Da Totò a Shakespeare: ecco perché, in fondo, il premio Nobel sarebbe dovuto andare al Tycoon.

(Gianvito Pipitone) – Qualcuno mi rimprovera di essere fin troppo presente, e che la mia newsletter dovrebbe adottare un ritmo più sobrio, meno incalzante: una, massimo due uscite alla settimana. È un’osservazione ragionevole, che – lo giuro – prima o poi farò mia.

Non ora. Perché, manco a farlo apposta, capitano episodi come questo: la lettera presidenziale dell’altro ieri di Donald Trump indirizzata a Jonas Gahr Støre, premier norvegese. E allora, come si potrebbe sorvolare su un simile capolavoro? Un testo degno della migliore tradizione della commedia all’italiana, con l’eco irresistibile della celebre lettera di Totò e Peppino, i fratelli Capone, in Totò, Peppino e la… malafemmina. Chi non la ricorda: “Vengo con questa mi ad-dirvi …”.

Quindi impossibile trascurarlo, anche con tutta la buona volontà. Solo che stavolta, a differenza del film, Trump è solo: unico mattatore incontrastato. E soprattutto, l’uomo solitario alla guida di un mondo ormai impazzito, non sta recitando. O almeno, non consapevolmente. Le sue intenzioni sono serissime; e il risultato – ammettiamolo – suscita pressoché la stessa identica ilarità surreale della lettera di Totò e Peppino. Se non fosse che, sotto la superficie, si intravede già una tragedia in potenza.

Ora, se Trump non fosse – nella percezione di molti e mia compresa – così ridicolo, instabile, pericoloso e, quel che è peggio, in mala fede nei confronti dei suoi concittadini americani e del resto del mondo, sembrerebbe davvero un personaggio d’avanspettacolo: uno di quei jolly o clown da prendere bonariamente a scapaccioni, come si fa con i buontemponi che, con le loro boutade, tengono allegra la brigata.

Eppure, questa volta, la dice talmente grossa che mi viene quasi voglia di difenderlo, e per una volta nobilitarlo, trattare cioè le sue parole come oggetto di studio e trasformare la sua lettera in materia d’esame, in un commentaire composé improvvisato. Forte, nevvero?

Lo scopo è quello di smontare il testo per ricostruirne la logica interna, la visione del mondo, la postura dell’autore di fronte all’esistenza. E all’immensità del reale… Dopotutto, non ci chiedevamo forse questo, un tempo, davanti agli estratti di Balzac, Shakespeare o Goethe? E così sia anche stavolta. E che il Bardo ci possa perdonare, se mai ci riuscirà un giorno.

Partiamo dall’inizio. Così scrive un ispirato Trump, al suo omologo norvegese: “Considerando che il tuo Paese ha deciso di non darmi il Premio Nobel per la Pace… non mi sento più in dovere di pensare esclusivamente alla Pace…”. Qui non siamo davanti a un semplice infantilismo, ma probabilmente davanti a una rivelazione. La struttura logica è quella di un io basico, così rasoterra da risultare incapace di distinguere tra desiderio e diritto, tra sogno e realtà. È cioè la grammatica del risentimento puerile elevata a criterio politico. In filosofia la chiameremmo fenomenologia dell’io ferito: la tragedia di un bambino capriccioso ancora inesperto delle dinamiche sociali, convinto che l’universo debba confermare di continuo la sua centralità. Pena minaccia e ritorsione: se non è goal, prendo il pallone e me ne vado via. Che nel linguaggio di Trump si tramuta in ostilità diffusa, minacce globali, fine della civiltà come da Mosè in poi se ne era sentito parlare.

Il resto del testo non fa che ampliare questa postura. Le iperboli non sono solo figure retoriche: sono dispositivi di autoconservazione. Quando cioè rivendica di aver fermato “8 guerre e forse più” – evocando l’altezza dei Puffi: due metri e poco più – o quando pretende il “controllo completo e totale” della Groenlandia, oppure quando si vanta di aver fatto “più di tutti” per la NATO. E fra il lusco e il brusco, con sillogismo aristotelico, passa all’incasso: visto che ha dato tanto alla Nato, quel tanto ora lo rivuole indietro. Ragionamento che, nella sua logica interna, non fa una grinza.

Immancabile, poi, la ricostruzione del mito fondativo, richiamandosi al lontano Far West: chi arriva per primo, comanda. “Anche noi avevamo delle navi che sono sbarcate lì”, scrive.E allora chi può dire che non siano stati gli americani ad arrivare prima in Groenlandia? Prima dei danesi. Chi può dirlo con precisione? In un breve capoverso, un piccolo saggio di revisionismo storico elevato a metodo politico.

Ed è qui che la questione diventa filosofica. Perché il linguaggio non è mai neutro: è la forma che prende il nostro modo di stare al mondo. E diventa un tutt’uno indistinguibile con la sostanza. Senza cioè passare mai dal via. Oppure, senza filtro, se si preferisce.

In questo senso, la lettera di Trump non parla della Groenlandia, né della NATO, e neppure del Nobel che i cattivi e malvagi norvegesi gli hanno negato. Parla di una concezione della realtà come estensione dell’io: la realtà che si sovrappone alla propria proiezione. E parla anche di una regressione collettiva – che forse ci riguarda tutti – dall’età adulta della maturità a quella dell’eterno infantile. Di una società trascinata oramai per i capelli nella logica del capriccio, in cui il potere non è più responsabilità ma ricerca ossessiva del proprio desiderio.

A ben guardare, Totò e Peppino in tutto ciò c’entrano poco. In Trump domina il fanciullino, ma non quello pascoliano, innocente e poetico. La sua è la versione oscura, la nemesi del Pascoli: un’infanzia irrisolta che riaffiora nel peggiore dei modi, trascinandosi dietro il rumore assordante di tutti i giocattoli rotti, perduti per sempre. O mai ricevuti.

E allora poveri, poveri noi.