Matteo Salvini, Rivisondoli

(Flavia Perina – lastampa.it) – Senza quel diavolo di Matteo Salvini sarebbe tutto filato liscio e in chiusura di settimana si sarebbe potuto dire: ecco, la corsa al centro, il gran progetto del campo largo da mesi impantanato nella ricerca di un federatore di rango, alla fine lo realizzerà il centrodestra, anzi già lo sta realizzando. Due le scene sotto i riflettori: il convegno leghista di Roccaraso, con il manifesto di destra liberale di Luca Zaia, l’invito a Francesca Pascale, paladina dei diritti Lgbtq+ e le frasi tombali contro i vannacciani («Auguri, andate pure»). E poi Milano, con la tribuna offerta da Forza Italia a un esterno di lusso, Carlo Calenda, per dare concretezza alla prospettiva di una futura alleanza politica a livello locale e nazionale.

Sottotesto di entrambi gli appuntamenti: si faccia pure il suo partito, Roberto Vannacci. Provi a scippare alla coalizione quell’esiziale due o tre per cento che gli attribuiscono le rilevazioni. Il centrodestra se lo andrà a riprendere da un’altra parte, tra la borghesia produttiva, le piccole imprese, i moderati spaventati da guerra e crisi ed eccessi di estremismo, luoghi dove la Decima non entra neanche in anticamera.

Quel diavolo di Matteo Salvini, tuttavia, all’ultimo momento ha deciso di metterci la coda, ed ecco che la corsa al centro con una mano si inaugura e con l’altra si ferma, nella fattispecie invitando e ricevendo in sede di ministero il «politico e criminale britannico» (cit. Wikipedia) Tommy Robinson, una fedina penale da bandito – violenza, stupefacenti, truffe – messa al servizio di una miriade di partitini del suprematismo bianco. E dunque: l’incontro Salvini– Robinson diventa cartina al tornasole di uno scollamento tra desideri e possibilità, razionalità e istinto, perché mentre a ragione si lavora per superare il caso Vannacci e ammortizzare un suo possibile addio, una oscura coazione a ripetere spinge in scena un personaggio ancor più estremista, sulfureo, inquietante.

La frana era inevitabile. «Non posso stare con chi riceve neonazisti coacainomani in un ministero della Repubblica italiana», dice Carlo Calenda dal palco milanese. «Sarò libero di incontrare chi fico secco voglio io?» replica Matteo Salvini dalla tribuna di Roccaraso. Nel botta e risposta la cifra del doppio weekend programmatico di Lega e Forza Italia cambia segno. Doveva definire un nuovo terreno di gara tra i due junior partner di Giorgia Meloni, portare la competizione sul terreno del voto centrista e moderato. Si risolve nel timore che uscito un Vannacci (se uscirà) magari se ne farà un altro, e sarà «chi fico secco vorrà» Matteo Salvini, forse selezionato nei prossimi convegni sulla remigrazione che si annunciano col patrocinio leghista. Uno come Calenda, che non sta a sinistra per assoluta incompatibilità con i Bonelli, i Fratoianni, gli amici di Hamas, cosa avrebbe da guadagnare nel cambio di fronte? E infatti dice chiaro e tondo all’assemblea di Forza Italia: pensare di condividere qualcosa con i Salvini, i Vannacci, i filo-Putin, non ce la faccio.

Cercare il centro, insomma, anche a destra è un desiderio, un progetto, una possibilità, ma non è ancora un percorso concreto. Per di più, si ha la sensazione che resterà un «vorrei ma non posso» finché Matteo Salvini non deciderà se portare il partito nella direzione indicata a Roccaraso dalla vecchia fronda leghista e dai “liberal” del Carroccio – inedite aperture sui diritti e persino sull’immigrazione – o se al contrario cercherà di trattenere il voto sovranista estremizzando posizioni e messaggi. Nel secondo caso, altro che centro: si attiverà un altro tipo di gara, quella a chi è più puro nell’esprimere il “sentiment” delle destre sovraniste e più duro nel realizzarlo.