Il campano vuole essere sepolto in piazza Crescent nella sua città, l’altro dice che la Puglia gli è costata un infarto e tre angioplastiche

Emiliano e De Luca: esuberanti e ribelli, quei due eterni cacicchi innamorati del potere

(di Filippo Ceccarelli – repubblica.it) – Se il potere autentico è a vita, come di regola ne dispongono i re e i papi, è pur vero che qui in Italia i cacicchi si adeguano di buon grado ai cambiamenti e cascano in piedi, come dimostra il doppio e avventuroso destino di Vincenzo De Luca e Michele Emiliano, governatori emeriti nel migliore dei casi, nel peggiore sopravvissuti al loro stesso dominio.

Per cui si potrebbe quasi dire, come un tempo per i gioielli, che un cacicco è per sempre, sennonché sia la formula promozionale che la denominazione di cacicco nel loro caso suona in realtà riduttiva, trattandosi piuttosto di fenomeni, archetipi e maschere del potere di cui non si riesce a fare a meno.

Ed ecco dunque, senza stare troppo a distinguere, lo Sceriffo, il Gladiatore, Padre Pio, le fritture, le cozze pelose, l’imitatore in prima serata, il fumetto per le scuole primarie, il murales in costume, i club, i filmati antologici e le gallery sulla rete, i tatuaggi che però spesso si rivelano essere effimeri, ma non meno significativi “trasferelli”.

Fra le meraviglie del Mezzogiorno, la cui classe dirigente già ai tempi di Guido Dorso era da considerarsi «un mistero divino», il tratto comune dei due soggetti è un’esuberanza che si nutre di dispotica autonomia rispetto a Roma e di un narcisismo sulfureo apprezzatissimo in quelli che la tribale vulgata della post-politica identifica come i rispettivi “territori”. Da cui De Luca ed Emiliano traggono la messe di voti che ha salvato la sinistra dal collasso e quasi certamente bloccato, altro loro merito, la dissennata autonomia perseguita da Calderoli.

A volerla mettere sul mesto piano socio-politologico, la permanenza dei due personaggi al differenziato banchetto del comando conferma la frantumazione del sistema politico in una molteplicità di sub-sistemi locali e feudali, ognuno deciso a fare da sé, diretta emanazione di vice-cacicchi che convivono e contrattano con interessi economici di cui restano buoni amici, naturalmente in nome dell’autonomia di Puglia e Campania; cioè alla faccia di qualsiasi Nazareno.

A tale riguardo, oltre a una serie di innumerevoli contumelie verso Schlein, De Luca ha anche scritto un feroce libretto sul suo partito, salvo poi ottenere che proprio suo figlio lo guidi in regione; mentre Emiliano, che ha avuto il fegato di sbeffeggiare Renzi («venditore di pentole») nel momento della sua massima supremazia, ha sempre fatto quello che gli passava per la testa imbarcando alleati a destra e a manca.

Se invece, tanto più nel tempo dell’intrattenimento e dell’esteriorità, si dovesse mettere a fuoco il tratto spettacolare del Gran Caciccato meridionale, beh, è bene chiarire subito che per descriverlo e rammemorarlo, più che un articolo servirebbe un’opera antologica di copiosa mole e maestoso rilievo. Là dove l’eventuale esordio ruoterebbe attorno all’interrogativo retorico: come si sarebbe mai potuto fare a meno di Emiliano e De Luca?

Del primo, che si è rotto un tendine ballando la tarantella davanti alle telecamere e che fino all’ultimo ha saturato le cronache con le sue peripezie sentimentali, oltre all’indubbia simpatia è notevole addirittura le phisique du role che lo avvicina a modelli di barbuta e sperimentata potenzialità narrativa quali Mangiafoco, Gargantua, Porthos, Obelix, Bud Spencer, Pavarotti e ora anche Cannavacciolo. Governare a lungo la Puglia gli è costato, parole sue, «un infarto e tre angioplastiche», ma avrebbe continuato volentieri.

Anche l’estroso e rigoroso De Luca è ovviamente un cult, innanzitutto per se stesso come si intuisce dal proposito di essere sepolto a Salerno, città che presto ricomincerà ad amministrare, nel centro geometrico della gigantesca piazza del Crescent, fatta realizzare su suo impulso dal mega architetto Bofil. All’imperterrita fantasia di Vicie’, spesso alimentata da un populismo autoritario mirato a gauche, si debbono fra le più formidabili invettive della storia politica tardo repubblicana, di norma pronunciate gigioneggiando fra gli applausi. Ognuno ha le sue preferite, qui ci si limita a ricordare quando, in tal caso alla radio, indicò la somiglianza fra il ministro Lupi e la figlia di Fantozzi, Mariangela.

Quanto tutto questo abbia influenza sui destini collettivi è difficile non solo da delineare, ma anche solo da indovinare.