Quando la “verità” è in contrasto con la libertà di espressione. La questione dei cosiddetti fact-checker è più ampia e seria della bocciatura da parte del sito Open dell’intervento del professor Alessandro Barbero.

(di Marco Lillo – ilfattoquotidiano.it) – La questione dei cosiddetti fact-checker è più ampia e seria della bocciatura da parte del sito Open dell’intervento del professor Alessandro Barbero.
Ci sono due valori in campo: da un lato la verità e dall’altro la libertà nella formazione dell’opinione pubblica in una società democratica. Hannah Arendt scriveva che “la verità, colta e accettata, si impone come un ostacolo invalicabile al potere, sia al potere del tiranno, che vuole imporre la sua verità, sia al potere democratico che vuole affermare la verità tramite consenso”.
La domanda chiave però è: chi detiene il potere di stabilire cosa sia vero o falso nel dibattito pubblico? In una società democratica bisognerebbe garantire il pluralismo e poi fidarsi della capacità di discernimento dei cittadini senza cedere alla paura e al paternalismo assegnando a soggetti terzi pagati dallo Stato o dai padroni dei social media il compito di giudici e censori. La verità non è un punto di partenza dal quale far partire il discorso pubblico ma la meta ideale a cui tendere grazie alla libera espressione di pensieri divergenti e talvolta anche fallaci.
Da sempre il potere ha la pretesa di stabilire i confini del dibattito pubblico utilizzando alibi adattati ai tempi: ieri c’era il “Taci il nemico ti ascolta” ora c’è la guerra “ibrida” o “cognitiva”. La scusa della tutela dei cittadini meno avveduti è l’aumento del ritmo della circolazione delle notizie. Ieri c’era la censura sulla temibile stampa, poi quella sui nuovi media, radio e tv. Oggi si agita lo spettro dei social media.
Il dibattito che si è aperto nella comunità dei fact-checker, di cui si occupa Virginia Della Sala, è l’occasione per riflettere sul tema vero: i rischi (certi) e i vantaggi (presunti) di affidare a terzi pagati da grandi gruppi o dalle istituzioni pubbliche la funzione di presidio della verità pubblica.
Il post di Davide Maria De Luca su X, forse per la biografia del suo autore (fact checker prima e ora giornalista a Domani) è l’inizio di una discussione seria.
Quando prende le distanze dall’idea “tecnocratica e perversa, che il dibattito politico sia fatto di numeri e dati divisi in modo binario- giusti o sbagliati -– e non di visioni del mondo che non sono né vere né false, ma semplicemente differenti” De Luca fa finalmente un’operazione di verità sulla casta della verità.
Ora però ci vorrebbe un passo in avanti. Il punto non è solo che i presunti giudici della verità (David Puente e Open) hanno esagerato estendendo il loro controllo al di là della corretta sfera di competenza fattuale fino alle questioni politiche. Il punto è che dovrebbero ammettere di essere anche loro non giudici terzi e superiori alle miserie del dibattito pubblico ma parti anche loro, in quanto tali portatori di verità, idee e visioni (talvolta anche, diciamolo, di interessi) discutibili e contrapposti a quelle degli altri. Qual è la relazione tra potere e verità che si cela dietro il fact-checking? I privati produttori di contenuti che si arrogano il ruolo di bacchettare gli altri spesso sono incaricati e pagati da soggetti pubblici come l’Unione Europea o, come nel caso di Open, da un soggetto privato come Meta. Tutto lecito. Tutto trasparente. Però in entrambi i casi il fact checker che si rappresenta come terzo non lo è fino in fondo.
Gli osservatori dei media finanziati per milioni di euro dall’Unione Europea sarebbero in grado di produrre un fact checking spietato sulle eventuali menzogne dette dal presidente della Commissione Ue? O preferirebbero concentrarsi su quelle postate da un influencer ostile alle spese in armamenti per l’Ucraina? Anche Meta, che controlla Facebook, da un lato detiene un’arena fondamentale per la formazione dell’opinione pubblica, dall’altro esercita un potere e ha degli interessi propri che dipendono dalle scelte dei Governi.
Sia le istituzioni pubbliche come l’Ue sia i gruppi privati che alla fine della fiera pagano le società e gli istituti che fanno fact-checking sono dunque titolari di interessi. Chi ha deciso di controllare e censurare oggi il discorso politico di Barbero? La stessa filiera che non ha mai censurato per esempio un articolo pubblicato da una testate prestigiosa che affermava un dato falso su un libro italiano citato nel discorso di Putin, segnalato sul Fatto nel 2022. La scelta del soggetto sul quale azionare il “controllo di verità” è già un esercizio di potere. Bisognerebbe ricordare sempre quel che scriveva Hannah Arendt nelle sue riflessioni su Verità e Politica riportate da Anna Premoli de Marchi (“Verità e potere. Hannah Arendt e il problema etico dell’arroganza”, Dialegesthai, 2014) “non solo la verità e i fatti, ma anche la non verità e i non-fatti non sono sicuri nelle sue mani (del potere, ndr)”.
