
(Matteo Bortolon – lafionda.org) – Se nel 2025 le azioni compiute dall’amministrazione Trump hanno suscitato scalpore, l’alba del nuovo anno ha visto un crescendo rossiniano: attacco al Venezuela, tremebonda attesa di ulteriori bombardamenti all’Iran, e infine il proposito di prendersi la Groenlandia, con l’annuncio di nuovi dazi agli alleati che si oppongono all’acquisizione di essa. Tale minaccia pare rientrata, ma il clima resta molto teso.
È stato un incipit convulso, in cui Trump ha dispiegato appieno il suo talento per gesti eclatanti che polarizzano ed attirano clamore, buttando a mare con ruvida noncuranza inveterate consuetudini diplomatiche foderate di ipocrisia. Fra gli aspetti principali si è visto un riassetto dei rapporti fra Usa e paesi europei di inedita significatività e risonanza mediatica, che pare sempre sul punto di arrivare a un punto di non-ritorno. La questione su cui interrogarsi è se tali politiche abbiano una reale consistenza e progettualità o siano mera successione di tatticismi ad alta intensità mediatica senza una reale prospettiva.
Il caso della Groenlandia – Trump vuole impadronirsene, a suo dire per motivi di sicurezza, allegramente noncurante del fatto che si tratta del territorio di un paese sovrano – è solo il culmine di un anno di attriti coi vertici europei, che da parte loro oscillano fra insofferenza e umilianti sottomissioni.
I diplomatici europei paiono sempre più sfiduciati. Se a inizio 2025 ci si chiedeva angosciosamente se fosse la fine della NATO adesso si arriva a dire che “Il nostro sogno americano è morto”, come ha riferito un diplomatico dell’UE a Politico; “Donald Trump lo ha ucciso.”
Come siamo arrivati a tutto questo?
Un nuovo sceriffo in città”
Chi pensava che l’agenda America First della nuova amministrazione fosse più una posa elettorale ad usum populi che qualcosa di reale ha ricevuto segnali esplosivi.
Nel febbraio 2025, a pochi giorni di distanza, si sono succeduti i discorsi, di fronte a dirigenti europei, di due importanti figure della nuova leadership: il neosegretario alla Difesa Hegseth e il vicepresidente Vance.
Il primo faceva capire che l’interesse di Washington per l’Europa non avrebbe più comportato un impegno così consistente, ed avrebbe delineato la linea di contrasto più seria coi vertici del Vecchio Continente. Avanzando la volontà del nuovo inquilino alla Casa Bianca di pacificare il continente segnalava una attenuazione dell’impegno a favore dell’Ucraina, in merito alla quale affermava che
ogni garanzia di sicurezza deve essere sostenuta da truppe europee e non-europee. Se queste truppe vengono dispiegate come forze di pace in Ucraina (…), dovrebbero essere schierate come parte di una missione non NATO e non dovrebbero essere coperte dall’articolo 5.
In altre parole gli Usa annunciavano che se gli europei volevano davvero entrare sul campo con le truppe, avrebbero dovuto cavarsela da soli. Da allora i leader europei si sarebbero investiti di improbabili babysitter di Zelensky, cercando di favorirlo presso Trump, con accompagnamento alla sua corte, telefonate congiunte, incontri separati.
Il discorso di Vance invece era persino più duro. Nonostante il contesto – parlava alla conferenza sulla sicurezza di Monaco – non riguardava se non in maniera tangenziale le questioni strategiche e militari, ma la democrazia. Ed ha accusato i vertici europei di logorarla nei loro paesi con censura, abolizione di elezioni, e norme penali per punire il dissenso, come accadeva – quale paragone! – con i paesi del “socialismo reale”.
Ma adesso, aggiungeva Vance, l’aria è cambiata, perché c’è “un nuovo sceriffo in città”.
