
(Flavia Perina – lastampa.it) – Per la prima volta rischia di rompersi il gioco di vasi comunicanti che da sempre protegge il centrodestra e consente di trasferire il consenso da uno schieramento all’altro senza perdite significative nel complesso. Con il partito di Roberto Vannacci in campo, se (quando) succederà, addio equilibrio idrostatico: rivolo o torrente che sia, il voto per il generale sarà voto contro la maggioranza, la premier, le sue scelte di politica estera e interna, le sue relazioni europee, e quindi voto sovranista contro la continuità di una maggioranza percepita come succube dei diktat di Bruxelles. Scivolerà fuori dai vasi comunicanti. Potrebbe provocare danni.
Da mesi ogni intervento pubblico del generale e ogni suo commento ai fatti di giornata esprime una linea di contrapposizione al governo, con critiche più o meno esplicite a Giorgia Meloni e ad Antonio Tajani sul Mercosur, sul board per Gaza, sul sostegno a Kiev che “promuove il proseguo della guerra”, sull’amicizia con “le fetecchie tedesche” o con l’imbelle signora von der Leyen. Sono prese di posizioni che iscrivono Vannacci alla gara dei Gengis Kahn in corso in molti Paesi europei, dove i movimenti sovranisti spuntano come funghi e si rubano voti uno con l’altro nella sfida a chi è più estremista, feroce, provocatorio.
Anche per questo la possibile scissione non è un problema del solo Matteo Salvini. Anzi. Il capo della Lega potrebbe addirittura approfittarne per offrire al Nord il riequilibrio che chiede da un pezzo e puntellare così la sua leadership in difficoltà. La platea a cui punta Futuro Nazionale, come è evidente dal nome, è quella ben più vasta ed elettoralmente interessante della destra “arrabbiata”. C’è il mondo di Indipendenza!, la formazione di Gianni Alemanno con cui il generale aveva avuto incontri positivi prima della disavventura dell’arresto. C’è un pezzo del Popolo della Famiglia, con Mario Adinolfi che già espone le “naturali convergenze” con il generale. Ci sono una decina di sigle della remigrazione, le stesse che Matteo Salvini ancora corteggia ma che, di sicuro, si troveranno meglio al seguito di un parà in mimetica, un po’ battaglia di Algeri e un po’ retata di Minneapolis.
Ma cos’è che ha “autorizzato” l’operazione di Vannacci, cosa ha reso all’improvviso la gara dell’estremismo un’opzione praticabile anche in Italia? Solo sei mesi fa sarebbe stato velleitario immaginare di sfidare Matteo Salvini e Giorgia Meloni da una prospettiva “cattivista”. Nelle dichiarazioni e nei fatti il governo occupava una posizione sicura sul bordo estremo del racconto conservatore, ma le ultime dall’America hanno aperto uno spazio nuovo a destra della destra. È lo spazio dove si muove senza tanti complimenti l’Ice, il luogo dove i diritti civili sono fanfaluca, il woke si combatte licenziando i professori, chi protesta è un terrorista e la debolezza degli Stati è un buon motivo per prenderseli con i soldi o con la forza. Insomma: è lo spazio dove il “mondo al contrario” viene raddrizzato a bastonate da chi è più forte, determinato, spregiudicato, dove Trump e Putin diventano icone di una necessaria post-democrazia.
La scommessa di Vannacci è occupare quell’area, che lui immagina enorme (ieri ha sparato: perché tre per cento? Voglio il venti), e adesso tocca agli alleati decidere come gestire la sfida: se lavorare per tenerselo nonostante tutto oppure mandarlo a quel paese, agire per isolarlo, sterilizzare il suo partitino. Ci sarebbe anche una terza opzione, inseguirlo nella gara dei Gengis Khan, ma incrociamo le dita: speriamo non ci tocchi pure questa.