La fronda vannacciana ha la Russia nel cuore. E detesta gli Usa. Dove però c’è Trump. Il generale non si apprezza elettoralmente ma resta un’insidia

(Giuliano Torlontano – lespresso.it) – «Dobbiamo riaprire i mercati con la Russia. Le sanzioni hanno prodotto danni enormi al comparto agricolo europeo e italiano, senza offrire reali benefici ai nostri produttori». Per capire qual è l’ambiente che circonda Roberto Vannacci, è il Veneto a offrire un eloquente esempio, con Stefano Valdegamberi. Alle ultime Regionali, nelle liste del partito salviniano è stato eletto anche un fedelissimo del vicesegretario federale “ribelle”, il cui  putinismo era noto alle cronache.

Il consigliere regionale che Vannacci è riuscito ad imporre alla Lega al momento delle candidature, per inserire un cuneo nel regno del nemico Luca Zaia, aveva già fatto parlare di sé, a proposito di Putin, sostenendo che difendere il presidente russo  significava «difendere la democrazia». Del resto, proprio in Veneto, Vannacci aveva anticipato la linea anti-Zelensky in una manifestazione con Valdegamberi. E quest’ultimo, alla vigilia del voto parlamentare di gennaio sulle armi, aveva incoraggiato il dissenso nei gruppi della Lega con l’argomento che «la riproposizione automatica dell’invio di armi non rappresenta una strategia di pace, ma il prolungamento di un conflitto che continua a produrre instabilità, vittime e gravi conseguenze economiche anche per l’Italia».

È sul terreno della politica estera che i leghisti di rito “vannacciano” escono allo scoperto. Lo strappo è avvenuto in Parlamento sulle armi all’Ucraina, con il no al decreto da parte di una pattuglia che fa riferimento al generale. Il deputato Rossano Sasso ha invitato a guardare agli interessi dell’Italia prima che a quelli dell’Ucraina; sempre a Montecitorio Edoardo Ziello ha invocato una discontinuità nelle scelte italiane relative al conflitto in Ucraina. In Senato, Claudio Borghi, non da oggi schierato sulla linea sovranista più intransigente ma pur sempre in raccordo con Salvini, si è invece limitato a non partecipare al voto sul decreto.

Nell’immediato,  il dissenso dei parlamentari vicini a Vannacci non danneggia più di tanto la Lega, perché è un’espressione politica che “copre” il vicepremier sul versante del putinismo più esplicito e gli consente di rafforzare il proprio potere contrattuale nei confronti di Meloni e Tajani sulle scelte di politica estera. In prospettiva, invece, il rischio di una scissione è tutto da valutare: anche se nel partito salviniano per minimizzare il pericolo c’è chi ricorda il flop di Fare (il gruppo scissionista di Flavio Tosi), la questione Vannacci assume caratteri nuovi rispetto alle passate vicende interne dei leghisti. Il generale si muove in primo luogo sul territorio, sia pure senza risultati apprezzabili nelle recenti elezioni regionali. Emblematica la vicenda della Toscana, che ha visto il tracollo della Lega dopo che Salvini si era affidato proprio a Vannacci, nominandolo in loco responsabile della campagna elettorale. Ma, in vista delle Politiche, la musica può cambiare. La scelta di mobilitare nuove energie al di fuori della Lega, con la fondazione del movimento “Il Mondo al contrario”, sembra avere ora un forte rilancio: la nascita di un secondo movimento ispirato dal generale e presieduto dalla moglie – Fondazione Generazione Xa –  ed anche il centro studi Rinascimento Nazionale, come rivelato dall’inchiesta giornalistica del programma di Raitre Report.

Sarà un caso, ma la linea “movimentista” si accentua dopo che la sconfitta toscana ha interrotto la scalata all’interno della Lega ridando slancio ad una opzione scissionistica mai accantonata del tutto, neppure dopo la nomina a vicesegretario federale del partito. In politica estera, sarebbe  un mix di trumpismo e di putinismo. Una destra filo-americana ma solo perché alla Casa Bianca c’è il tycoon, non un presidente alla Biden oppure un presidente repubblicano moderato sul modello di Bush senior e junior. E ciò a differenza di Meloni che appoggia Trump dopo aver sostenuto le scelte di Biden, sulla scia dell’atlantismo della destra italiana, da Almirante a Fini (si veda il libro-intervista di Marco Tarchi, Le tre età della Fiamma, a cura di Antonio Carioti).

La piattaforma politica di Vannacci affonda le radici in un filone minoritario della destra italiana, quello anti-americano, che pure è esistito, intendendo per ostilità agli Usa la negazione dei valori fondanti della democrazia liberale d’oltre Atlantico. È un filone riaffiorato negli anni più recenti con il movimento sovranista di Gianni Alemanno, il primo politico di destra che ha dissentito dalle scelte filo-atlantiche del governo Meloni, prima che si aprisse la vicenda giudiziario-carceraria. Andando indietro nel tempo, va ricordato il movimento Giovane Europa degli anni Sessanta, che ebbe fra i promotori Franco Cardini, ancora oggi non certo definibile un ammiratore degli Stati Uniti.

I tempi però cambiano. Davanti ad un rivolgimento che vede la Nato vicina ad un’implosione, con un presidente Usa che fa saltare tutti gli schemi della politica occidentale, una destra alla Vannacci si presenta come una sfida alla destra di governo, sia leghista sia post-missina, senza il timore di contraddirsi. Il fatto che sull’Ucraina una posizione “pacifista” (a senso unico, quello russo) sia sostenuta da un generale in pensione, proveniente dai paracadutisti della Folgore, è un sintomo di quanto possa essere fantasiosa una politica che cerca sbocchi anche dove forse non ci sono.