Il Tycoon incarna tutti coloro che il political correct e il wokismo hanno finito per provocare, schifare, deridere e umiliare. E non solo negli States …

(Gianvito Pipitone) – Per chi, fra le altre cose, è impegnato a crescere i propri piccoli mentre inciampano e si rialzano, mentre imparano a diventare cittadini e a stare rispettosamente nel mondo, questo periodo storico è davvero deprimente. C’è una dolorosa discrepanza tra le regole che professiamo nel chiuso delle nostre case e l’aria pesante che infuria fuori. Qualcuno obietterebbe che il mondo è sempre stato ingiusto e pieno di difficoltà. Certo. Ma stavolta lo sentiamo più vicino, più minaccioso, perché la guerra non è dove ce la saremmo aspettata: è proprio in quella parte di mondo in cui non pensavamo di dover respirare paura, incertezza e regressione. In maniera diffusa.
Il cosiddetto Occidente: il luogo a cui avevamo affidato le ultime certezze rimaste – il mito della democrazia, la forza della partecipazione, il senso della giustizia – quelle stesse certezze minime che ci permettevano di raccontare ai nostri figli che sì, il mondo è complicato, ma una direzione giusta esiste ancora.
E invece quel mondo lì, oggi, è proprio quello che sembra essersi smarrito. Il suo mito si è spezzato. Non per un incidente di percorso, ma per un’inquietante sequenza che ha ormai assunto forma di sistema.
L’assassinio, da parte di agenti federali dell’ICE, di Alex Pretti – un altro giovane trentasettenne a Minneapolis, dopo quello ancora caldo di Renée Good – non è più un episodio isolato. È un segnale, un sintomo, un colpo inferto a una società già febbricitante. E le risposte arroganti che arrivano dai responsabili e dal presidente degli Stati Uniti non fanno che confermare ciò che molti non volevano vedere: che non c’è più riparo, che la distanza non basta, che non possiamo più illuderci di stare dall’altra parte del vetro.
Molti diranno, come sempre: “Massì, sono americanate, c’è un oceano in mezzo, è un’altra storia, un altro contesto, un’altra antropologia politica.”
Ma è un errore gravissimo.
Il battito d’ali della farfalla di Minneapolis arriverà eccome da noi, perché il vento che lo trasporta è lo stesso che soffia sulle nostre democrazie stanche, sulle nostre società polarizzate, sui nostri armadi pieni di scheletri che per troppo tempo abbiamo preferito ignorare.
Bisogna diffidare da chi sostiene che l’America stia pagando i suoi vecchi squilibri sociali e che questo non potrà accadere da noi, dove gli anticorpi sarebbero più robusti.
Negli ultimi giorni si sono moltiplicati i commenti allarmati su quanto possa accadere negli Stati Uniti: la guerra civile evocata non più come metafora ma come possibilità concreta; l’analisi sul potere presidenziale che avrebbe divorato ogni barlume di dissenso; editoriali di intellettuali americani liberali che denunciano la violenza immotivata con cui gli agenti federali dell’ICE, inviati negli Stati democratici e riottosi al verbo presidenziale, stanno mettendo a repentaglio ogni regola democratica.
Stamattina il web ne è pieno, e a ragione: perché l’ennesimo sfregio autoritario ha ormai sprofondato quella che per decenni abbiamo definito “la prima democrazia del mondo” in un incubo senza fine.
Ed è qui che il sillogismo, per quanto brutale, dovrebbe preoccuparci: se quella era la prima democrazia del mondo, figurarsi da noi.
E infatti, mentre guardiamo l’America, cominciano a riemergere gli scheletri dai nostri armadi: il nazifascismo sistematico europeo, il brodo di coltura in cui hanno cotto e bollito per decenni le nuove leve pronte a incarnare vecchi ideali mai davvero estirpati, solo rimossi, archiviati come se fossero un capitolo chiuso della storia.
Ma qualcuno si è mai chiesto davvero, fino in fondo, come sia possibile che ideali di guerra, di razza, di cultura dell’odio abbiano potuto attecchire nuovamente dopo quanto è accaduto nella Seconda guerra mondiale? Come è possibile che, dopo Auschwitz, dopo le costituzioni nate dalla Resistenza, si possa tornare a parlare di “purezza”, di “difesa della civiltà”, di “sostituzione etnica” con la stessa leggerezza con cui si commenta un rigore sbagliato? Bisognerebbe scavare lì dentro, in quell’abisso che abbiamo preferito dimenticare o volutamente trascurare.
