
(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – Per la prima volta nella storia paesi europei della Nato mobilitano truppe a scopo di deterrenza antiamericana. Il teatro è la Groenlandia, che Trump continua a promettere di far sua con le buone o le cattive. Capofila la Francia, a seguire, per esercitazioni in comune, Regno Unito, Olanda, Germania, Svezia, Finlandia, Norvegia. Non l’Italia, perché secondo il ministro degli Esteri Tajani “presenze unilaterali” di singoli paesi atlantici non servono a niente, eppoi noi possiamo agire “solo in ambito Nato”. Tradotto: possiamo dissuadere l’America solo insieme all’America.
Il problema che a Roma pare sfuggire è che l’Alleanza Atlantica non è più tale. La spaccatura sulla Groenlandia ne è la riprova. “Sembra l’inizio di una barzelletta”, osserva il ministro della Difesa Crosetto. Ma non fa ridere. Perché evidenzia la rivoluzione strategica che sconvolge la nostra sicurezza. Quegli europei non sono nell’isola danese per respingere un’invasione russa o cinese ma per rispondere alle minacce di Trump. Sotto il profilo militare, lo schieramento di minimi contingenti europei nell’isola danese ha valore simbolico, anche se Macron annuncia che “altri reparti di terra, mare e aria” arriveranno presto. Mentre il suo ambasciatore per i Poli e gli Oceani, Olivier Poivre d’Arvor, avverte: “Questa è una prima esercitazione. Mostreremo agli americani che la Nato è presente”. Il mondo alla rovescia? Gli associati si ribellano al capocordata? Più semplicemente: le alleanze non contano più, contano gli allineamenti. Come stabilito dalla Strategia americana per la sicurezza nazionale. E come praticato da tutti, amici e nemici dell’Occidente.
Questa è, piaccia o meno, l’aria del tempo. Il blocco transatlantico è storia. Nato e Ue continuano a esistere come organizzazioni. Ma senz’anima. E senza cervello, giusta la formula lanciata da Macron nel 2019, per cui la Nato è “cerebralmente morta”.
Lo conferma la guerra di Ucraina, che fin dall’inizio ha esibito le faglie interne alla famiglia euroatlantica. Oggi complicate dall’annunciata disponibilità di Macron a negoziare con Putin, seguito da Meloni, mentre il cancelliere tedesco Merz ricorda che la Russia fa parte dell’Europa (oggi anche le banalità possono parere rivoluzionarie). Sull’altro fronte, Starmer conferma che con Mosca non c’è nulla da trattare. Tesi che cementa il blocco scandinavo-baltico-polacco, per cui gli ucraini sono la prima linea di difesa contro l’imminente invasione russa dell’Europa. E come mostra un recente studio norvegese, il sostegno alla resistenza ucraina costa molto meno della sua futura ricostruzione. La Nato è morta a Kiev. Nel 2022 Putin invase l’Ucraina perché non voleva che entrasse nell’Alleanza Atlantica. O, peggio, che la Nato entrasse in Ucraina. In questo caso sarebbe diventata l’avanguardia antirussa di americani, britannici e nordeuropei, che avrebbero potuto usarne senza considerare i vincoli più o meno formali imposti dal Patto Atlantico. Quattro anni dopo, l’avventura con cui Putin ha finito per gettare la Russia nelle braccia della Cina, suo avversario strategico di sempre, assume contorni sempre più paradossali. Per motivi che forse gli storici del XXII secolo riusciranno a scoprire, Putin decise di scatenare le sue truppe contro il vicino riluttante per installarvi un suo fantoccio fra il plauso dei locali. Colpo di Stato inteso come riparazione di quello favorito dagli angloamericani nel 2014, suggellato dall’allora plenipotenziaria Usa Victoria Nuland con il grido “Europa fottiti!”. Esclamazione che risuona nelle tesi dell’amministrazione Trump — di opposto colore politico — pronta a chiudere la partita con Putin sulla testa degli ucraini. E di noi europei. Gli americani sono divisi su tutto meno che sull’insofferenza per l’Europa. Viviamo una duplice frattura dell’architettura transatlantica: fra americani ed europei, ma anche fra noi europei. La prova decisiva deve ancora arrivare. Quando si sarà stabilita una tregua che chiameremo pace, responsabilità e costi della ricostruzione ricadranno sulle nostre spalle. Qualcuno pensa di cavarsela partorendo un’Unione Europea di serie b in cui accomodare ciò che resterà dell’Ucraina. Una beffa, per gli ucraini. L’ennesimo tragico bluff per l’Ue. Non sappiamo quale sarà l’esito di questa crisi senza precedenti. Ma far finta di vivere in un mondo che non c’è più significa esserne travolti.
Groenlandia, proteste danesi e canti inuit. Gli Usa replicano con i dazi
In migliaia nelle piazze di Copenaghen e Nuuk, ma il tycoon punisce “chi ha inviato i soldati in Groenlandia”
(di Cosimo Caridi – ilfattoquotidiano.it) – Donald Trump annuncia dazi, arma negoziale preferita dalla Casa Bianca. Dal 1° febbraio, scrive su Truth Social, entrerà in vigore una tariffa del 10% per Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Finlandia, accusati di essersi recati in Groenlandia “per motivi sconosciuti”. Dal 1° giugno l’aliquota salirà al 25% e resterà in vigore “fino a quando non sarà raggiunto un accordo per l’acquisto completo e totale della Groenlandia”. Secondo il presidente statunitense, la situazione rappresenta “un rischio non più sostenibile né accettabile” per la sicurezza globale. Washington, aggiunge, resta comunque “aperta a negoziati” con i Paesi coinvolti. L’acquisizione dell’isola, sostiene Trump, è oggi “particolarmente importante” per ragioni strategiche e militari legate ai nuovi sistemi di difesa.
