosa, normale — sì, normale è la parola esatta — la presenza mafiosa nell’economia legale. E del resto le mafie oggi cercano questo: normalità: società formalmente pulite, subappalti, professionisti insospettabili, crediti fiscali, intermediazioni. È su questo terreno che si misura la serietà di un governo ed è proprio qui che gli anticorpi sono stati indeboliti. Senza girarci troppo intorno, questo governo ha “imposto” una riforma costituzionale escludendo dalla discussione il Parlamento. E ha spesso presentato questa riforma come una “punizione” per la magistratura che — a suo dire — deve essere “ridimensionata”, ma allo stesso tempo senza che ne venga indicata una prospettiva futura. Perché se è vero che la separazione delle carriere è un primo passo per una riforma strutturale della giustizia, è lecito domandarsi: cosa verrà dopo?
Con queste premesse non è possibile firmare assegni in bianco. Non in un sistema che rende il pubblico ministero più isolato, più esposto, più governabile.
E che la bandiera antimafia di questo governo sia solo forma e non sostanza lo dimostrano le sue decisioni. A cominciare dal nuovo Codice degli appalti che non favorisce le mafie per una singola soglia o procedura, ma perché modifica il clima dell’economia pubblica: meno controllo preventivo, più discrezionalità; meno regole impersonali, più relazioni. La parola chiave diventa “fiducia”. Ma le mafie non hanno mai temuto la fiducia: l’hanno sempre sfruttata. Dove lo Stato rinuncia a verificare prima, qualcun altro entra subito: meno gare, infatti, significa meno trasparenza, perché le mafie non vincono le gare, ottengono incarichi. La moltiplicazione dei subappalti spezza i controlli e rende invisibile l’origine dei capitali; la velocità diventa un valore in sé, comprimendo verifiche e istruttorie. E i controlli? Quelli arrivano dopo, quando i flussi si sono già mossi.
In questo quadro, il funzionario pubblico è più solo, mentre l’Autorità anticorruzione viene progressivamente ridotta a un ruolo di osservazione, non di interdizione.
Le mafie non temono chi segnala e dà avvio a procedure dai tempi lunghi. Le mafie temono chi può fermarle subito. E resta poi il grande assente: il governo dei flussi finanziari. È lì che le mafie operano oggi, perché non cercano visibilità, ma rendimenti.
A questo si aggiunge un altro fronte decisivo, spesso mascherato dal linguaggio dei diritti: la limitazione delle intercettazioni. Anche qui l’equivoco è voluto. La privacy non si difende impedendo di intercettare, ma impedendo di pubblicare ciò che non ha rilevanza penale. Ridurre o scoraggiare l’uso delle intercettazioni nelle indagini antimafia è un regalo alle organizzazioni criminali. Le mafie di oggi non parlano con le armi, ma con telefoni, messaggi cifrati, mediazioni informali. Senza intercettazioni non si vedono le reti, solo gli effetti finali. Limitare questo strumento non tutela i diritti: rende le mafie più tranquille.
Lo stesso schema si è visto nella gestione dell’edilizia durante il periodo Covid. Un incentivo nato da un’idea giusta è stato costruito senza controlli adeguati ed è diventato uno dei più grandi spazi di intermediazione opaca degli ultimi decenni. Il problema non è stata l’intenzione iniziale, ma l’assenza di anticorpi. Questo governo non ha corretto quell’errore strutturale: lo ha continuato. Ha chiuso un canale senza rafforzare il sistema. Ha bloccato i bonus senza colpire i flussi mafiosi alla radice. E il denaro mafioso, quando incontra un ostacolo, non si ferma: si sposta. Dai bonus agli appalti, dalla piccola edilizia alle grandi opere. L’errore diventa metodo.
E così per l’abolizione del reato di abuso d’ufficio che, presentata come tutela per sindaci e funzionari, ha smantellato uno dei pochi strumenti capaci di colpire le zone grigie: il punto di contatto tra potere pubblico e interessi privati. Non si è protetta la buona amministrazione ma si è disarmata la capacità dello Stato di intervenire prima che il favore diventi sistema.
Il decreto Caivano, poi, altra bandiera di questo governo, ripete l’errore: più carcere minorile, meno lavoro concreto sui giovani in un territorio dove manca tutto. È una scelta miope perché le mafie prosperano nel carcere precoce. Anticipare e inasprire la punizione lungi da avere un carattere di deterrenza, al contrario significa anticipare l’affiliazione: lo Stato punisce prima, la mafia accoglie prima. Oltretutto si colpisce il disagio, la povertà, la mancanza totale di risorse e prospettive, non le strutture criminali. Si reprime a valle, mai a monte.
Dire che questo governo sia “amico delle mafie” sarebbe una caricatura, ma non è certo un governo antimafia. Ha indebolito controlli, prevenzione e anticorpi. Ha privilegiato la repressione simbolica e trascurato l’economia criminale. Ha parlato di legalità mentre lasciava crescere opacità.
Ed è qui che il cerchio si chiude. Questo referendum, presentato come scelta di modernizzazione, è l’ultimo tassello di (per alcuni il primo passo per) una fragilità più ampia. Un tassello che rende l’antimafia più debole, più lenta, più isolata. Le mafie non chiedono protezione e complicità, ma spazio, stanchezza istituzionale, zone grigie e assenza di visione.
Se vince il Sì, questo spazio si allargherà. Non per una scelta di complicità, ma perché verranno indeboliti proprio gli strumenti che oggi permettono di colpire le mafie dove sono più esposte: nei patrimoni, negli appalti, nelle connessioni con politica e affari.
Le organizzazioni criminali vincono nel silenzio. Vincono quando mettono radici nel sistema economico fino a diventarne parte integrante, quando le maglie del controllo si allargano al punto da permettere loro di confondersi con lo sfondo. Vincono quando la loro presenza non fa più notizia, quando non appare più come un’anomalia, ma come un elemento ordinario del funzionamento dell’economia e dell’amministrazione.
Le mafie diventano presenza normale quando non hanno più bisogno di minacciare, quando operano attraverso società pulite, professionisti rispettabili, procedure apparentemente regolari. Quando non violano le regole in modo plateale ma le abitano, le piegano a loro profitto. È in quel momento che vincono davvero. Non quando sparano, ma quando non disturbano. Non quando fanno paura, ma quando non sembrano più un’emergenza, anzi una risorsa.