(dagospia.com) – Che cosa si prova a diventare “Giorgia chi?”, dopo essere stata caramellata di salamelecchi e aggettivi lecca-lecca da Donald Trump che la incoronò leader “eccezionale”, “fantastica”, “piena di energia” e, in un incontro a ottobre 2025, anche “bellissima”?

Brutto colpo, vero, scoprire che l’Amico Americano se ne fotte alla grande della “pontiera” tra Usa e Ue, che si è sbattuta come moulinex intralciando qualsiasi iniziativa anti-trumpiana dei “Volenterosi” leader europei, e non le concede la grazia di un faccia a faccia di cinque minuti, come è successo al recente Forum di Davos?

In quale cesso è finita la sua sbandieratissima “special relationship” con il Trumpone?

Avete per caso letto due righe di scuse all’indignazione del governo Meloni sulla vergognosa frase pronunciata dal Demente di Washington sui militari non americani della NATO (l’Italia conta 53 caduti e oltre 700 feriti), che stavano “un pochino a distanza dal fronte” in Afghanistan, come si è affrettato a fare con la Gran Bretagna di Starmer?

Il fallimento di un anno di infuocati entusiasmi meloniani in difesa di qualsiasi nefandezza sparata dal trumpismo contro l’Europa “parassita e scroccona” (dai dazi alla disgregazione della Nato, dal filo-putinismo sull’Ucraina alla nazi-minaccia di prendersi la Groenlandia), daje e ridaje, non poteva non presentare il conto alla Ducetta-Camaleonte, che riusciva con le sue faccette, accompagnate da supercazzole, a interpretare due parti in commedia, una volta come cavallo di troia del disgregatore Trump in Europa e quella dopo come europeista sottobraccio a Ursula von der Leyen.

Una para-gura che scalpita di entrare nella stanza dei bottoni dei democristiani del Ppe ma da ligia sovranista rifiuta la rimozione del voto all’unanimità in Consiglio europeo (per non parlare della mancata ratifica del MES salva-banche: l’Italia è l’unico paese dell’Eurozona a non aver firmato).

Una furbetta che bacia e abbraccia Zelensky ma non disdegna di partecipare agli spot elettorali del filo-putiniano Viktor Orban.

Questo continuo colpo al cerchio e uno alla botte dell’ex attivista del Fronte della Gioventù quanto poteva ancora durare infinocchiando destra e manca?

Chissà che effetto ha fatto ieri a Palazzo Chigi leggere sul primo quotidiano italiano, quel “Corriere della Sera” che ha sempre pettinato le bambole dell’Armata Branca-Meloni, il durissimo editoriale di un conservatore doc come Mario Monti che toglie la maschera all’insostenibile grande bluff della “Giorgia dei Due Mondi”.

Certo, per rendersene finalmente conto, a Urbano Cairo e al suo direttore (si fa per dire) Luciano Fontana c’è voluto un anno di criminalità di Trump ma il tempo è galantuomo e i nodi alla fine arrivano al pettine.

“Certe scene viste nei filmati che arrivano dal Minnesota sono troppo vicine alle incursioni naziste a Varsavia per non suggerire paragoni allarmanti”, scrive l’ex premier e senatore a vita.

“Si prenda la riforma della giustizia. Sul referendum io ad esempio sono indeciso, vedo luci e ombre.

Ma se la nostra premier continuerà a mostrarsi la leader europea più devota a Trump, malgrado i suoi continui attacchi all’Europa e la sua opera di distruzione dello stato di diritto in patria e nel mondo, mi verrebbe di pensare che abbia anche lei, nell’intimo, una vocazione autoritaria.

eglio allora, concluderei, non metterle in mano strumenti che potrebbero agevolare la messa in pratica dell’autoritarismo”.

E, guarda il destino quanto è cinico e baro: sempre ieri l’istituto di sondaggi Ixè rileva che il fronte del no e quello del sì al referendum sulla riforma Nordio in agenda a fine marzo sarebbero ora testa a testa: 49,9% contro 50,1%.

Appena uno 0,2% di scarto. La rilevazione, realizzata tra il 20 e il 27 gennaio, emerge da un campione di mille elettori. E stima l’affluenza a un buon 61,5%.

“Il referendum avrà inevitabilmente un risvolto politico”, è l’analisi di Stefano Folli su ‘’Repubblica’’ di oggi. “Se lo perdesse, il governo Meloni registrerebbe la prima, autentica sconfitta dall’inizio del suo governo. Con astuzia, la premier ha evitato fin qui di legare il suo nome all’esito della consultazione.

Ma tutti sanno che la legge costituzionale Nordio riguarda la sola, vera riforma che il centrodestra ha varato nel corso della legislatura.

Una riforma che modifica gli equilibri del potere giudiziario ed è volta nelle intenzioni a influire in modo diretto nella vita quotidiana delle persone’’.

Folli prosegue: “Di conseguenza, la sconfitta sarebbe dolorosa anche se non implicherebbe la caduta dell’esecutivo. Va da sé, al contrario, che per un’opposizione in permanente difficoltà una vittoria la sera del 23 marzo equivarrebbe quasi a un’ubriacatura collettiva.

Quindi il centrosinistra ha tutto l’interesse a rendere sempre più politico lo scontro: dirà No alla separazione delle carriere e a ridurre il potere delle correnti all’interno della magistratura; ma soprattutto dirà No al governo Meloni, al suo legame con Trump, alle supposte tendenze autoritarie in sintonia con l’amico americano”.

Da parte sua, anche “Il Foglio” di Claudio Cerasa, non precisamente un bollettino dei “comunisti”, non poteva fare a meno di sottolineare le possibili conseguenze velenose del lungo abbraccio Trump-Meloni:

“Più passa il tempo e più diventa evidente per la presidente del Consiglio che la vicinanza con Trump, dacché poteva essere un valore aggiunto, è diventata un valore tossico.

Meloni non potrà mai confessarlo fino in fondo, ma Trump per l’Italia è diventato un ostacolo quotidiano alla tutela dell’interesse nazionale e la vicinanza con il trumpismo avrà un peso politico nel dibattito elettorale, per Meloni, superiore a molti altri fattori”.