(Andrea Zhok) – La principale tara della destra italiana non è la brutalità, non è il pregiudizio, non è il razzismo, non è il liberismo, non è l’atlantismo. Ciascuno di questi attributi gli si può applicare, spesso a ragione, ma non sono tratti universali e dunque non caratterizzano sempre i governi di destra.

La principale tara è culturale, ed è l’ANTICOMUNISMO.

Essere cresciuti a pane e anticomunismo ha creato nella destra italiana un blocco mentale, uno sbarramento culturale, una porta che non poteva essere oltrepassata. E al di là di quella porta, dai limiti confusi e indefiniti, dove stavano “gli altri”, stava in effetti una tale massa di eventi, di movimenti storici, di prospettive culturali, cinema e letteratura, da far sì che la cultura di destra si autoinfliggesse una mutilazione duratura.

Questo “anticomunismo” a lungo e ancora oggi non è stato generalmente in grado di distinguere tra Gramsci e Di Maio, tra Pol Pot e Fassino, tra Fidel Castro e Keynes, tra Pasolini e Stalin, tra Visconti e Veltroni, producendo una marmellata mentale, una nebbia tossica in cui nel nome del “comune anticomunismo” si poteva accogliere ogni feccia.

E di feccia raccolta nel nome dell’anticomunismo ce n’è sempre stata a sfascio (absit iniuria verbis), perché l’anticomunismo è stata la parola d’ordine sotto cui si sono ritrovati lungo tutto il ‘900 tutti i tutori del privilegio ereditario, tutti i nicciani da salotto che si pensavano superuomini, tutti i degenerati prodotti endogamici di antichi genomi nobiliari, tutti i prepotenti e prevaricatori che volevano rimanere impuniti, ma soprattutto tutti i difensori a libro paga del grande capitale.

Se la storia della politica italiana fosse ben rappresentata da questa sola evoluzione, sarebbe facile e bello poter puntare il dito su una parte politica intrinsecamente inadeguata.

Purtroppo nel secondo dopoguerra, e più intensamente nell’ultimo mezzo secolo, la sinistra è riuscita nel non facile compito di emulare alla perfezione questa deprimente postura mentale della destra.

Essa lo ha fatto, naturalmente, nel nome dell’ANTIFASCISMO.

Paradossalmente nel primo dopoguerra – quando le ragioni di un risentimento antifascista potevano essere più giustificate – la “sinistra” (comunisti e socialisti) alimentava un antifascismo abbastanza qualificato, che le permetteva di leggere e addirittura apprezzare autori “di destra” (lo testimoniano i cataloghi degli editori di sinistra di quegli anni).

Ma quanto più le ragioni storiche reali dell’antifascismo sfumavano in mere posture retoriche, e quanto più i residui del fascismo storico (ad esempio nella magistratura) venivano meno, tanto più prendeva piede l’antifascismo performativo, l’antifascismo recitato come baluardo identitario per coprire il vuoto.

La crescente confusione ideologica, lo svuotamento della tradizione socialista e comunista richiedeva un feticcio intorno a cui potersi comunque riunire e questo divenne l’antifascismo formale che emerge dagli anni ’80 e dura fino ad oggi.

Per la new left e per i suoi eredi “fascista” è diventato da concetto politico, a rigurgito psicoaffettivo, a semplice insulto, da applicare a chiunque non era “dei nostri”.

E sotto la bandiera di questo antifascismo psicologico e strumentale si potevano radunare di volta in volta eroi del popolo che andavano da Giuliano Ferrara alle BR, da Calenda a Giuliano Amato, dai paninari a Pannella, da Adriano Sofri a Elly Schlein, ecc.

Queste forme di stereotipizzazione del “nemico”, con la primaria funzione di inventarsi un’identità anche quando non se ne possedeva più alcuna, non sono stati dei crimini senza vittime.

Accompagnando decenni di decadimento culturale collettivo e di oblio storico generalizzato, l’antifascismo in assenza di fascismo e l’anticomunismo in assenza di comunismo sono stati dei surrogati del pensiero politico: di un qualsiasi pensiero politico. Hanno definito una forma di minorazione culturale, un’abissale deficienza (in senso etimologico) politica.

Perciò, senza più un’idea che vada al di là della gestione dei portafogli dei propri mandanti, la nostra politica attuale, fatta di liberali di destra contro liberali di sinistra, in lotta per le stesse commesse, continua a vivere di questa contrapposizione tra deficienze: antifascisti senza fascismo che odiano e sono odiati da anticomunisti senza comunismo.

Deficienti che dopo anni di recitazione da metodo Stanislavskij finiscono addirittura per credere a questa recita, a solo beneficio del pubblico votante.