Il caso Consob è una bussola perfetta per capire la rotta nel prossimo round di nomine: in scadenza i consigli di diciassette società partecipate

(di Massimo Giannini – repubblica.it) – Il caso Consob è una bussola perfetta, per capire quale rotta seguiranno i patrioti nel prossimo giro di nomine pubbliche. Entro la prossima primavera ci sono da rinnovare 112 consiglieri di amministrazione di 17 società partecipate. Non sarà una tornata, e neanche un’infornata. Sarà un’abbuffata. Le teste d’uovo di Fratelli d’Italia e della Lega si sono già attovagliati, pronti a divorare le poltrone che capitano a tiro.
L’uomo di Giorgetti
I soli “salvati” sono i tre amministratori delegati di Eni, Enel e Leonardo, cioè Claudio Descalzi, Flavio Cattaneo e Roberto Cingolani. Per il resto, sarà carne di porco. All’insegna dello spoils system più becero, ispirato all’unico criterio riconosciuto da questa banda di avventurieri: la fedeltà politica. Lo scontro in Consiglio dei ministri sul successore di Paolo Savona alla Commissione che vigila sulla Borsa e i mercati finanziari è paradigmatico. Giorgetti non ha dubbi, l’uomo giusto non è uno qualsiasi: è il suo sottosegretario, Federico Freni. Ci credereste? Peggio di Caligola col suo cavallo (col massimo rispetto per Freni, e pure per il cavallo). E il bello è che da un lato ci sono altri ministri che assicurano “siamo tutti d’accordo”, dall’altro lato c’è Antonio Tajani che si mette di traverso e dice “no, per noi Freni può fare il commissario, ma il presidente deve essere un tecnico”. Capite il paradosso? Per trovare un minimo di rispetto per le competenze professionali e per le convenienze istituzionali bisogna affidarsi ai maggiorenti di Forza Italia, il partito del Caimano che in altri tempi ha epurato tutto l’epurabile con gli editti bulgari e ha lottizzato tutto il lottizzabile con i maggiordomi arcoriani.
Parlando solo di Consob: nel 2003 fu il governo Berlusconi-bis a piazzare al vertice Lamberto Cardia (capo del legislativo al Mef di Tremonti nel 1994 e poi sottosegretario a Palazzo Chigi con Dini nel 1995), e nel 2010 fu il governo Berlusconi-quater a spedirci Giuseppe Vegas (già vicepresidente dei gruppi forzisti e poi viceministro al Mef sempre con Tremonti tra il 2001 e il 2006). Oggi gli stessi eredi del Cavaliere sbarrano la strada ai politici e invocano i tecnici. È credibile? Sì, quanto uno scoop di Fabrizio Corona su “Falsissimo”. Tajani fa il Ghino di Tacco con un duplice scopo. Il primo, sovraordinato e più strategico: impedire che alla Consob ci finisca un esponente del Carroccio, capofila della sgangherata campagna contro le banche per la tassa sugli extraprofitti che ha impensierito Mediolanum e indignato Marina Berlusconi. Secondo, subordinato e più tattico: trattare con gli alleati di maggioranza l’eventuale via libera a Freni in cambio di adeguate contropartite sulle altre nomine. Comunque vada a finire, sarà un disastro. Quanto sarebbe importante una Vigilanza autonoma e autorevole sui mercati lo hanno dimostrato i pastrocchi di quest’ultimo anno intorno alle scalate bancarie. Di fronte al palese “concerto” tra i soci, dalla privatizzazione della quota di Mps alle nomine successive all’ingresso in Mediobanca, la Consob di Savona ha fatto il cane da salotto dei nuovi potenti, come serviva alle destre al comando. Non ha visto, non ha sentito, non ha parlato, facendosi pure mettere in mora dalla Procura di Milano. Al governo serve che questo andazzo da tre scimmiette continui anche per i prossimi sette anni. Per questo è fondamentale un politico che prende ordini. Come nella peggiore tradizione, del resto.
Il manuale Cencelli
Succedeva ed è successo anche ai tempi della Prima Repubblica, quando all’autority deputata al controllo di Piazza Affari Giulio Andreotti ci sistemava un disonesto avventuriero come Bruno Pazzi o un modesto senatore come Enzo Berlanda. È questione di verità storica e non di partigianeria: le eccezioni a questo Manuale Cencelli a senso unico si devono al centrosinistra. Un marchio indelebile lo lasciò nel 1981 Guido Rossi, uno dei massimi esperti internazionali di diritto finanziario, padre della prima legge antitrust di questo sciagurato Paese, voluto a ogni costo da quel genio di Beniamino Andreatta. Dello stesso segno, nel 1997 e nel 1998, le presidenze di Tommaso Padoa-Schioppa prima e di Luigi Spaventa poi, i due tecnici più prestigiosi e coraggiosi che si siano mai visti in quel palazzo, ormai tornato ad essere purtroppo una specie di porto delle nebbie: entrambi nominati da Romano Prodi durante il suo primo governo dell’Ulivo. Due civil servant, senza tessere di partito, che hanno incarnato la trasparenza e l’indipendenza di quel prezioso organo di garanzia. Basterebbero questi esempi a ribadire che oggi ci vorrebbe una Consob senza Freni.