La lezione della storia agli Usa: più di un secolo di rapporti che neppure Trump potrà mai cancellare

(di Ernesto Galli della Loggia – corriere.it) – Quanto è accaduto a Davos con la (temporanea?) marcia indietro di Donald Trump sulla Groenlandia non può ingannare nessuno sul futuro che ci aspetta. Ormai è certo: come europei non possiamo più contare sull’attuale governo degli Stati Uniti, sulla sua amicizia, sul suo eventuale aiuto. Anzi possiamo essere ragionevolmente certi che se esso potrà trovare una nuova occasione per mettere l’Europa con le spalle al muro lo farà con piacere, se gli capiterà di mostrarci nuovamente il suo disprezzo lo farà senza pensarci due volte. A Washington, insomma, siede un governo a noi europei sostanzialmente ostile. Forse non ostile nella stessa misura a noi italiani grazie all’accorta politica seguita finora dalla nostra premier: ma in questa minore ostilità, che spesso ama presentarsi come un’ambigua benevolenza, si cela — come dovrebbe essere a tutti chiaro e come credo che a Giorgia Meloni sia chiarissimo — si cela un pericolo mortale. Quello di dividerci dagli altri Paesi e governi europei. Con colui che comanda a Washington è sperabile dunque che chi di dovere non abbia usato e non usi a tempo debito mezze parole per informarlo che all’ultimo all’ultimo, se mai si dovesse arrivare a qualche stretta finale, l’Italia starà sempre dalla parte dell’Europa, costi quello che deve costare.

Magari aggiungendo che, pure se non è proprio nelle vicinanze dell’Artico, anche Sigonella è egualmente importante per il sistema difensivo globale degli Stati Uniti, e che la Sicilia, benché sia un’isola è tuttavia alquanto diversa dalla Groenlandia.
Ma se questa è l’ora di parlare chiaro all’inquilino della Casa Bianca quando le circostanze lo consiglieranno o l’imporranno, questo è anche, a maggior ragione, il momento di allacciare o di stringere ancor di più i mille rapporti personali e istituzionali che noi italiani ed europei abbiamo con il popolo e le più diverse istituzioni degli Stati Uniti. Con gli «americani», come da sempre li chiamiamo (facendo un torto, di cui chiediamo scusa, a tutti gli altri abitanti di quel continente). Rapporti che una storia ormai più che secolare ha costruito attraverso le pagine di quella che ha il tono e i contenuti di una vera epopea moderna.

Dalle ondate di emigranti che l’Europa della miseria e delle persecuzioni ma anche della laboriosità e dell’intelligenza riversò per decenni sull’altra sponda dell’Atlantico alla straordinaria invasione, in senso inverso, di musiche, balli, film, fumetti, invenzioni di svago di ogni tipo con cui gli Usa ci dischiusero a partire dagli anni Trenta il mondo senza fine e senza età dell’illusione e dei sogni. Pagine di un’epopea la cui copertina recherà per sempre l’immagine famosa di Robert Capa di un soldato americano immerso per metà nell’acqua che si muove faticosamente verso una spiaggia della Normandia dove forse lo aspetta la morte per mano della Wehrmacht.

Tutto ciò neppure Donald Trump potrà mai cancellarlo. Questo è il messaggio che oggi l’Europa deve essere capace di far arrivare al popolo americano. Se l’Unione europea ha un commissario alla cultura — ahimè, sicuramente un illustre ignoto affogato in una pletora di burocrati — è nel trasmettere questo messaggio che egli dovrebbe concentrare tutte le risorse e le energie a sua disposizione. Il messaggio è che gli europei non dimenticano e non confondono. Proprio perché nell’ultimo secolo tanti di loro, tanti di noi, abbiamo dovuto provare un sentimento di vergogna per quanto faceva chi ci governava, proprio per questo sappiamo distinguere tra un popolo e e il suo governo. Un’ondata di antiamericanismo sarebbe oggi il massimo favore che le opinioni pubbliche d’Europa potrebbero fare a Donald Trump. Esso avrebbe l’unico effetto di cementare intorno al presidente degli Stati Uniti il consenso della stragrande maggioranza dei suoi concittadini proprio oggi che, invece, un tale consenso sembra cominciare ad accusare una crisi. E quindi servirebbe solo a dare un colpo mortale alle possibilità del Partito democratico, suo avversario, di metterlo alle corde e di strappargli la presidenza fra tre anni.

Non bisogna dimenticarlo: i presidenti e i governi passano, i popoli restano. E con loro resta la storia. Nel corso di secoli la storia ha visto la nascita di una cosa chiamata Occidente, costituita dall’intera America e dall’Europa. Ebbene, se l’Occidente si divide, con ogni probabilità l’Europa è perduta, certo: ma dal canto loro gli Stati Uniti perdono tutto il nostro continente, perdono il Mediterraneo, Suez, Gibilterra, il Baltico e un’intera sponda dell’Atlantico. E insieme perdono le loro radici e un pezzo della loro anima. Obiettivamente non sembrano queste le migliori premesse per resistere all’ascesa planetaria del gigante russo-cinese e ambire all’egemonia mondiale.