C’è stato un momento, un quindicennio buono, attorno agli anni Dieci del 2000, in cui sembrava che gli ideali di democrazia avessero finalmente dato il leitmotiv al mondo civilizzato. La politica, l’industria culturale, Hollywood, Disney: tutto sembrava convergere verso un’idea di mondo più aperto, più inclusivo, più giusto. Prima in maniera più blanda sotto Clinton e poi, con decisione sotto Obama, con tutte le contraddizioni e le ombre della sua realpolitik, si era imposto un paradigma: inclusione, rispetto, multiculturalismo.
Il political correct, nella sua versione originaria, era uno strumento di civiltà. Poi, lentamente, si è trasformato in un dispositivo troppo rigido, spesso grottesco, quasi sempre percepito come punitivo. Non c’era nulla di sbagliato in quei principi – molti erano sacrosanti – ma nella loro applicazione distorta.
Qualcuno ha creduto che cambiare la forma della lingua bastasse a cambiare la sostanza del mondo. Ha pensato che imporre regole fosse sufficiente a generare consenso. Ha confuso la pedagogia con la sanzione.
E mentre molti – convinti di essere dalla parte del giusto – erano impegnati a correggere ogni sfumatura, a raddrizzare ogni parola, a vigilare su ogni gesto, dall’altra parte della barricata cresceva un esercito di esclusi, di risentiti, di umiliati. Non perché fossero vittime del multiculturalismo, ma perché si sentivano derisi, etichettati, respinti.
Li abbiamo definiti – mi ci metto pure io – rednecks, buzzurri, ignoranti, fascistelli. Li abbiamo caricaturizzati, ridicolizzati, trasformati in meme. E loro, lentamente, hanno iniziato a crederci davvero.
E oggi eccoli lì: leader, ideologi, megafoni di un risentimento che abbiamo contribuito a costruire. E con loro, in Europa, i fratelli e le sorelle di sempre: AfD, i vari rassemblements, nostalgici assortiti sempre pronti a menare la mani, quando nell’aria c’è odore di cadavere.
Non sono spuntati dal nulla. Non prendiamoci in giro. Non facciamo finta di cadere dal pero. Sono il prodotto di un fallimento culturale: del fallimento della nostra società, che voleva essere inclusiva e li ha lasciati fuori, con un calcio nel sedere.
No, non è colpa del political correct se oggi esistono figure come Donald Trump, Pete Hegseth, Stephen Miller, J.D. Vance, Steve Bannon, Greg Bovino. Ma Trump incarna tutti quelli che il political correct ha contribuito a provocare, schifare, deridere. Li ha involontariamente raccolti, organizzati, trasformati in forza politica. Li ha trovati dove noi – il mondo democratico propriamente detto – li avevamo lasciati: indietro.
La verità è che quando si è in vantaggio bisognerebbe saper vincere con misura, non stravincere. Noi invece abbiamo scelto l’umiliazione alla comprensione, il sarcasmo all’ascolto, e oggi ne paghiamo il prezzo: la prima legge di Trump – presa in prestito da Newton – è lì a ricordarcelo, perché a ogni azione corrisponde una reazione.
E adesso? Difficile dirlo. Ma qualcosa, nel nostro piccolo, possiamo ancora farla: smettere di abitare i social con la solita, distratta leggerezza. E mentre il mondo ci crolla addosso pezzo dopo pezzo, provare finalmente a indignarci davvero, senza delegare tutto all’inerzia del tempo. Per una volta almeno…
La prima democrazia del mondo? .ma per favore .. e le due bombe sul giappone….?
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Arrivata a “Bisogna diffidare DA chi”, ho smesso di leggere.
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Perchè prima di Trump era meglio? confondere la causa con l’effetto.
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Quando viene espresso un giudizio positivo riguardante qualsiasi presidente Usa credo sarebbe corretto valutarne l’ operato dentro e fuori i “confini” nazionali.
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Voglio dire che i presidenti Usa Dem sono noti e famosi per le loro crociate interne a favore dei diritti, soprattutto civili. Ma fuori dai confini infrangono le leggi del diritto internazionale esattamente come tutti gli altri.
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La trafila è uno strumento che serve a ridurre la sezione (nel caso di metalli) di fili o barre, attraverso passaggi via via più stretti. Ecco, io penso che Trump sia l’ esito scontato e finale di tutta una serie di passaggi che hanno ridotto regole e ordine. La ipocrisia degli alleati chiama-va il tutto “esportazione della democrazia”. E oggi fanno gli indignati perché il buco è stretto e non passa più niente. Ma pensa che novità!
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