Complici e ignoranti, genesi di un disastro

(Mario Tozzi – lastampa.it) – Se la domanda è cosa accadrà di Niscemi, la risposta è ancora incerta: dipenderà dalle condizioni meteorologiche dei prossimi giorni e da quanto si riuscirà a mettere in campo in queste ore. Nessuna di queste due opzioni promette bene, per il momento.

Nello scenario più pessimista, quello che viene visto come figlio del fumus ideologico e che, invece, è solo basato su scienza, esperienza e coscienza, la cittadina potrebbe subire altri colpi e perdere altre “fette” di territorio: le condizioni della scarpata messa a nudo, lunga quattro km, fanno tremare le vene ai polsi. Ma anche se si avverasse lo scenario più ottimista, sarà indispensabile abbandonare le abitazioni fino ad almeno un centinaio di metri dalla voragine e sarà molto difficile continuare a vivere in sicurezza nel paese.

Se la domanda è cosa sarà dei territori nazionali a rischio idrogeologico in questi decenni di crisi climatica che genera perturbazioni meteorologiche sempre più violente, la risposta è che ci dobbiamo comunque aspettare il peggio. Non per numero e occorrenza di vittime, per fortuna, perché in termini di previsione abbiamo fatto grandi passi in avanti, ma per incidenza degli eventi estremi su territori fragili e vittime di decenni di speculazioni e depauperamento degli ecosistemi che avrebbero garantito una migliore resilienza. L’Italia ha il record continentale di frane censite: oltre 620.000 su circa 750.000 europee. Ma non è all’avanguardia nella difesa dei propri territori fragili. Perché?

In questo caso la risposta è semplice: ignoranza, ricerca del consenso e profitto che generano un fatalismo diffuso. O che ne approfittano. Non è possibile, nel terzo millennio, sentire ancora gli amministratori locali dei territori colpiti raccontare di come loro proprio non se lo aspettavano, di come, quella mattina, in fondo splendeva il Sole. Ignorando le condizioni idrogeologiche non dico comunali, ma almeno regionali, non sapendo distinguere un’arenaria da un tufo, non documentandosi, non diffondendo conoscenza nella popolazione amministrata e preferendo spendere i pochi denari che hanno a disposizione nelle feste patronali invece che in prevenzione e abbattimento degli immobili in pericolo o abusivi.

Quell’ignoranza di fondo è un’aggravante: devi sapere su che rocce appoggiano i quartieri dei centri abitati, e lo devi sapere a Roma come a Niscemi. E devi avere fatto compilare carte del rischio casa per casa e intervenire preventivamente dove occorre. Ma all’ignoranza si aggiunge la scarsa pianificazione territoriale, spesso figlia di disegni precisi volti a favorire gruppi di potere locale interessati a certi territori invece che ad altri, o amici di amici, figli e nipoti, quasi da augurarsi che, in futuro, i sindaci vengano imposti per legge da paesi lontani per non essere coinvolti nelle beghe locali. Hanno concesso permessi a costruire in territori dove non si sarebbe dovuto aggiungere nemmeno un mattone, hanno richiesto condoni statali di ogni tipo e chiuso tutti e due gli occhi e, alla fine, senza aver mosso un dito in tempo di pace, si affidano fiduciosi alla richiesta di calamità naturale. Ma non è paradossale?

C’è una novità per tutti costoro: le catastrofi naturali non esistono più, oggi esistono eventi naturali che diventano catastrofici solo per colpa nostra. Non c’è più spazio per il fatalismo: l’Italia è fatta così, se ne prenda finalmente atto e ci si adoperi di conseguenza. Ma non si possono nemmeno più sopportare le pressioni indebite dei cittadini per rimanere a insistere in zone pericolose, le opposizioni agli abbattimenti, gli abusi: gli amministratori hanno tollerato ciò che i cittadini chiedevano. Ricerca di consenso (e profitto) senza guardare le conseguenze.

Se, infine, la domanda è cosa si può fare, la riposta la conosciamo bene da molto tempo, almeno dal rapporto della Commissione De Marchi, che giusto quest’anno celebra i suoi 60 anni, gli stessi dell’alluvione di Firenze. Prima di tutto conoscenza scientifica che combatta l’ignoranza e sradichi il fatalismo: crisi del territorio e crisi climatica non possono essere ancora negati. Poi tirare una linea: nei territori a rischio idrogeologico e nelle aree contigue non si deve più costruire nemmeno una capanna. Per ciò che è stato già costruito nelle zone di maggior rischio, bisogna valutare caso per caso se delocalizzare le persone oppure dotarsi di qualche opera locale.

Se dovessero poi servire fondi (molti sono quelli stanziati e non spesi, anche dopo anni), qualcuno nell’area dello Stretto di Messina potrebbe farsi venire un’idea su dove prelevarli. Tenendo però ben presente che non è questione di cemento e opere, anzi: meno ingessi alvei e fiumi e meno danni registri, più conservi natura, più guadagni in sicurezza, addirittura gratis.

In Italia sono tanti i centri abitati spostati altrove per frana o terremoto, Pentedattilo, Craco, Frattura, Cerreto Sannita. E ce ne sono pure alcuni dove si è potuto operare in termini di conservazione, come la Civita di Bagnoregio o Orvieto. Ma non dappertutto si può fare e molto meno si può operare contro le mareggiate che in Sicilia rischiano di diventare uno dei più gravi rischi naturali: mica possiamo costruire muri alti dieci metri lungo le coste, né cingere in cemento l’abitato di Niscemi. Dobbiamo sapere che stiamo entrando in una fase climatica estrema che accelera gli scompensi territoriali originari e antropici e dalla quale non usciremo raccomandandoci ai santi o confidando nello stellone italico.