L’esecutivo fa l’ultimo tentativo di limitare la presenza della controversa agenzia, ma i trumpiani vogliono la vetrina mondiale

Ice in Italia, Palazzo Chigi incassa un nuovo sgarbo dall’alleato americano

(di Tommaso Ciriaco – repubblica.it) – L’ultimo tentativo di frenare l’operazione “Ice in Italia” lo porta avanti Matteo Piantedosi, il ministro reduce da smentite, rettifiche, ritrattazioni e imbarazzi. Niente da fare, comunque: nonostante l’incontro tra il titolare del Viminale e l’ambasciatore americano a Roma, gli agenti appartenenti alla contestata agenzia federale faranno parte del sistema di sicurezza per le Olimpiadi di Milano-Cortina. E d’altra parte, è esattamente quello che la Casa Bianca vuole fin dall’inizio, come ammettono fonti italiane di massimo livello a conoscenza del dossier: mostrare al mondo che l’Ice è corpo di fiducia dell’amministrazione, gode a pieno titolo di una vetrina internazionale e che, soprattutto, non finirà in panchina per un veto alleato. Un approccio ruvido, molto trumpiano. Una scelta vissuta nell’esecutivo come uno sgarbo. Consapevole, insensibile all’imbarazzo di un Paese amico. Se ne ragiona da 48 ore a Palazzo Chigi, al Viminale, alla Farnesina. Sottovoce, perché nessuno arriva apertamente a opporsi. Il tentativo, semmai, è contenere il danno. Ricevendo però una, due, tre porte in faccia.

L’effetto assume venature paradossali. Ancora ieri, per dire, il governo si esprimeva in modo dissonante. Tesi diverse pronunciate negli stessi minuti e nello stesso luogo da due ministri. Reduce dalla Giornata della memoria al Colle, Piantedosi nega addirittura la presenza dell’Ice: «Che ruolo avranno? Nessuno, perché non ci saranno». Ci sarà però, aggiunge, una squadra dell’Homeland security investigations, che dipende proprio dall’Ice. Si allontana intanto dal Colle anche Antonio Tajani, confermando invece l’unica cosa vera di questa storia, per di più già ufficializzata dall’amministrazione Usa: «Ci saranno tre o quattro di loro nella sala operativa».

Confusione, assenza di una comunicazione coordinata. Pasticci. E necessità di prendere tutte le precauzioni per ammortizzare la presenza dell’agenzia contestata, senza però strappare. La ragione è chiara e diventa oggetto di un dibattito intenso ai vertici di governo e intelligence: non possiamo sfidare Washington. Non è possibile farlo per ragioni politiche e operative. Agli americani, per dire, si sono rivolti gli italiani soltanto pochi giorni fa, per favorire la liberazione di Alberto Trentini. Solo un esempio, tra tanti, con cui deve fare i conti Giorgia Meloni.

E però, il caso Ice mostra anche una crepa diplomatica con cui la leader è ormai costretta a fare i conti da diverse settimane. Accompagnata da un imbarazzo crescente, per certi versi insostenibile, eppure necessariamente destinato a restare per lo più sottotraccia. Le riflessioni del cerchio magico meloniano attorno all’amministrazione Trump, quelle almeno che è possibile registrare da ormai un mese, sono infatti un misto di sconcerto e rassegnazione rispetto all’affidabilità dell’attuale amministrazione Usa. Un disincanto inespresso, per ragioni di opportunità politica. Semmai, la speranza – sostenuta a mezza bocca, mai ufficialmente – è quella che il deep state americano imbrigli il presidente, prima che le elezioni di medio termine di novembre lo azzoppino del tutto. È la tesi che la delegazione tedesca di Friedrich Merz ha consegnato informalmente agli italiani, durante il recente bilaterale a Roma.

Il risultato, comunque, è un equilibrismo sempre più faticoso. I dazi ventilati dagli Usa agli europei dopo la minacciata invasione della Groenlandia hanno messo a dura prova Meloni, che ha reagito contestando «l’errore» di Trump e frenando però su ritorsioni doganali Ue. Fino allo schiaffo del tycoon ai militari alleati, che sarebbero rimasti lontani dal fronte in Iraq e Afghanistan. In questo caso, la premier ha dettato una dura nota, anche se tardiva rispetto alle proteste degli inglesi. Si è mosso anche Guido Crosetto, scrivendo all’omologo Pete Hegseth e Mark Rutte. La missiva, in realtà, sarebbe partita soltanto ieri, dopo lunga limatura e accurata traduzione. Un segnale, però, della necessità politica di insistere, senza rassegnarsi al mortificante silenzio degli Stati Uniti. Serve una ritrattazione di Washington, per riaffermare il senso di una collaborazione. L’alternativa è un nuovo, dolorosissimo sgarbo.