Il febbraio 2025 è stato un mese piuttosto duro da digerire per le cancellerie europee. Poco prima degli interventi di Hegseth e Vance, i leader europei avevano dovuto masticare amaro per una telefonata di 90 minuti fra Trump e il presidente Putin avvenuta il 12 febbraio. Spettacolare il contrasto con l’atteggiamento verso Zelensky: a fine mese la diretta televisiva mostrava in mondovisione il litigio fra i vertici statunitensi e il presidente ucraino, trattato senza tanti fronzoli come un subordinato e messo alla porta senza tanti complimenti. Un vero shock per le classi dirigenti del Vecchio Continente. Gli Usa avevano già di fatto reso chiara la priorità di Israele come alleato rispetto all’Ucraina, per cui le quotazioni di Kiev erano già scese, senza emergere però nelle paludate liturgie atlantiste. Con Trump il velo diplomatico si è squarciato disvelando la brutale realtà dei rapporti di forza: le priorità Usa sono altre e senza perder tempo si può ridimensionare l’impegno su tale fronte.
Disimpegno dall’Ucraina e dialogo con la Russia
Al Congresso una parte consistente dei repubblicani pareva immune alla deferenza quasi religiosa professata dalla politica europea verso Zelensky, spesso raffigurato come un fastidioso accattone.
Dopo il litigio in diretta con lui alla Casa Bianca, Trump aveva sospeso le forniture di armi e persino la condivisione di informazioni di intelligence. Al di là dell’episodio, che risulta circoscritto, il sostegno è indubbiamente diminuito.
Dall’estate 2025 ha preso piede un nuovo programma di forniture militari a Kiev, totalmente finanziato dagli Stati europei, chiamato Purl, Prioritised Ukraine Requirements List (“Elenco Prioritario delle Necessità dell’Ucraina”).
Da quando è andato a regime vi è stato un calo vistoso; secondo quanto scrive il Kiel Istitute, nell’ambito del suo programma di monitoraggio, dal periodo estivo “le assegnazioni militari dei paesi europei sono diminuite del 57% rispetto a gennaio-giugno 2025, anche includendo i loro contributi all’iniziativa Purl della Nato. La media mensile di tutti gli aiuti militari durante questo periodo è stata quindi del 43 per cento al di sotto del livello della prima metà del 2025”. In pratica gli europei pagano di meno anche contando i fondi Purl che dovrebbero sostituire i finanziamenti Usa.
Il Wall Street Journal ha riportato che il vicesegretario alla Difesa Elbridge Colby ha influenzato la decisione di sospendere alcune spedizioni di armi all’Ucraina attraverso un memorandum segreto inviato al Segretario Pete Hegseth. Il documento evidenziava la carenza di scorte di armi negli Stati Uniti, dovuta alle richieste ucraine, spingendo per una pausa nelle forniture per preservare le risorse per altre priorità strategiche, in particolare il contenimento della Cina. Nel suo libro del 2021, The Strategy of Denial, considera la Russia un possibile collaboratore contro Pechino, opponendosi all’ingresso dell’Ucraina nella NATO per i rischi che comporterebbe.
Per tutto il 2025 Trump ha oscillato tra una interlocuzione con la Russia e un atteggiamento più duro – gli Stati Uniti infatti hanno approvato nuove sanzioni contro la Russia inerenti settori come petrolio, gas, banche e criptovalute. D’altro canto vi sono stati incontri cordiali fra rappresentanti dei due Stati fino ad un incontro faccia a faccia fra i due leader il 15 agosto in Alaska.
