
(Domenico Quirico – lastampa.it) – Sembrano vispi, più che mai scalpitanti e ne hanno ragione. Avanzano. Verso l’Eufrate, verso Raqqa, la città perduta del Grande Califfato certo non millenario. La grande diga sul fiume dove è nato il mondo è già nelle loro mani, i curdi mollano la presa villaggio dopo villaggio, hanno fatto saltare i ponti sul fiume per rallentarne l’avanzata… Inutilmente. Raqqa è caduta. In Siria la guerra non è mai finita, la guerra è la forma compiuta della modernità. Bisogna averli visti negli anni della guerra civile, negli anni feroci del jihad, questi combattenti duri, brutali, entusiasti, fuori di testa. I ragazzi di al-Nusra, di al-Sham, gli scampati dell’Isis con i loro spettacoli da beccheria: adesso sono l’esercito dell’Emirato siriano nuovo fiammante. Bisogna averli visti ammazzare con il coltello, all’arma bianca con quella aria di lieta ferocia che caratterizza gli assassini più incalliti. Sono loro, sempre gli stessi, non sono cambiati. Qui non vivacchiano miserabili ideologie, vincono solo implacabili teologie totalitarie. Ridono soddisfatti gli assassini di Allah sui carri armati, i pick-up, le moto dei commando, fanno cenni di vittoria ai passanti e ai vecchi contadini che su trattori paleolitici lavorano nei campi. Perché la guerra è sempre lì ma bisogna pur seminare e forse poi se dio vorrà raccogliere…
Da dodici anni i curdi controllavano questa vasta zona della Siria che andava da Aleppo al confine con l’Iraq. Solo una parte è abitata da una maggioranza curda, con prudente pudore l’hanno battezzata “Amministrazione autonoma del Nord Est siriano’’. Ma se l’erano conquistata, quella sorta di Stato che non era uno Stato. Perché avevano riempito il vuoto lasciato dal regime di Bashar che con lo scoppio della rivoluzione nel 2011 aveva ritirato le sue forze per coprire Damasco. E poi l’avevano difesa sputando sangue contro le orde dello stato islamico che nessuno riusciva a fermare. Ah l’epopea curda, l’ennesima, le copertine di Time e di Paris mach, la indomita stalingrado di Kobane, soli ma in diretta tv con un mondo indifferente… e le soldatesse rossetto sulle labbra e kalashnikov in pugno… e il modello curdo, democrazia diretta partecipazione quasi il socialismo… Erano belli i curdi erano eroici i curdi gli unici che non fuggivano davanti ai ceffi kamikaze del Califfo. Bravi curdi, combattete, combattete per noi…
Ora tutto sta crollando rapidamente. Il nostro alleato è diventato al-Shara, il jihadista che li bracca, il complice del Califfo: addio copertine di Time, al massimo il fatuo Macron e i Volenterosi (ma in che cosa? Per fare che?) arrischiano sfumati ammonimenti: “de-escalation’’, “moderazione’’… Ecco: moderazione è il nuovo sinonimo per la nostra vecchia viltà. Trump ha altro da fare. I quartieri curdi di Aleppo, intorno alla moschea di Saladino, sono stati espugnati dopo duri scontri, centinaia di ragazzi e uomini sono stati rastrellati dai miliziani del presidente, di molti non si ha più notizia. Temendo metodiche “le pulizie” in cui i nostri amici jihadisti sono maestri, i curdi che possono fuggono verso Est, verso i santuari del Rojava; che tra qualche giorno forse non esisteranno più.
In curdo fiducia si dice “baweri”. È una parola maledetta, una parola che gronda tradimenti sconfitte disperazione. Perché i curdi hanno commesso innumerevoli volte l’errore di fidarsi. Hanno creduto alle promesse dei sultani, dei decadenti imperi europei, hanno creduto allo scià, a Saddam Hussein, hanno creduto agli Assad, hanno creduto agli americani per le loro guerre privatizzate, fatte da altri: sempre o vittime o carne da cannone da spendere senza rimorsi. Il sogno di uno Stato per le genti curde: ci ha rinunciato, esausto, persino Ocalan, il vecchio condottiero che è rimasto un terrorista al contrario di al-Shara il siriano. Si accontenterebbero ormai di meno: autonomia, garanzie di rispetto per la lingua e la cultura, una parte delle risorse, perché è nei loro territori, anche in Siria, che si estraggono, ma non per loro, petrolio e gas.
L’ultimo a cui hanno dato fiducia si chiama Ahmed al-Shara. Invece di essere sul banco degli imputati per crimini contro gli esseri umani di cui vanta, senza rimorsi, un pauroso fardello di sporcizie, con fulminea metànoia, è ospite alla Casa Bianca e all’Eliseo. È uno dei pilastri del nuovo Vicino Oriente di pace e stabilità, dove il motto è «arricchiamoci!». Inseriranno anche lui nel sinedrio o consiglio di amministrazione o direttorio coloniale che dovrà amministrare il business Gaza?
Hanno creduto alla geniale bugia del massacratore in giacca e cravatta, ovvero il jihadismo inclusivo! A loro discolpa si può dire che non sono stati i soli nel farsi affatturare, a far la fila al Palazzo della sharia democratica si sono accalcati l’Occidente, Putin, l’Onu, i cristiani di Siria orfani del loro protettore Bashar: suvvia sì l’emiro è gentile, lascia che suonino le campane e anche la messa… sì ma con discrezione senza dare scandalo…
Al-Shara aveva firmato un vasto accordo pieno di promesse con i curdi del Nord Est. È rimasto lettera morta, come spesso accade con questi sinistri personaggi la bugia non è un peccato, è una astuzia della fede.
Mentre la sua teppaglia criminale e fanatica ripuliva Aleppo ha annunciato trionfalmente in un decreto il riconoscimento dei diritti nazionali dei curdi e che la loro lingua diventa ufficiale. Intanto la sua artiglieria martirizzava le posizioni delle Forze democratiche siriane. Ha al suo fianco il losco e tracotante Erdogan per un altro dei suoi colpi da mago: il baratto tra la marcia su Damasco e eliminare i “terroristi” curdi in quella che Ankara definisce la sua fascia di sicurezza oltre confine. Marciano verso Est anche gli sgherri della cosiddetta “Armata nazionale siriana”, mercenari al soldo di Erdogan per il lavoro sporco contro i curdi.