A un comitato che accerta la verità bisognerebbe subito creare un altro che accerti che quello lo ha fatto in modo veritiero e via di seguito . Insomma, se uno asserisce che la terra è piatta è facile asserire che stia dicendo il falso ma se dice che il socialismo è migliore del capitalismo come la mettiamo ?
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Intanto che la Terra non sia piatta è un fatto, quindi verificabile, mentre che il socialismo sia migliore del capitalismo è un’opinione. Nel secondo caso al massimo puoi portare elementi a seconda della tesi oppure di quella contraria, ma non c’è niente da verificare.
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hahaha
il capitalismo se lasciato fare è sfruttamento, predazione e spoliazione sitematica di tutte le risorse, umana compresa.
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Un’opinione personale a proposito di un fatto non corrisponde necessariamente alla verità. Per esempio se qualcuno pensa di essere una creatura fatta da un dio ciò non significa che in effetti sia cosi, come anche chi può pensare che magari non siamo difronte a un altro fascismo solo perché non sono ancora state revocate le elezioni o, ancora che un’attempata, brevilinea, tracagnotta, stempiata e finta bionda possa essere una bella donna. Barbero ha formulato la sua semplice opinione su degli effetti che un fatto potrebbe logicamente causare. Infatti l’attuale maggioranza parlamentare che sostanzia il governo della ducessa già detiene quasi i 3/5 del parlamento (mi pare le manchino appena 12 voti) e con una nuova legge elettorale, se i pesi politici non dovevano cambiare, potrebbe tranquillamente raggiungere la soglia dei 3/5 o anche quella dei 2/3. Quindi non è inverosimile che possa accadere ciò che il professore Barbero ha pronosticato, dopo un ragionamento complesso in cui spiegava le sue ragioni per votare NO al referendum per cambiare la Costituzione. E non è affatto impertinente fare un’analoga con la giustizia durante l’ infausto ventennio. Non è opportuno invece che un’agenzia di stampa, nemmeno autorevole, anzi insignificante come una mentina, possa bollare come false le opinioni di chicchessia, anche perché Barbero non ha invitato i cittadini a sorseggiare dell’acido muriatico o a fare delle trasfusioni utilizzando della nafta. Sì è limitato a esprimere il suo pensiero, ragionato, sulle possibili conseguenze di un accadimento, come potrebbe fare un esperto contadino a proposito di un seme di gramigna gettato in un perfetto campo di fiori. Infine se si può querelare un commento o perseguire un’istigazione a delinquere, apparsi su META -applicando la leggi vigenti – perché non si può anche applicare la Costituzione per tutelare la libera manifestazione del pensiero dei cittadini della Repubblica italiana che la utilizzano? I termini e le condizioni di una piattaforma privata sono sovraordinati ai dettami costituzionali, inviolabili e quindi anche incedibili? Meta è per caso un Fight Club?
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Quanta fuffa che scrive Lillo. Il dibattito non è fatto solo su “visioni del mondo”, ma anche su questioni tecniche, specialmente nel caso di questo referendum. Se Barbero ci racconta che siccome è di sinistra vota NO, nessuno può dirgli niente. Se scrive strafalcioni in merito ai dettagli tecnici della riforma, chiunque può dirgli che scrive strafalcioni.
p.s. sia chiaro: io voterò NO. Ma sono delusissimo da Barbero, un eccellente storico medievale, utilizzato per la sua notorietà come frontman dall’Anm ora e dai putiniani doc prima. Non ha che da perderci.
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Il problema è mal posto: non è chi decide cosa è vero, ma che cosa decide.
E ciò che decide non sono le persone o le istituzioni, ma i fatti stessi.
Se prendiamo sul serio la distinzione arendtiana (che l’autore cita ma forse non sfrutta fino in fondo), i fatti hanno una caratteristica fondamentale: resistono alle interpretazioni.
Io posso interpretarli, contestualizzarli, giudicarli moralmente, ma non posso votarli, né renderli veri o falsi per consenso.
La domanda “chi decide cosa è vero?” rischia di essere fuorviante, perché sembra suggerire che la verità sia sempre un atto di potere, mentre spesso è semplicemente un vincolo della realtà.
Il punto critico non è l’esistenza dei fatti, ma la loro selezione: quali fatti sono rilevanti quali fonti sono considerate fattuali? quando un’affermazione è “fattuale” e quando è “interpretativa”?
L’articolo confonde i piani; un primo piano è l’esistenza di fatti verificabili e indipendenti da chi li guarda; il secondo è il controllo del discorso pubblico visto come un atto di potere.
L’articolo afferma che il secondo piano ingloba il primo; io invece rimango dell’idea che il fatto in se è sempre vero, pur non negando l’esistenza di chi quei fatti li vuole controllare come esercizio di potere.
Il fact checking è legittimo solo finché riconosce di essere vincolato dai fatti
e diventa illegittimo nel momento in cui pretende di parlare a nome dei fatti.
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