L’appello alla riscossa del premier canadese suona come una sorta di Manifesto per un nuovo liberalismo, un internazionalismo più largo dell’Occidente ma occidentale nelle radici. Che porti le medie potenze a fare squadra. Ma per la politica italiana, Carney è un alieno

(Guido Rampoldi – editorialedomani.it) – A giudicare dalle entusiastiche citazioni che appaiono da giorni sui media occidentali, l’intervento a Davos del premier canadese Mark Carney sarà ricordato come uno di quei discorsi storici che squarciano il buio del loro tempo, indicano la luce che appare in fondo alla notte e chiamano alla riscossa gli smarriti.
D’un tratto appaiono insensati tutti i ninna-nanna in cui ci cullavamo da lustri – la nostra civiltà, l’Occidente, l’eterno alleato americano – e ci risvegliamo in un mondo brutale di grandi predatori, un Jurassic park in cui gli europei, e in generale le potenze ‘minori’ come il Canada, sembrano destinati a diventare il pasto. A meno che – e qui il discorso di Carney diventa un incitamento al contrattacco – quelle medie potenze non facciano squadra e inventino un nuovo ordine che protegga i loro interessi e i loro valori.
Pochi giorni dopo, ecco la visione di Carney trovare conferma nei negoziati che coinvolgono tre angoli del Jurassic park contemporaneo: l’Ucraina, Gaza e la Groenlandia. Dove i tirannosauri sembrano onnipotenti eppure ancora non riescono a spuntarla, in qualche modo arginati da alcune medie potenze con una resistenza certo flebile e scoordinata, ma sufficiente per dimostrare quel che fino a ieri pareva impossibile: ribellarsi è possibile.

I fronti aperti
Gaza, per cominciare: invitati da Washington ad entrare nel Board of Peace presieduto a vita da Trump, molti europei declinano; e con la loro assenza (alcuni potrebbero entrare nel Board, nessuno però pagando il miliardo di dollari richiesto da Washington) denudano le velleità imperiali del progetto, la contraddittorietà dell’architettura, le ambiguità che lo porteranno a fallire.
Poi la Groenlandia: qualunque cosa abbiano pattuito Trump e l’ossequioso segretario generale della Nato Mark Rutte, ora è chiaro che saranno la Danimarca e i nativi a decidere, sostenuti da quei rari europei che cominciano ad accettare i rischi del gioco duro con Washington.
Infine l’Ucraina. Gli europei non partecipano al negoziato russo-americano-ucraino, e Zelensky li ha scudisciati con ragione per i ritardi e per l’inconsistenza politica. Ma Kiev riesce ancora a resistere al forcing di Mosca e di Washington: se non avesse alle spalle quei Volenterosi che contrastano l’entente cordiale anti-Ucraina, probabilmente sarebbe stata da tempo costretta a riconoscere la sovranità russa sui territori occupati dalle armate di Putin.
La novità dei segnali emessi dall’Europa è dimostrata dalla stizza e dal nervosismo di Washington, cui non è estranea la consapevolezza che uno scontro aperto con gli ex alleati potrebbe avere un costo elevato anche per gli Usa (elevatissimo se si riflettesse sul costo dell’immenso debito americano, 38 trilioni).

Il protagonismo canadese
A Davos due ministri statunitensi hanno dato in escandescenza davanti ad una platea ostile. Trump ha insultato nel solito modo greve (tra gli altri) il Canada, che a suo dire sarebbe in vita solo grazie agli Stati Uniti, e preso di petto Carney, cui ha revocato l’invito nel Board of peace. Ma queste sfuriate non hanno avuto alcun effetto, se non corrobare la risolutezza canadese.
A Ottawa lo stato maggiore adesso prepara i piani per organizzare la guerra di liberazione nel caso il Canada fosse invaso (dagli Stati Uniti, ma questo è implicito). D’un tratto all’interno della Nato gli Usa di Trump sono immaginati nel ruolo di Nemico, pensiero che sarebbe apparso stupefacente ancora un anno fa. E d’un tratto viene abbozzata la possibilità di opporre all’imperialismo trumpiano «un nuovo ordine che incarni i nostri valori, come il rispetto dei diritti umani, lo sviluppo sostenibile, la solidarietà, la sovranità e l’integrità territoriale degli stati», per citare il discorso del liberale Carney.

