Roma, febbraio 2025: quando la strategia passa senza fare rumore

(Giuseppe Gagliano – lafionda.org) – La firma dell’accordo di cooperazione nel settore della difesa tra Italia ed Emirati Arabi Uniti, il 24 febbraio 2025 a Roma, viene raccontata come una normale tappa delle buone relazioni bilaterali. In realtà è qualcosa di più: è una scelta politica precisa, che scivola via senza dibattito pubblico e senza che nessuno senta il bisogno di spiegare davvero dove porta. Il 20 gennaio 2026 il Consiglio dei Ministri avvia l’iter di ratifica parlamentare: segno che l’intesa non era una fotografia per i comunicati, ma un ingranaggio pensato per entrare in funzione.

Il messaggio, non detto ma chiarissimo, è che Italia ed Emirati non vogliono più limitarsi a scambi commerciali e investimenti. Parlano di sicurezza. E quando la sicurezza entra nei rapporti bilaterali, le relazioni smettono di essere leggere e diventano vincolanti.

Un accordo “onnicomprensivo”: quando tutto è previsto e niente è discusso

Scambi di delegazioni, formazione militare, esercitazioni congiunte, cooperazione industriale, ricerca, trasferimento tecnologico, supporto logistico. L’elenco è lungo e rassicurante, proprio perché è vago. Ogni singolo punto è presentato come ordinario, quasi neutro. Ma messi insieme disegnano un quadro diverso: integrazione progressiva di apparati militari, dottrine operative e interessi industriali.

Il cuore dell’accordo è il Comitato congiunto incaricato di definire programmi annuali e monitorarne l’attuazione. È qui che la cooperazione smette di dipendere dall’umore dei governi e diventa struttura. Un meccanismo permanente, protetto dalle solite formule rituali – sovranità, reciprocità, rispetto degli impegni internazionali – che servono soprattutto a tranquillizzare. Traduzione pratica: l’intesa diventa difficile da smontare, anche se il contesto cambia.

Difesa e investimenti: il doppio fondo della relazione

L’accordo militare arriva dopo l’annuncio di investimenti emiratini in Italia per decine di miliardi di dollari in energia, infrastrutture e tecnologia. Coincidenza? Difficile crederlo. La difesa entra come garante politico di una relazione economica già molto sbilanciata in termini di capitali. Non è una novità: prima arrivano gli investimenti, poi arriva la cornice strategica che li protegge.

In questo schema la difesa diventa leva geoeconomica. Rafforza la fiducia politica e crea opportunità industriali ad alto valore aggiunto. Non a caso, pochi mesi dopo, Leonardo annuncia una joint venture con un’azienda della difesa emiratina. È il punto in cui politica estera, industria e sicurezza smettono di essere compartimenti stagni e diventano un unico ecosistema. Chi entra, entra a lungo. Chi esce, paga un prezzo.

L’Italia nel Golfo: più peso o più esposizione?

Dal punto di vista geopolitico, l’accordo racconta una scelta italiana: giocare una partita più esplicita nel Golfo, non solo come esportatore di tecnologia o destinatario di investimenti, ma come partner di sicurezza. È una promozione? Forse. Ma ogni promozione ha un rovescio. Più accesso a mercati e capitali significa anche più esposizione a un’area instabile, attraversata da rivalità regionali, conflitti indiretti e dossier imbarazzanti.

Per gli Emirati il calcolo è lineare: diversificare i partner europei, ridurre la dipendenza da un solo ombrello strategico, legarsi a un Paese industrialmente avanzato e politicamente prevedibile. Non per affinità di valori, ma per utilità. È una strategia coerente, portata avanti con freddezza. Più discutibile è l’idea italiana di presentare questa scelta come neutra o meramente tecnica.

Il Parlamento come passaggio obbligato (ma non decisivo)

Ora l’accordo passa al Parlamento. Formalmente è il momento del controllo democratico. Nella pratica, spesso è un passaggio notarile. La vera domanda non è se l’accordo verrà ratificato, ma se qualcuno chiederà conto dei suoi effetti concreti: quali programmi comuni, quali tecnologie sensibili, quali limiti all’export, quali vincoli politici impliciti. Perché la cooperazione militare non è mai solo cooperazione: crea aspettative, richieste, pressioni a “non tirarsi indietro” quando il partner chiede sostegno.

Il punto finale: alleanze che si pagano nel tempo

L’accordo Italia–Emirati sulla difesa non è un episodio isolato, ma un tassello di una strategia più ampia in cui la sicurezza diventa linguaggio comune, l’industria il veicolo e la geopolitica lo sfondo. Roma e Abu Dhabi scelgono di legarsi con meccanismi che rendono la separazione costosa. È così che oggi si costruiscono le alleanze che contano.

Il problema non è che l’Italia faccia scelte strategiche. Il problema è farle senza dirlo chiaramente, presentandole come atti tecnici e inevitabili. Perché gli accordi di difesa non sono mai neutri. Producono benefici, certo. Ma producono anche responsabilità. E quelle, a differenza dei comunicati stampa, non si possono archiviare.