Panico sovranista: Trump non è più guida (e collante). Allineamento ideologico al trumpismo o difesa degli interessi nazionali? Questo il dilemma che attraversa l’ambiente della destra radicale

(Piero Ignazi – editorialedomani.it) – Attacco alla Groenlandia e pioggia di dazi hanno scosso il mondo del populismo sovranista. Per molti di loro si tratta di un brusco risveglio, dovendo scegliere tra la fedeltà ossequiosa a Trump e il tradizionale riferimento nazionalista. Allineamento ideologico al trumpismo o difesa degli interessi nazionali? Questo il dilemma che attraversa l’ambiente della destra radicale. In alcuni casi risuona in maniera più chiara l’impulso nazionalista, tanto da portare, addirittura, a una difesa dell’Unione europea: a leggere le dichiarazioni del presidente del Rassemblement National, Jordan Bardella, c’è da rimanere sbalorditi.
Testualmente: «Le minacce di Donald Trump alla sovranità di uno stato, e soprattutto di uno europeo, sono inaccettabili. Allo stesso tempo, il ricatto commerciale non è tollerabile. Invitiamo l’Ue a sospendere l’accordo di luglio sui dazi che non offre garanzie ai nostri interessi». Se si confrontano queste parole con i sussurri imbarazzati di Giorgia Meloni si comprende quanto la nostra premier sia succube al presidente americano, definito amorevolmente «un amico che sbaglia» (come i camerati di un tempo?).

Meloni non parla di posizioni «inaccettabili» come Bardella: le considera alla stregua di un semplice malinteso, facilmente rimediabile. Se poi aggiungiamo l’entusiasmo filoamericano di Matteo Salvini, la curvatura trumpiana del governo italiano si accentua ancora di più. Una curvatura non raddrizzata dai pigolii di Forza Italia e del ministro degli Esteri. Ancora una volta il governo Meloni si trova affiancato dal solo Orbán nel formare la guardia pretoriana del tycoon in Europa.
Nemmeno i tedeschi dell’Afd, né i populisti del N-VA, alleati di Meloni in Ue e oggi al governo del Belgio, hanno mostrato compiacenza nei confronti del presidente americano, pur con sfumature diverse tra loro. Durissimo il premier belga. Più articolate le considerazioni dell’AfD, diviso tra rivendicazione di orgoglio nazionale e consonanza antieuropea di marca trumpiana. Anche l’araldo della Brexit, Nigel Farage, che era corso da Trump per ricevere la sua benedizione, si è allineato, obtorto collo, con il suo primo ministro; salvo poi ricordare che ci sono altre questioni di dissenso, come lo statuto dell’isoletta Diego Garcia nell’oceano indiano.
Il momento è decisivo non solo per i 27 governi ma anche per le forze euroscettiche e sovraniste di destra. Possono agire da quinte colonne del presidente americano per infragilire la compattezza dell’ Ue e provocare un situazione di crisi complessiva, interna e internazionale: un humus fertile per attori estremisti. In questo modo, però, perdono una delle loro ragion d’essere, ovvero la difesa su ogni piano della sovranità nazionale.

E, ancor peggio per loro, se difendono i rispettivi interessi nazionali, oggi si trovano ad allinearsi su posizioni europeiste, perché i due contesti sono strettamente legati; di conseguenza entrano in contraddizione con tutto il loro armamentario politico-ideologico. Certo, della coerenza non se ne sono mai curati: pensiamo alle mille piroette di Giorgia Meloni.
Anche i francesi del Rassemblement National hanno compiuto una virata di 180° gradi, dall’uscita dall’euro avanzata da Marine Le Pen fino a poco tempo fa, alle parole di orgoglio europeo di Bardella. Forse sono espressioni strumentali, dettate dal progetto di “de-diabolizzare” il partito in vista della sfida presidenziale.
Tuttavia, l’elettorato della destra, antiestablishment e protestatario, naturalmente attratto dall’irritualità e dall’esibizione di forza di Trump, dovrebbe d’un colpo riposizionarsi su un versante più filo-europeo e, implicitamente, espressione dell’establishment. Un corto circuito che può provocare incrinature nel consenso di queste forze.