
(Michele Agagliate – lafionda.it) – L’Italia si trova oggi nel pieno di un’emergenza che ha superato i confini delle campagne per entrare prepotentemente nelle periferie urbane e nei dibattiti politici nazionali. Gli incidenti stradali aumentano, i danni alle colture sono incalcolabili e la peste suina africana (PSA) incombe come una minaccia economica catastrofica. La risposta della politica, spinta dalla pressione dell’opinione pubblica e delle lobby agricole, è stata quasi unanime: aumentare gli abbattimenti, estendere le stagioni di caccia, semplificare i prelievi.
Tuttavia, sotto la superficie di questa strategia emergenziale, emerge un dato scientifico controintuitivo e scomodo. Un dato che suggerisce che, per quarant’anni, abbiamo tentato di spegnere un incendio gettandoci sopra della benzina.
Il fulcro di questo cambiamento di paradigma si trova in uno studio recentemente pubblicato sulla prestigiosa rivista internazionale Conservation da Andrea Mezzatenta, docente di Fisiologia presso il Dipartimento di Scienze dell’Università “G. d’Annunzio” di Chieti-Pescara. Il lavoro, intitolato “Wild Boar Management and Environmental Degradation: A Matter of Ecophysiology—The Italian Case”, non si basa su stime teoriche, ma sull’analisi rigorosa dei dataset ufficiali governativi, regionali e locali dell’ultimo ventennio.
La conclusione è una “sentenza” scientifica: la gestione venatoria ha alterato l’omeostasi del cinghiale (Sus scrofa), innescando un meccanismo di compensazione biologica noto come passaggio dalla Strategia K alla Strategia r.
In natura, le popolazioni animali seguono due modelli principali di crescita. La Strategia K è quella dei grandi mammiferi che vivono in ambienti stabili: pochi figli, cure parentali prolungate, crescita lenta e popolazioni che rimangono vicine alla capacità portante dell’ecosistema. Fino agli anni ’80, il cinghiale in Italia seguiva questo modello, con una sola cucciolata all’anno e una struttura sociale gerarchica guidata dalle matriarche.
La Strategia r (dove “r” sta per tasso di crescita), al contrario, è tipica delle specie colonizzatrici che devono sopravvivere in ambienti instabili o ad alto tasso di mortalità: maturità sessuale precoce, nascite plurime annuali e proli numerosissime.
Lo studio di Mezzatenta dimostra come la caccia collettiva, in particolare la tecnica della “braccata”, agisca come un potente stressore antropico che rompe la stabilità della specie. Quando la pressione venatoria uccide le femmine adulte dominanti (le matriarche), si rompe il “blocco” feromonale che impedisce alle femmine più giovani di riprodursi. Il risultato è un’esplosione di nascite:
- Maturità precoce: le femmine iniziano a riprodursi a pesi corporei e a età molto inferiori rispetto al passato.
- Cucciolate multiple: si è passati da un unico evento riproduttivo stagionale a nascite scaglionate durante tutto l’anno.
- Iper-produttività: nei maschi, la pressione dello stress aumenta la produzione di sperma, garantendo il successo riproduttivo anche in popolazioni decimate.
L’aspetto più dirompente dell’inchiesta scientifica di Mezzatenta risiede nell’analisi dei dati della Regione Toscana, regione “laboratorio” per la caccia al cinghiale in Italia. Incrociando il numero di capi abbattuti con la dimensione della popolazione residua, i ricercatori hanno trovato una correlazione eccezionalmente forte: un coefficiente di Pearson di 0,99997.
In termini statistici, è una correlazione pressoché perfetta. Essa indica che l’aumento sistematico del prelievo venatorio è andato di pari passo con l’aumento della popolazione. Nonostante milioni di capi abbattuti, il numero totale di cinghiali continua a salire. Non è solo inefficacia; è la prova che l’attività venatoria sta agendo come un selezionatore artificiale che premia la riproduzione rapida e la dispersione sul territorio.
Per capire come siamo arrivati a questo punto, non basta osservare la biologia di oggi; bisogna riavvolgere il nastro della storia ecologica italiana. Lo studio di Mezzatenta identifica due momenti di rottura fondamentali: il 1958 e il 2000.
Il 1958 segna l’inizio di quello che oggi potremmo definire un “peccato originale” gestionale. In quel periodo vennero avviati massicci programmi di reintroduzione del cinghiale a fini venatori, ma con un errore fatale: furono traslocati individui provenienti dall’Europa orientale. Questi esemplari, geneticamente diversi dal nostro cinghiale maremmano (Sus scrofa majori) autoctono, erano più grandi, più massicci e, soprattutto, molto più prolifici.
Questo “inquinamento genetico” ha creato un ibrido che ha trovato nell’Italia del dopoguerra — con l’abbandono delle campagne e l’aumento delle aree boschive — l’ambiente ideale. Tuttavia, come evidenzia lo studio, la vera accelerazione è avvenuta intorno all’anno 2000, con l’istituzionalizzazione delle braccate su larga scala. Quella che doveva essere una soluzione si è trasformata in una “fabbrica di nascite”: la dispersione causata dai cani e dalle fucilate ha spinto gli animali a colonizzare nuovi territori, portandoli fin dentro i nostri centri urbani.
In questo scenario di squilibrio, la logica scientifica vorrebbe un rafforzamento dei regolatori naturali. Il lupo grigio (Canis lupus), predatore apicale del nostro ecosistema, è l’unico alleato in grado di esercitare una pressione costante e selettiva sulle popolazioni di ungulati, colpendo proprio quegli individui che la caccia spesso risparmia.
