(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Stuoli di psicologi, per non dire di psichiatri, stanno analizzando la lettera scritta di suo pugno da Donald Trump al primo ministro norvegese. Vale la pena di riportarne il passo saliente: «Poiché il tuo Paese ha deciso di non darmi il premio Nobel per la Pace, pur avendo io fermato oltre otto guerre, non mi sento più obbligato a pensare puramente alla pace». 

Un bimbo capriccioso non avrebbe saputo dirlo meglio. Trumpino era stato tanto buono, ma quei cattivacci di Oslo non gli hanno voluto regalare il giocattolo che in cuor suo pensava di meritare. Così adesso, per ripicca, si sente autorizzato a papparsi la Groenlandia.

I biografi avvalorano l’ipotesi degli psicanalisti: il piccolo Donald non ricevette gratificazioni dal padre e da allora ne è costantemente alla ricerca, tanto da aver finito per attribuire un’importanza esagerata a qualsiasi riconoscimento. Mentre Putin se ne infischia degli applausi e fa il duro per conservare il potere, Trump lo fa per reagire al bisogno insoddisfatto di essere approvato. Odia chi non lo ama, cioè chi non gli si sottomette, perché la sua concezione turbonarcisistica dell’amore coincide con la devozione assoluta e il compiacimento continuo.

Se fossi nel premier norvegese, al feroce bambino della Casa Bianca spedirei un Nobel per la pace di cioccolato. Un diploma a base di cacao venezuelano, coperto da una montagna di panna. Montata, quindi somigliantissima a lui.