
(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Stuoli di psicologi, per non dire di psichiatri, stanno analizzando la lettera scritta di suo pugno da Donald Trump al primo ministro norvegese. Vale la pena di riportarne il passo saliente: «Poiché il tuo Paese ha deciso di non darmi il premio Nobel per la Pace, pur avendo io fermato oltre otto guerre, non mi sento più obbligato a pensare puramente alla pace».
Un bimbo capriccioso non avrebbe saputo dirlo meglio. Trumpino era stato tanto buono, ma quei cattivacci di Oslo non gli hanno voluto regalare il giocattolo che in cuor suo pensava di meritare. Così adesso, per ripicca, si sente autorizzato a papparsi la Groenlandia.
I biografi avvalorano l’ipotesi degli psicanalisti: il piccolo Donald non ricevette gratificazioni dal padre e da allora ne è costantemente alla ricerca, tanto da aver finito per attribuire un’importanza esagerata a qualsiasi riconoscimento. Mentre Putin se ne infischia degli applausi e fa il duro per conservare il potere, Trump lo fa per reagire al bisogno insoddisfatto di essere approvato. Odia chi non lo ama, cioè chi non gli si sottomette, perché la sua concezione turbonarcisistica dell’amore coincide con la devozione assoluta e il compiacimento continuo.
Se fossi nel premier norvegese, al feroce bambino della Casa Bianca spedirei un Nobel per la pace di cioccolato. Un diploma a base di cacao venezuelano, coperto da una montagna di panna. Montata, quindi somigliantissima a lui.
Giorgia come Allegri (ma anche Schlein): gioca per il “risultato”
(di Andrea Scanzi – ilfattoquotidiano.it) – Risultatisti contro giochisti. La polemica in apparenza solo calcistica tra Allegri e Fabregas, rispettivamente allenatori di Milan e Como, travalica la polemica sportiva e dice in realtà molto sulla natura degli italiani. I fatti: giovedì scorso si gioca Como-Milan. Il Como domina la partita e gioca molto meglio del Milan, ma a vincere – senza rubare nulla, cioè senza torti arbitrali o simili – è il Milan. A quel punto Fabregas, ex calciatore spagnolo e oggi tecnico “esteta” alla Guardiola, va davanti ai microfoni e lascia intendere che da noi conta solo il “resultadismo”, vincere: a qualsiasi costo. Allegri, che della filosofia sparagnina e del “corto muso” (vincere 1-0 con sforzo minimo) ha fatto uno stile di vita, prende le parole di Fabregas quasi come un complimento. E ride ancor più sotto i baffi.
Il tema è pressoché eterno. Arrigo Sacchi, non per nulla percepito come eretico, ha sempre detto che gli italiani sono i più difensivisti, catenacciari e calcisticamente conservativi (e conservatori) del mondo. Il suo calcio, da noi, apparve come una rivoluzione copernicana o (per chi tuttora lo detesta) come una bestemmia. Ovviamente Sacchi non ama Allegri (ampiamente corrisposto) e sta con Fabregas. E gli italiani? Loro con chi stanno? Com’è l’italiano medio, risultatista o giochista? Nello sport come nella vita, da noi conta anzitutto vincere. Ottenere il risultato. Farcela. A qualsiasi costo e magari pure con qualche aiutino poco lecito. Ciò che altrove è un impedimento etico, da noi è derubricato alla voce “furbizia”: altrove se non rispetti le regole sei un disonesto, qui tutto sommato sei uno che la sa lunga perché sa gabbare le regole. E questo, da noi, è una cosa molto figa (?).
L’italiano medio è risultatista e se ne vanta. Per indole e per tradizione. Soprattutto nello sport, l’unico ambito dove puoi vincere senza sforzo (anche perché alla fine vincono i giocatori: mica tu). Spesso l’italiano medio guarda pure male il giochista, perché troppo originale (e dunque temibile, in quanto poco etichettabile). La differenza di vedute tra Fabregas – un giochista assai pieno di sé come quasi tutti i giochisti – e Allegri – un risultatista strepitoso nel suo genere – non è che la riproposizione di una sfida eterna tra filosofie opposte. E la politica? Anche lì ci sono risultatisti e giochisti. Molto più i primi, per carità. Come insegna ancora Rino Formica, “la politica è sangue e merda”, e dunque c’è poco da giocare (ancor meno da filosofeggiare). La Dc era iper-risultatista: uno come Andreotti era un catenacciaro d’altri tempi. Oggi non è poi cambiato molto. Meloni è la regina del gioco sparagnino, disposta a tutto pur di mantenere il potere e risultatista come nessuno. Salvini vorrebbe essere giochista, ma col (non) talento che ha, la sua estrosità si traduce solo in una tragicomica reiterazione dell’errore più dozzinale. Tajani, se fosse un allenatore, sarebbe così scarso che lo esonererebbero prim’ancora del calcio d’inizio. Schlein ha vinto (le primarie) come giochista, ma ultimamente (per sopravvivere) è sempre meno Zeman e sempre più Mazzarri. I 5 Stelle nacquero come giochisti, ma una volta vinto il campionato (nel 2018) hanno via via perso la scintilla alla Cruijff per diventare un po’ Trapattoni e un po’ Fascetti. Fratoianni è un Maurizio Sarri assai meno iracondo, Renzi è un Simone Inzaghi che fa il figo senza motivo ma poi perde (male) tutte le partite che contano e alla fine scappa (strapagato) in Arabia. Calenda è uno che si scazza di continuo con presidente e capitano, La Russa è uno che prima degli allenamenti fa gridare l’inno di Mameli ai calciatori (altrimenti “tutti in ritiro!”). Se fossero allenatori, i nostri politici – risultatisti o giochisti che siano – verrebbero quasi tutti esonerati in un amen. Perché, appunto, nel calcio i risultati contano. A differenza che in politica.
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A Gra…abbi pazienza ..Donald ha dei grossi problemi , quelli personali sono la decima parte di quelli dei suoi cittadini e del Congresso.
Dispiace solo che l’Italia e l’UE se ne dovrà far carico in quanto alleati e menbri della NATO!
E pensare che il cattivone è Putin!
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Oh perbacco! Il platinato si è portato via il pallone!
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