
(Michele Prospero – lafionda.org) – Il mondo non pare riorganizzarsi secondo la forma degli imperi, ossia macro-entità distinte che esercitano una piena egemonia entro territori omogenei. Il richiamo ossessivo di Washington al controllo completo dell’emisfero occidentale, Artico compreso, non implica insomma una rispolverata del disegno di Carl Schmitt, che negli anni Trenta immaginava un pianeta suddiviso in grandi spazi, ciascuno dei quali gestito in esclusiva (senza interventi stranieri) da un impero promotore di una “idea politica”.
Il rapimento spettacolare dei coniugi Maduro, l’invito alla rivolta degli iraniani per giustificare un blitz, la minaccia di usurpazione della Groenlandia segnano l’inaugurazione di una nuova tipologia di guerra: la violenza fulminea, senza i canonici stivali sul campo, per punire i riottosi e appropriarsi delle risorse in giro per il mondo. Il sogno, in sostanza, è quello di un impero pirata che manovra le reti di influenza su una scacchiera che, per il resto, può rimanere molto disordinata.
A destare il comandante in capo dal torpore è anzitutto l’impotenza del suo stesso governo nel rialzare gli indicatori della crescita. Non c’è modo di rilanciare le capacità competitive nell’economia-mondo di un sistema, come quello statunitense, abituato a consumare a credito. Con un debito pubblico impazzito, con i cenni di erosione del potere finanziario conferito dal primato del dollaro, si diffonde a dismisura, nelle élite come nell’America più profonda, la percezione di una vulnerabilità complessiva del paese. La data cerchiata in rosso dell’annus (poco) mirabilis, in cui è previsto lo smacco del sorpasso a opera di Pechino, preme come una lama insopportabile nel cervello del tycoon della Casa Bianca.
Per questo egli manda al diavolo ogni chiacchiera sui moventi ideali del soft power. Alla perdita della supremazia commerciale, che diffonde aspettative negative sul futuro, Trump oppone un nuovo-vecchio pensiero: la guerra come prosecuzione dell’economia con altri mezzi.
Per contro, con l’“operazione speciale” in Ucraina, Putin è alle prese con una spinta centrifuga che mira ad espropriare l’ex spazio sovietico: Mosca non conduce una vasta strategia di espansione verso l’Europa sotto i vessilli della potenza monolitica, piuttosto prova, con l’uso della forza, a limitare i danni della dissoluzione dell’Urss. Proprio a causa di questo deficit delle simbologie tipiche di un impero, dopo l’allargamento della Nato agli Stati dell’ex Patto di Varsavia e i progetti falliti con Georgia e Ucraina, adesso il Cremlino deve assistere all’anomala onda atlantica che, in sequenza, ribalta la fedele Siria, umilia l’alleato Iran, mette a soqquadro le autorità amiche di Caracas.
Per la Russia, l’epoca cominciata con il crollo del muro di Berlino si chiude oggi con l’allontanamento dal Vecchio continente e con una relazione più organica con la Repubblica Popolare. Neanche la Cina, dal canto suo, intende disporre le armate per dominare l’Asia. Gli equilibri di potere imposti da Giappone e India nell’area offrono rilevanti carte strategiche agli Usa e rendono irrealistico lo scenario di un grande quadrante agli ordini solitari di Pechino. Le mani su Taiwan, un’isola-rifugio che non gode di piena sovranità e non è riconosciuta quale membro dell’Onu, non indicano l’attivazione di una vocazione imperiale; al contrario, rivelano una volontà di soluzione dell’annoso nodo territoriale in conformità al principio storico-politico della “una sola Cina”.
Con l’esibizione di una geometrica capacità di colpire, gli Stati Uniti non perseguono l’obiettivo di una redistribuzione multipolare delle sfere d’influenza. Mirano invece a indurre le potenze rivali a una costosa e lunga distrazione dagli imperativi del calcolo economico in cui primeggiano. Perciò l’amministrazione Trump, in nome della sicurezza nazionale che sarebbe in gioco nelle acque e nei ghiacciai, tenta di sabotare le istituzioni finanziarie transnazionali e di indebolire le regole del commercio globale. La guerra ibrida americana (fuga dalle agenzie internazionali, dazi irragionevoli, sequestro di navi cargo, terrore verso nemici individuali, raid mirati, conquista di canali strategici) ha l’obiettivo di ostacolare la penetrazione silenziosa della mercanzia che viene dalla Cina.