Per tali contatti, Trump ha bruscamente escluso gli europei, che si sono lamentati a più riprese – mentre i commentatori e dirigenti più fanatici lo bollavano come traditore dell’Occidente e dell’Ucraina. L’atmosfera era tale che ad agosto CBS News ha riferito che un promemoria, datato 20 luglio e firmato da Tulsi Gabbard, direttrice dell’Intelligence nazionale degli Stati Uniti, ha disposto che le agenzie di intelligence Usa non condividessero informazioni sui colloqui di pace Russia-Ucraina con i partner del gruppo Five Eyes (Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda). Del resto l’aprile precedente un articolo del Financial Times riportava che la Commissione europea ha iniziato a fornire telefoni “usa e getta” e computer molto basilari ad alcuni funzionari diretti negli Stati Uniti per motivi di sicurezza digitale, una misura finora riservata a viaggi in paesi ritenuti ad alto rischio di sorveglianza come Cina o Russia.
Il successivo ottobre Trump ha avuto una telefonata di oltre due ore col Presidente russo.
L’atteggiamento più conciliante con la Russia e meno devoto verso la causa ucraina è il riflesso di una ridefinizione di strategia globale. Parliamo di America First.
America First e ritiro dall’Europa?
Nel corso della campagna elettorale presidenziale 2024 era emerso con forza il principio chiamato America First. Con esso Trump esprimeva il rifiuto di “essere i poliziotti del mondo”, cioè di accollarsi i costi e le responsabilità di un ordine mondiale, per limitarsi al presidio delle frontiere e agli interventi a favore degli interessi nazionali.
L’ovvia implicazione è che gli Stati europei devono spendere di più per la loro sicurezza: gli Usa non saranno più disposti a farlo. Al di là della sfumatura di generosità e disinteresse che tale narrativa falsamente conferisce all’imperialismo a stelle e strisce, l’effetto operativo consiste di un tendenziale disimpegno Usa sul Vecchio Continente.
Nel corso del 2025 si sono succedute notizie di stampa di ritiri di truppe Usa:
- La rivista G4Media ha riportato (29 ottobre) che gli Stati Uniti avrebbero ritirato parte delle loro truppe non solo dalla Romania, ma anche dalla Bulgaria, Ungheria e Slovacchia. Lo avrebbe confermato un comunicato del Ministero della Difesa della Romania: «La decisione degli Stati Uniti consiste nel cessare la rotazione in Europa della brigata che aveva unità in diversi paesi della NATO».
- Secondo The Telegraph (7 marzo 2025) Trump stava valutando la possibilità di ritirare circa 35.000 membri del personale attivo dalla Germania.
- Il Financial Times (16 aprile 2025 ) si domandava: “Trump smantellerà la base di Rota in Spagna?”
- Il quotidiano austriaco Express segnalava angosciato che “Nelle capitali europee dei Paesi della NATO è stato dichiarato un livello di allarme rosso: il Pentagono sta pianificando uno storico ritiro di migliaia di soldati americani […]. Le garanzie di sicurezza vacillano e le debolezze dell’Europa si fanno sentire”
- Bloomberg riportava che l’Europa stava sollecitando gli Stati Uniti a comunicare in anticipo i piani di ritiro delle truppe americane.
- Il Pentagono sta discutendo il ritiro di 10.000 soldati americani dalla Romania e dalla Polonia, riportava la NBC citando fonti a conoscenza del dibattito interno.
Tutte queste notizie non sono state confermate da movimenti effettivi, salvo la prima che riguarda un contingente di poche centinaia di soldati. Ma per tutti questi mesi è serpeggiata l’attesa di un drastico ridimensionamento, e le notizie indicano, quanto meno, un dibattito interno agli apparati Usa e con gli alleati.
A marzo è scoppiata la bomba: il Washington Post ha dato notizia di una direttiva interna del Pentagono, un documento di nove pagine denominato Interim National Defense Strategy Guidance, che avrebbe ridotto sostanzialmente la strategia di difesa degli Stati Uniti alla regione indo-pacifica.
In pratica si prefigurava un declassamento reale e consistente dell’importanza dell’Europa, fronte da far reggere agli alleati, cornice di un ulteriore strappo di Trump ai danni delle oligarchie europee: la pace in Ucraina riconoscendo la vittoria della Russia.