Quell’appello alla riscossa suona come una sorta di Manifesto per un nuovo liberalismo, un internazionalismo più largo dell’Occidente (termine che Carney non usa) ma occidentale nelle radici. Dopotutto oggi Minneapolis è Europa. Ma è Europa, pienamente Europa, questa Italia? Carney non può che risultare un alieno alla gran parte della politica nostrana, non solo alla maggioranza.
Il premier canadese siede nel club dei Volenterosi, è detestato dal governo israeliano non solo perché ha riconosciuto lo stato palestinese, considera suicida l’accondiscendenza verso Trump, e non si attribuirebbe mai la missione di ricomporre «l’unità dell’Occidente» con la moderazione e l’ossequio, la mission che rivendica il governo Meloni mentre contribuisce a scomporre l’Europa frenandone l’unificazione.
I garantisti manettari
(Di Marco Travaglio) – I giuristi per caso del governo e dei media italiani urlano e strepitano per la scarcerazione di Jacques Moretti, arrestato il 9 gennaio dai giudici svizzeri per la strage colposa di 40 ragazzi nel suo locale di Crans Montana e liberato su cauzione l’altro ieri per cessate esigenze cautelari. Il governo si copre di ridicolo convocando l’ambasciatore per sentirsi rispondere che in Svizzera (come del resto in Italia) sugli arresti decidono i giudici, non il governo, quindi Meloni, Tajani&C. sbagliano indirizzo. Poi il presidente Parmelin pronuncia una frase a prova di coglione: “Dobbiamo rispettare la separazione dei poteri, la politica non deve interferire con la giustizia”. Come a dire: non è così anche da voi? No, da noi si separano le carriere dei magistrati per violare la separazione dei poteri. Il governo pretende di dettare le indagini ai pm e le sentenze ai giudici e punire i disobbedienti. E ora protesta col governo svizzero pensando che anche lì si usi così. Siccome siamo sempre in bilico fra tragedia e farsa, gli alti lai contro la scarcerazione giungono dai “garantisti” che hanno trascorso gli ultimi 30 anni a strillare contro la barbarie della custodia cautelare e a renderla sempre più difficile (Nordio fa persino avvisare gli arrestandi, che così fuggono e minacciano i testi). E ci fracassano i cotiledoni sulla “presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva” (che poi è di “non colpevolezza”, cosa ben diversa).
Ora questi somari in malafede dovrebbero informarsi e informare i parenti delle vittime, anziché ingannarli con fake news, su cos’è la custodia cautelare: non un’anticipazione della pena, ma una misura eccezionale che priva il cittadino della libertà prima del processo solo se ricorrono gravi indizi di colpevolezza (e lì ricorrono eccome) e almeno una delle tre esigenze cautelari: pericolo di fuga (molto improbabile, anche perché Moretti fuggendo perderebbe la cauzione), o di reiterazione del reato (impossibile: il locale è bruciato), o di inquinamento delle prove (assurdo: le prove sono tutte in mano agli inquirenti, fra video della festa, testimonianze dei superstiti e carte del Comune che non ispezionò mai il locale). Quindi Moretti sarebbe uscito anche in Italia (e senza neppure la cauzione), anzi probabilmente non sarebbe mai stato arrestato. Ma la scarcerazione non attenua minimamente la gravità del fatto né la colpa dei responsabili, come si fa credere ai familiari delle vittime moltiplicando il loro dolore: riguarda esclusivamente la possibilità o meno di giudicare Moretti e la sua compagna a piede libero senza compromettere il processo. Dopodiché si spera che i due siano condannati al massimo della pena e in carcere ci vadano (dopo la condanna). Intanto i nostri famosi “fact checker” sbugiarderanno i politici e i giornali. O no?
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“fuct checker” cioè sM3rdana contro la Ducia? mai! non è mica Conte.
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hahah
i pennivendoli di Debenedetti (si fa chiamare col DE staccato per narcisismo), scoprono ora cosa sono veramente gli IUESEI, ed eleggono a loro paladino anti-Tramp (il cattivo), Mark Carney, un banchiere ex governatore della banca del Canada e poi d’inghilterra, diventato politico (ricorda qualcuno?).
Sarebbe questo il leader Uccidentale che risolleverà le sorti dell’Europa presa a calci dal padrone e persino dal furfante cocainomane, che in cambio di cessi d’oro, ha distrutto il suo paese, perchè doveva a tutti i costi entrare nel club degli assassini internazionali (NATO)?
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L’armata Brancaleone già ragiona con mentalità post SÌ al referendum. Peccato che , primo, ancora non è stato celebrato, quindi per il momento è solo una proposta, con possibilità (e si spera) che gli Italiani la respingano.
In secondo luogo, e molto più importante, in Svizzera esiste (e almeno lì non è minacciata) la separazione dei poteri. Quindi i Brancaleone possono ringhiare per la decisione della procura svizzera, ma che esercitino pressioni sul giudice svizzero o sul governo svizzero è fuori luogo – per usare un eufemismo.
Se io fossi l’ambasciatore italiano ,‘’richiamato a Roma per consultazioni’’, in questi giorni non sarei orgoglioso del paese che rappresento.
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