Lo storico conservatore Niall Ferguson ritiene che dietro la follia di un giocatore irresponsabile come Trump, in realtà, covi l’ultima opportunità di rallentare l’ascesa del Dragone quale insurrogabile fabbrica del mondo (con 400 milioni di tute blu).
Alle tattiche più aggressive escogitate dai falchi di Washington in vista di un confronto militare risolutivo e alle sparate del presidente, che dice di non avere limiti nel diritto internazionale ma di avvertire solo i vincoli scolpiti nella “morale personale”, il governo di Pechino reagisce presentandosi come roccaforte dell’ordine mondiale. La centralità dell’approccio negoziale e cooperativo nel governo comune dei beni globali è rimarcata da uno dei più autorevoli studiosi cinesi di geopolitica, Yan Xuetong, direttore dell’Istituto di Relazioni Internazionali dell’Università Tsinghua. Teorico della competizione intelligente, nel cosiddetto dilemma della sicurezza egli subordina la forza (la deterrenza nucleare) all’attitudine a stipulare alleanze larghe per l’esercizio di una leadership globale equa e positiva.
Applicando i testi classici del pensiero pre-Qin (primo imperatore nel 221 a.C.), Yan teorizza un realismo morale che, nelle relazioni internazionali, adotta una “visione metaetica secondo cui esistono fatti morali oggettivi e valori morali”. Ciò comporta che le ambizioni egemoniche di una grande potenza rispecchino principi e scopi ricavati dalle norme internazionali riconosciute come vincolanti lungo un’intera fase storica. La sua convinzione è che «una leadership “morale”, che segue cioè le norme internazionali del suo tempo, diventerà forte e duratura, mentre una leadership “amorale”, che cioè va contro le norme internazionali, decadrà. Questa idea deriva dall’antico principio cinese dedao duozhu, shidao guazhu, secondo il quale una causa giusta gode di ampio sostegno, mentre una causa ingiusta vanta uno scarso supporto» (Yan Xuetong e Fang Yuanyuan, The Essence of Interstate Leadership. Debating Moral Realism, Bristol University Press, 2023).
Nella nuova dislocazione del potere mondiale, che dall’Atlantico si sposta al Pacifico, diventa cruciale, secondo Yan, risolvere il dilemma della leadership, ovvero misurare l’effettiva levatura delle élite e la loro abilità nel rimuovere le incertezze e le tensioni del vuoto tipico di un’età di transizione. A Trump e allo stile di una presidenza populista, che in una carenza di progettualità avvelena i pozzi con la de-globalizzazione, con la contrazione democratica a vantaggio dei signori delle nuove tecnologie digitali, con il rifiuto di fornire i beni comuni necessari per il mantenimento dell’ordine globale, Pechino deve quindi replicare con accorte strategie di rassicurazione ispirate a valori fondamentali.
Alla potenza discendente, che evoca la competizione militare per vincere anche la contesa economica e cerca di tamponare i ritardi nelle innovazioni avvalendosi della forza, la dottrina della potenza ascendente deve ribattere rifiutando l’hard power e le pratiche di de-integrazione economica. Più che nelle divise, Pechino confida in una rivalità cooperativa poggiante sul quasi monopolio dei minerali rari, sui vantaggi nell’intelligenza artificiale e nell’acquisizione dei big data, sulle ingenti riserve in dollari, sulla rete di relazioni commerciali che stringono nella partnership un centinaio di paesi (solo sette intrattengono rapporti preferenziali con gli Stati Uniti).
Un più giusto e multipolare ordine mondiale è la ricetta cinese contro le tentazioni neo-imperiali di ostacolare ogni risposta costruttiva ai cambiamenti avvenuti nella configurazione del potere internazionale.
veramente a partire dalle bombe atomiche sul Giappone, può essere paragonato all’IMPERO di Darth Sidious, il Lato Oscuro della Forza.
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