La strategia funziona solo finché la politica resta nella zona grigia delle parole. Dopo è complicità

(Sebastiano Messina – lespresso.it) – Non è stato per niente facile, per Giorgia Meloni, interpretare il ruolo di Grande Mediatrice tra l’Unione europea e l’America di Donald Trump, incassando puntualmente gli sperticati elogi del presidente americano e gli amichevoli sorrisi di Ursula von der Leyen. Non è stato per niente facile, ma lei c’è riuscita, almeno per un tratto di strada, costruendo l’immagine di una leader capace di parlare con tutti, di stare dentro le contraddizioni del tempo, di trasformare l’ambiguità in una risorsa politica. Il metodo è stato semplice e insieme raffinato: fare uso, con sapiente astuzia, di un celebre consiglio del cardinal Mazzarino al Re Sole: «È spesso più utile far finta di non intendere che rispondere apertamente». Una tecnica antica, che consiste nel sospendere il giudizio, rinviare il conflitto, lasciare che le parole più dure cadano nel vuoto, come se il silenzio potesse scioglierle.
Così, quando il suo amico Donald disse che «l’Unione europea è nata per fregare gli Stati Uniti», lei finse di non capire che quelle parole segnavano una rottura epocale e non disse neanche una parola. Non una replica, non una presa di distanza, non una difesa dell’Europa di cui l’Italia è parte costitutiva. Quando il presidente americano impose dazi a tutti i Paesi del Vecchio Continente – Italia compresa – lei finse di non capire che era solo l’inizio di una guerra commerciale e si oppose a ogni contromisura dell’Ue, come se la prudenza potesse sostituire una strategia, come se l’attesa potesse fermare una dinamica di potenza. Quando lui firmò il rapporto della National security strategy in cui c’era scritto nero su bianco che «le attività dell’Unione europea minano le libertà politiche e la sovranità», lei finse di non capire e non fece alcun commento. In quel silenzio non c’era solo diplomazia: c’era una scelta politica, l’idea che il rapporto privilegiato con Washington valesse più della solidarietà europea. Anche adesso, quando Trump è venuto allo scoperto, annunciando una punizione a suon di dazi contro gli europei che osano opporsi alla sua conquista della Groenlandia e del suo ricco sottosuolo, lei ha finto di non capire, derubricando questo scontro frontale a una semplice «incomprensione» e riducendo lo schiaffo doganale dell’amico americano a un semplice «errore».
Per un anno, dunque, Giorgia Meloni ha fatto credere al mondo di essere il ponte tra l’America trumpiana e la scricchiolante Europa. Un ponte costruito sull’idea che le fratture della storia potessero essere neutralizzate con l’equilibrismo, che la radicalità della nuova destra americana potesse essere addomesticata con la familiarità personale, che il conflitto tra potenze potesse essere sospeso con il galateo istituzionale.
Ma ora che il nodo più grosso è arrivato al pettine, non può più far uso del consiglio del cardinale Mazzarino. Perché fingere di non capire è una strategia che funziona solo finché la politica resta nella zona grigia delle parole. Quando entra nel territorio delle decisioni, quando tocca i confini, i commerci, la sovranità, allora il silenzio smette di essere prudenza e diventa complicità. Il punto, ormai, non è più la mediazione. È la scelta. E in un mondo che si sta dividendo in blocchi, in cui l’America di Trump non nasconde più la sua volontà di potenza e l’Europa rischia di scoprire la propria irrilevanza, il vero problema per la presidente del Consiglio non è che cosa fingere di non capire. È che cosa, finalmente, è disposta a capire davvero.
GIORGIA MELONI E IL GIOCO DELLE TRE CARTE di Augusto Sinagra
Com’è noto, Nostra Signora della Boregata Garbatella cambia opinioni e decisioni, postura e tono, abiti ed eloquio alla velocità di un pirito.
In confronto il noto attore trasformista Fregoli perdeva due a zero e senza possibilità di rivincita.Il fatto ora in considerazione è che la fanciulla ora del Torrino, in un guizzo di sovranismo fasullo, cambiò nome al Ministero dell’Agricoltura aggiungendovi le parole “e della Sovranità Alimentare”: roba da Scure Littoria.
La dama finto sovranista ha, però, nel suo abbraccio appecoronatorio alla UE, dato il consenso alla Signora Ursula Albrecht coniugata Von der Leyen di alta ascendenza nazista, per la conclusione dell’Accordo UE-Mercosur che come tutti hanno ben inteso, anche non specialisti, segnerà la distruzione dell’agricoltura italiana come degli altri Stati vittime dell’Unione europea.In proposito si è levata alta e forte dalla Sua Cattedra la voce di Sua Eccellenza Reverendissima l’Arcivescovo Carlo Maria Viganò.
Nello stato ormai comatoso e confusionale in cui si trova questa triste Repubblica e le sue Istituzioni, ha fatto sentire la sua voce il Sen. Claudio Borghi (un economista) il quale ha denunciato la incongruenza del fatto che prima si firma un Trattato e solo dopo si chiede l’approvazione del Parlamento.
Il Borghi erra: egli confonde l’aspetto giuridico con l’aspetto politico. Normalmente, è ovvio che il Trattato prima viene firmato (e ancora non è produttivo di efficacia) e poi il Parlamento approva o meno la legge di autorizzazione alla ratifica. Lì interviene il figlio di Bernardo che con pugno fermo e volontà indomabile firma il Decreto di ratifica allo scambio del quale il Trattato produce effetti obbligatori.Questo è l’aspetto giuridico che sfugge al Borghi.
L’aspetto politico che pure sfugge al Borghi, è che il governo italiano non doveva dare il suo assenso alla firma di tale Accordo con il Mercosur.
Qui torna in campo Fregoli, la quale con un ”rovescio” migliore di quello di Sinner che fa? Prima dà l’assenso del governo (parandosi così il cul0 politicamente parlando) e poi ovviamente spera che il Parlamento non autorizzi la ratifica; così neutralizzando il figlio di Bernardo.Conclusivamente il problema è di maggioranza o “ammucchiata” (che è la modalità di voto oggi maggiormente praticata), che potrà approvare o meno il Trattato.
Conseguentemente, la risposta politica potrà essere espressa solo in pirito: uno per ciascun parlamentare di Fratelli d’Italia, di Forza Italia e della Lega, oltre che dei Partiti di cosiddetta opposizione (in realtà strumenti di tutela del più losco capitalismo di rapina).
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Cosa non si fa per un pò di potere dopo 40 anni di castigo!
La vendetta è un piatto freddo …
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“..Donald disse che «l’Unione europea è nata per fregare gli Stati Uniti»
In realtà il concetto espresso da Trump è patrimonio strategico di tutti i presidenti Usa vista la sistematica destabilizzazione, tentata o effettiva, dei paesi fornitori di energia a buon mercato, Libia compresa. Al tempo del botto al NS, con fare incerto, deambulava un presidente Dem, ad esempio, dispensando bacetti sul capo di nostra signora della Garbatella.
Tipo: vi fotto ma con garbo.
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