La richiesta di pagare di più alla fine otterrà un risultato: al vertice NATO dell’Aia (24-25 giugno 2025), gli alleati hanno ufficialmente impegnato i loro paesi a aumentare la spesa militare fino al 5 % del PIL entro il 2035, con un percorso incrementale con revisioni nel 2029 formalizzato nella Hague Summit Declaration.
I due documenti successivi, la National Security Strategy of the United States of America di dicembre 2025 e la più recente National Defense Strategy of the United States of America del 23 gennaio 2026, hanno confermato appieno tale orientamento col suggello dell’ufficialità. E sempre a dicembre uno sconsolato articolo di Reuters riportava che i funzionari statunitensi hanno intimato alle loro controparti che gli europei dovranno prendere entro il 2027 le redini dell’Alleanza Atlantica sul continente.
“L’alleanza è morta”
L’innalzamento delle spese militari degli Stati europei è stato un tema ricorrente dal 2022; con l’accordo del 2025 Trump li spingeva verso la strada che essi avevano già intrapreso, ma dandole un senso completamente diverso.
La militarizzazione era vista come necessaria per difendersi dalla (presunta) aggressività della Russia, ma sempre nel quadro atlantista. La nuova strategia America First pareva frantumare il fronte euroatlantico, spingendo a più ampie spese come compensazione sofferta come abbandono. Gli atlantisti e le loro riviste di riferimenti hanno gridato il lutto ai quattro venti.
In breve le nuove spese militari non sarebbero destinate a uno sforzo congiunto con gli Usa (contro la Russia) ma sostitutive rispetto ad essi. O forse contro di loro?
Le minacce di invadere la Groenlandia sono davvero inaudite, e quel che è seguito pare la trama di una satira fantapolitica: paesi NATO spostano truppe in un paese dell’alleanza per proteggerlo da… il principale paese NATO.
In una bizzarra esibizione pubblica Trump aveva annunciato una caotica imposizione di dazi a molti paesi del mondo, e gli alleati non erano stati minimamente risparmiati – già questo è uno sgarro notevole. Nella negoziazione condotta da Ursula Von Der Leyen a giugno si è raggiunto un accordo umiliante, con il Presidente vincente e la leadership europea mestamente pronta a subire un 15% di dazi doganali – con eccezioni per alcune merci – senza imporre alcuna ritorsione. A fronte delle resistenze europee gli Usa hanno minacciato ulteriori dazi del 10% a 8 alleati europei (Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Paesi Bassi, Finlandia e Gran Bretagna). Ovviamente cumulativi al 15% per tutta la Ue. Come ritorsione la Commissione ha ipotizzato sanzioni per 93 mld $.
Che il legame Usa – classi dirigenti europee fosse di netta subordinazione non è certo un mistero. Il politologo norvegese Glenn Diesen ha recentemente ricordato la confidenza di un ex alto funzionario Usa secondo cui alla Casa Bianca si scrivevano su delle lavagne i nomi dei leader europei, assieme alla loro inclinazione pro-Usa, e si decideva chi far emergere. Ma le eufemistiche espressioni diplomatiche quali alleanza e atlantismo evitavano di dirlo apertamente. Sotto tale velo le oligarchie accettavano entusiasticamente uno scambio: l’appoggio Usa per restare al potere contro la svendita dell’indipendenza e della sovranità dei loro paesi a fronte degli interessi statunitensi.
Non è quindi sorprendente che a fronte della maggior crisi dell’asse euroatlantico che la storia ricordi esse si riducano a mosse ostentatamente muscolari ma in realtà vacue; si preferisce sottomettersi sperando che passi la nottata e arrivi alla Casa Bianca un nuovo padrone più trattabile e misurato. L’ABC delle lotte anticolonialiste suggerisce che senza recidere le strutture oggettive della dipendenza (come le basi militari Usa e la presenza dei colossi del risparmio gestito quale BlackRock) strepitare ed agitarsi è solo un miserevole teatrino.