Eppure, la cronaca legislativa del 2026 viaggia in direzione ostinata e contraria. In attuazione del recente DDL “Montagna” (Legge 131/2025), il Ministero dell’Ambiente ha predisposto uno schema di decreto che fissa per l’anno in corso un tetto massimo di 160 lupi prelevabili sul territorio nazionale. Una decisione figlia del declassamento del lupo nella Convenzione di Berna, ratificato a livello europeo nel giugno 2025.
Questa misura, caldeggiata dalle associazioni agrivenatorie come AB – Agrivenatoria Biodiversitalia, viene presentata come un modo per “ridurre i conflitti” nelle zone rurali. Ma dal punto di vista ecofisiologico, l’abbattimento del lupo grigio in un momento di massima espansione del cinghiale appare come un controsenso scientifico.
”Non c’è bisogno di allarmismi, ma di attrezzarsi per il ritorno del predatore”
avverte Federparchi, sottolineando come la rimozione dei lupi grigi possa innescare una reazione a catena: meno predatori significa meno pressione sui cinghiali, che a loro volta continueranno a moltiplicarsi seguendo quella “Strategia r” alimentata proprio dalla caccia.
Il dato più inquietante che emerge dai commenti alla ricerca di Mezzatenta è la resistenza culturale. Mentre il mondo accademico parla di feromoni, sincronizzazione dei cicli estrali e omeostasi, una parte del mondo venatorio reagisce con attacchi personali e scetticismo.
C’è chi, tra i cacciatori, accusa gli studiosi di essere “animalisti pagati” e chi difende la caccia come l’unica soluzione possibile, nonostante i dati (come il citato coefficiente di Pearson del 0,99997) dimostrino il contrario. Questo scollamento tra evidenza scientifica e percezione sul campo è il vero ostacolo a una gestione moderna della fauna. Se la caccia fosse la soluzione, dopo milioni di capi abbattuti e un calo drastico del numero di cacciatori dagli anni ’70 a oggi, il problema dovrebbe essere risolto. Invece, siamo nell’era della massima emergenza.
Dietro la narrazione del “cacciatore-soccorritore” che interviene per salvare l’agricoltura, si nasconde un’ombra economica che il giornalismo scientifico non può ignorare. Se il cinghiale venisse davvero eradicato o ridotto ai minimi termini, cosa accadrebbe all’indotto che ruota attorno alla sua caccia?
Il dibattito pubblico è infiammato da sospetti di conflitti d’interesse. Molti commentatori, spesso gli stessi agricoltori esasperati, sottolineano come la caccia sia diventata un’attività che si auto-alimenta. Esiste un mercato parallelo — spesso sommerso — legato alla vendita della carne di cinghiale ai ristoranti e alle sagre, un giro d’affari che paradossalmente trae vantaggio dall’abbondanza della specie. Come sottolineano le voci critiche, tra cui la LAC (Lega per l’Abolizione della Caccia), è difficile che una categoria delegata alla risoluzione di un problema sia realmente motivata a risolverlo se questo comporterebbe la scomparsa della propria passione e di una fonte di reddito.
L’intesa tra Coldiretti e Federcaccia, siglata all’inizio del 2026, viene presentata come un superamento delle contrapposizioni ideologiche, ma per molti scienziati resta un accordo che ignora la radice del problema: la persistenza di un modello di gestione che ha fallito per quarant’anni.
Lo studio di Andrea Mezzatenta non si limita a distruggere i dogmi del passato, ma traccia una rotta per il futuro. La soluzione non risiede in una guerra indiscriminata nei boschi, ma in un approccio definito ecofisiologico.
La proposta è quella di sostituire i piani di abbattimento tradizionali con un monitoraggio territoriale ad alta densità tecnologica. L’integrazione di:
- Droni con termografia: per censire le popolazioni con precisione millimetrica, senza disturbarne la struttura sociale.
- Sistemi LiDAR e sensori ambientali: per comprendere i movimenti e le interazioni ecologiche in tempo reale.
- Gestione della comunicazione chimica: l’uso di feromoni per manipolare i cicli riproduttivi o allontanare gli animali dalle colture in modo incruento.
Questi strumenti permetterebbero interventi adattivi, agendo solo dove necessario e, soprattutto, senza innescare quel “meccanismo di compensazione” (la Strategia r) che oggi rende i cinghiali indistruttibili.
L’inchiesta pubblicata su Conservation e le nuove normative sul prelievo del lupo pongono l’Italia davanti a un bivio. Da una parte, la continuazione di un dogma venatorio che, numeri alla mano, ha contribuito a creare l’emergenza attuale. Dall’altra, una gestione basata sulla biologia del comportamento, sulla fisiologia e sul rispetto degli equilibri preda-predatore.
“Solo attraverso l’integrazione di fisiologia, ecologia e tecnologia è possibile progettare interventi scientificamente fondati”, conclude Mezzatenta. Se vogliamo davvero “dare a Cesare quel che è di Cesare”, dobbiamo ammettere che il cinghiale non ha invaso l’Italia: è stato invitato, incrociato, stressato e infine moltiplicato dalle nostre stesse azioni.
Continuare a combatterlo con le stesse armi che lo hanno reso così forte non è solo un errore scientifico, è una sconfitta della ragione. È tempo che la politica smetta di ascoltare le pance delle lobby e inizi a leggere i dataset dei laboratori. Perché nei boschi italiani, oggi, non sono solo i cinghiali a essere fuori controllo, ma l’illusione che un colpo di fucile possa risolvere ciò che la biologia ha già decretato come un fallimento.
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