Ecco chi è il comandante italoamericano in prima linea a Minneapolis: retate postate come videoclip, violazioni dei diritti civili, irruzioni senza mandato, pestaggi, lancio di lacrimogeni su bambini mascherati. Ma lui replica: “È legale, è etico. Abbiamo arrestato diecimila criminali”

(di Lirio Abbate – repubblica.it) – C’è un’immagine che resta più di tutte: Gregory Bovino, comandante della Border Patrol, in prima linea a Minneapolis, impettito dentro un trench verde militare dalle spalline rigide, i bottoni dorati lucidi sotto il sole gelido del Minnesota. Il cappotto, “SS garb”, l’ha definito il governatore della California Gavin Newsom, evocando immagini da Reich. «Divisa standard della Border Patrol», ha risposto Greg, il comandante più visibile, e più temuto, della guerra all’immigrazione del secondo mandato Trump. Un uomo, una mise, una missione. E forse è vero che l’abito non fa il monaco. Ma fa il comandante, quando il comandante è Greg Bovino. L’uomo che ama definirsi “apolitico” mentre lancia granate di lacrimogeni su bambini mascherati per Halloween, trascinati via da parcheggi scolastici tra urla e pianti. L’uomo che, da buon protagonista del secondo tempo trumpiano, recita la parte del duro con la cinepresa sempre addosso. Hollywood style.
Un eroe per sé stesso
Nato a metà degli anni Sessanta, cresciuto tra le nebbie bluastre delle Blue Ridge Mountains in North Carolina, Bovino porta con sé un accento del Sud, un culto per “Ma and Pa America” e una fascinazione infantile per The Border, film hollywoodiano che da bambino lo colpì al cuore. Non perché mostrasse le ingiustizie di un sistema, ma perché (orrore!), i poliziotti del confine erano i cattivi. Giurò allora di diventare il poliziotto “buono”. Così è iniziato il viaggio di Greg, nipote di immigrati calabresi sbarcati negli Stati Uniti nel maggio 1924, lo stesso mese in cui veniva fondata la Border Patrol, con lo scopo dichiarato di ridurre l’ingresso di italiani e immigrati dell’Europa meridionale. Il pronipote, ironia della Storia, è oggi l’uomo incaricato di espellerli, o di impedirne l’ingresso. Bovino è diventato il volto patinato delle retate più dure degli Stati Uniti. Il simbolo armato del motto trumpiano: Law and Order con le mani sul manganello e i droni in volo sopra i quartieri.
Il regista della paura
La sua carriera decolla con “Operation Return to Sender”, in California, dove i suoi agenti sbucano tra i filari di Bakersfield fermando camioncini, tagliando le gomme e arrestando contadini come nei film d’assalto. Poi, ecco il palcoscenico perfetto: Los Angeles. Greg si muove con i suoi uomini come in un videoclip metal, le irruzioni montate con colonne sonore di heavy rock e grafica alla Star Wars, dove lui stesso è Darth Vader che annienta “fake news” e “sanctuary cities”. Non ci si stupisce allora se in uno dei suoi blitz, trasmesso in diretta da NewsNation, l’irruzione a Chicago in un palazzo semi-abbandonato avviene con elicotteri, granate stordenti e centinaia di agenti mascherati che portano via 37 venezuelani, bambini compresi, in pigiama, strappati dai letti senza mandato. Alicia Brooks, cittadina americana, viene ammanettata nonostante le sue proteste: «Mostravo i documenti, e mi hanno messa a terra».
Dalle vette di Blowing Rock alle strade di guerra
Dietro quella maschera marziale, e il trench contestato, Bovino porta con sé la storia bifronte degli Stati Uniti: madre americana di antica borghesia appalachiana, il padre era figlio di minatori calabresi emigrati in cerca di fortuna. Una “catena migratoria”, direbbe lui, da cui oggi difende l’America come se fosse un bunker assediato.
La sua visione del confine è apocalittica: «Quello che succede al confine non resta mai al confine», ama ripetere, come uno slogan da trailer. Ogni città è un fronte. Ogni latino, un sospetto.
La Gestapo dell’era Trump?
Ice e Border Patrol sotto Trump hanno smesso di essere solo agenzie federali. Sono diventati strumenti ideologici, polizie politiche che operano ben oltre i confini. Gregory Bovino ne è il volto, il regista, il testimonial. Le retate diventano videoclip, i droni inquadrano le facce terrorizzate, le lacrime si mischiano a fumi tossici.
Nel Minnesota, sotto il comando di Bovino, un bambino di 5 anni è stato usato come esca per arrestare suo padre. In un’altra scena, una parata scolastica si trasforma in campo di battaglia: agenti in assetto antisommossa lanciano lacrimogeni in mezzo ai bambini travestiti da zucche. Un agente grida a un manifestante: «Bang bang. Sei morto, liberal».
Le accuse non mancano. Violazioni dei diritti civili, irruzioni senza mandato, pestaggi. Ma Greg risponde con il suo solito sorrisetto da action hero: «È legale, è etico. Abbiamo arrestato diecimila criminali». E se tra i fermati ci sono anche bambini, insegnanti, cittadini americani? Collateral damage.
Eppure, nel silenzio di Washington, Greg Bovino continua. Si mostra in video tra rovine urbane e bandiere americane sventolanti, come un reduce senza guerra, alla guida di un esercito che si sente sopra la legge perché la legge, in fondo, gli dà ragione.
La maschera trumpiana
Bovino non è un semplice burocrate della frontiera. È la maschera, non solo in senso figurato, di una nuova stagione americana, dove la legge si fa spettacolo, la paura si trasforma in propaganda e la divisa diventa costume. Nel suo trench da guerra, Greg non difende l’America. La interpreta. Come se fosse il protagonista di un film che ha sognato da bambino, ma che oggi, per molti, è un incubo a colori. Quest’uomo dalle origini italiane è un sintomo. È l’America quando decide di non chiedere più permesso ma di bussa con lo stivale. Un uomo che interpreta il proprio ruolo con zelo e vanità, che gira per le città con l’atteggiamento di chi cerca la telecamera prima della giustizia. Che sembra voler sostituire le leggi con l’estetica della forza. È l’uomo perfetto per l’America della paura, del nemico interno, del confine ovunque. Un uomo perfetto, insomma, per un’epoca imperfetta.
Il confine come conquista
Greg Bovino non difende confini. Li crea. Li impone. Li muove dove prima c’era solo normalità. La sua missione non è pattugliare, ma mostrare. Mettere in scena. Far sapere che lo Stato può colpire quando vuole, dove vuole, e con qualsiasi mezzo. È l’uomo giusto per un’America che non vuole più chiedere permesso, ma farsi temere. E il trench verde, la mascella serrata, il gas negli occhi dei manifestanti sono lì per ricordarlo.