È mezzogiorno quando Rådhuspladsen, la piazza del Municipio di Copenaghen, si riempie. Il freddo è umido, una caligine fitta attenua i contorni dei palazzi di mattoni rossi. Continuano ad arrivare gruppi a piedi: famiglie con passeggini, studenti, anziani. Due gli slogan più frequenti sui cartelli: “Yankee Go Home” e una versione di anti-Maga “Make America Go Away”. I colori dominanti sono il rosso e il bianco dell’Erfalasorput, la bandiera della Groenlandia, risuonano canti inuit. Ce ne sono migliaia, appese ai pali, sulle spalle, legate agli zaini. “Trump ha bisogno di uno psichiatra”, dice Tobias Feld, 54 anni, salito su uno sgabello blu per agitare una grande bandiera. “Vive in una bolla, non distingue amici, alleati e nemici”. Secondo gli organizzatori sono circa 20 mila i manifestanti scesi in strada a sostegno della Groenlandia, in piazza anche nella capitale dell’isola Nuuk. “Per oltre mezzo secolo abbiamo trattato Washington come il nostro primo partner – spiega Henrik, 44 anni, in sella a una cargobike – Le relazioni sono strettissime: commerciali, culturali, politiche”. Il corteo si muove verso l’ambasciata degli Stati Uniti. È un flusso compatto che occupa l’intera carreggiata, attraversa ponti e strade strette. I cori si alternano a lunghi momenti di silenzio. Niviarsiaq Ujarassoq, 23 anni, riprende con il telefono. Vive a Copenaghen da due anni. “Non pensavo di vedere così tante persone. Questa manifestazione non è solo per noi. Serve a far capire che non siamo invisibili”. Poco più indietro cammina Pavia Angutilluinnaq, 61 anni. Parla lentamente. “Ho vissuto il periodo in cui la Groenlandia non aveva voce. Non voglio tornarci”. Indica le bandiere. “Questo non è folklore. È politica”. Non ci sono simboli di partito. “È una protesta civica”, dice Søren Hald, 46 anni. Quando il corteo raggiunge i grandi viali la marcia accelera. Non c’è tensione, ma l’urgenza di arrivare davanti alla sede diplomatica statunitense. In meno di mezz’ora migliaia di persone percorrono oltre tre chilometri. La polizia è visibile solo a ridosso dell’ambasciata: pochi agenti, nessun assetto antisommossa. “Non è una manifestazione anti-statunitense”, precisa Ida, studentessa di 25 anni, con un piccolo cartello Fuck, in bianco, Off, in rosso. “È contro l’idea che un territorio possa essere preso perché è strategico”.
La questione dell’autodeterminazione resta delicata anche in Danimarca. Patxi Alberdi, medico in pensione, per anni responsabile della psichiatria dell’ospedale di Nuuk, ricorda che sull’isola “molti vivono in comunità piccole, con povertà e disagio”, e che gli abusi subiti dalla popolazione indigena sono stati a lungo una realtà. “La Groenlandia fa parte del nostro Regno, non può diventare oggetto di trattativa”, dice Thomas Breinholt, 55 anni. Parte il coro più ripetuto: “La Groenlandia non è in vendita”. Tra la folla compaiono anche bandiere dell’Unione europea. Ma “non è stato fatto abbastanza, né dall’Ue né dalla Nato”, dice Mette Vang, 52 anni. “Non possiamo presentarci divisi”.
Un monito alle mosse di Trump arriva anche dal Vaticano: “È inaccettabile il ricorso a soluzioni di forza – afferma il segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin –. Dobbiamo tornare allo spirito del multilateralismo del dopoguerra. Pensare di far valere le proprie posizioni solo con la forza porterà a conflitti all’interno della comunità internazionale”.
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Nel mio paese che non è un grande comune ,i vigili urbani sono numericamente superiori al gruppo di militari mandati in Groellandia. D’accordo è solo un modo per dimostrare simbolicamente la contrarietà degli europei alle intenzioni trumpiane . Ma perché hanno addotto motivazioni tipo: andiamo lì per evitare che russo e cinesi la invadono ? Non è che ,per caso , sono andati lì per mettere il tappeto rosso sotto il ” Force One ” quando il capo della casa bianca scenderà dall’ aereo ?
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Gli europei tireranno fuori il grande bazooka del commercio per effettuare grandi ritorsioni contro la Trumpiland…….?????
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si Fru… il parmigiano e il prosecco!
La commedia continua.
Il pannocchia vuole diventare il grande controllore del mondo!
Uno scudo protettivo per i paesi che chiedono “Protezione” per avere salve le loro vite dai ….dazi!
Che mondo hanno e stanno creando!
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un hanno di troppo
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“mentre il cancelliere tedesco Merz ricorda che la Russia fa parte dell’Europa (oggi anche le banalità possono parere rivoluzionarie).”
In effetti è rivoluzionario perché significa che l’Unione Europea dovrebbe perlomeno cambiare nome, o inglobare pure la Russia (che sarebbe la prima cosa sensata fatta dalla sua nascita).
Ed è abbastanza rivoluzionario pure che in Groenlandia abbia mandato qualche soldato pure la Germania. Cioè la Germania dopo 80 anni si contrappone agli USA.
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