(di Massimo Gramellini – corriere.it) – A Davos l’Europa ha trovato finalmente un leader. Calmo, realista, autorevole. «L’ordine mondiale è rotto, siamo entrati nell’età brutale», ha esordito con lancinante consapevolezza. Era forse Merz, il cancelliere tedesco? 
«Ci viene detto che le grandi potenze possono fare quello che vogliono e i deboli devono conformarsi per sopravvivere». Ispirato, schietto, senza complessi. Sarà stato Starmer, il primo ministro inglese? 
«Per comodità ci siamo adeguati a un sistema che sapevamo ingiusto, ma adesso saremo costretti a cambiare. Guai, però, se ci chiudessimo nella nostra piccola fortezza. Siamo una media potenza, ma non siamo impotenti». Che visione, che apertura e che orgoglio. Si trattava sicuramente di Sanchez, il premier spagnolo. 
«Dobbiamo fare affidamento sulla forza dei nostri valori, ma anche sul valore della nostra forza. E raddoppiare le spese della difesa, rivolgendoci alle nostre industrie». Un sovranismo continentale, enunciato con grinta: che fosse Giorgia Meloni? 
«Cooperando con le altre medie potenze esistenti al mondo, potremo costruire un nuovo ordine basato sui nostri valori: rispetto, solidarietà, sviluppo sostenibile, integrità territoriale». Ah no, era Macron, senza gli occhiali a specchio. 
«Ma per contare di più dobbiamo agire insieme. Perché, se non sei al tavolo, significa che sei nel menu». 
Firmato: Mark Carney, primo ministro di Ottawa.
Ora ci siamo. Il leader che l’Europa aspettava è un canadese.