Nella relazione sul caso Striano la commissione di Colosimo scrive che le inchieste non si possono fare. L’attacco a chi pubblica «notizie riservate per influenzare il corso della storia». Un delirio, ma pericoloso

(Emiliano Fittipaldi – editorialedoamni.it) – A leggere con attenzione la bozza della relazione della Commissione antimafia sul caso Striano, “firmata” da Chiara Colosimo, Domani rappresenterebbe «la manifestazione di un giornalismo che ha scelto consapevolmente di non limitarsi a raccontare la politica, ma di farla, di influenzarla, di orientarla attraverso la manipolazione di informazioni illecitamente acquisite».
Dunque, le inchieste sui conflitti di interesse di Guido Crosetto, i prestiti schermati ottenuti da Matteo Renzi per acquistare case, o i crimini commessi dai commercialisti della Lega e le altre decine di articoli messi all’indice dall’Antimafia non sono più figli della tradizione classica del giornalismo d’inchiesta, che «smette di essere un pilastro della democrazia e diventa un fattore di distorsione del dibattito pubblico». Mentre il cronista che chiede verifiche o pezze d’appoggio a pubblici ufficiali non è «un cane da guardia della democrazia, ma un predatore che si serve di chiunque pur di avere carne».
Ora è noto che Colosimo, ex militante della sezione Colle Oppio, immortalata con poster del filonazista Codreanu, abbracciata al terrorista Nar Luigi Ciavardini e al busto di Benito Mussolini, sia amica personale della premier Giorgia Meloni, che per la libera stampa ha un’allergia orbaniana.

Ma nessuno poteva immaginare che la sodale e i componenti di destra dell’Antimafia, istituzione usata in maniera privatistica per regolare conti con chi dissente dalle politiche del governo, mettesse nero su bianco i massimi desiderata della destra. Cioè quella che il giornalismo deve «limitarsi a raccontare la politica». Che al contrario in qualsiasi democrazia decente dovrebbe poter fare le pulci a chi comanda svelando ai cittadini quello che governanti e potenti non vogliono che di loro si conosca. Alle rivelazioni su affari e malefatte, la destra preferisce che la stampa sia circoscritta ai comunicati stampa dei partiti, alla ripresa delle dichiarazioni pubbliche via social, piazzando qualche retroscena dettato da Palazzo Chigi, via Bellerio o via della Scrofa. E l’inchiesta giornalistica, se proprio si deve fare, si scriva come vuole chi comanda: contro la parte avversa, o con notizie profumate, e mai segrete.
Quello che fanno nelle democrazie sane i giornalisti è però l’esatto opposto: il loro lavoro è anche quello di dare informazioni riservate, il cui accesso è quasi sempre mediato da fonti che dovrebbero invece tutelarle. Compito del giornalista è proprio quello di ottenere la notizia chiusa a chiave in un cassetto, di verificare la sua autenticità e infine di pubblicarla, a beneficio del lettore che sia più informato possibile. Il dossieraggio è operazione opposta: le informazioni non vengono pubblicate, ma tenute in cassaforte e poi usate a scopo di ricatto o estorsione.
La bozza di Colosimo – oltre a errori marchiani, omissioni e inaudite strumentalizzazioni – è politicamente pericolosa. Soprattutto, è un monito ai quei pochi media indipendenti rimasti che, anche se pubblicano notizie vere e di interesse pubblico, mai smentite né confutate, si permettono di disturbare il manovratore. Minacciati da lustri con querele e risarcimenti abnormi, ora il potere usa nuovi strumenti di coercizione, come la caccia alle fonti (vietata da Media Freedom Act dell’Ue) o esposti al Garante della privacy, fino alle relazioni dell’Antimafia.
Che invece di occuparsi di Cosa Nostra, spende tempo e denaro per mettere in croce cronisti per anni sotto scorta proprio perché minacciati dalla criminalità organizzata. Come Giovanni Tizian, il cui padre fu ucciso dalla ‘ndrangheta: siamo davanti a un corto circuito nauseante che mortifica l’istituzione, di cui Colosimo è oggi indegna presidente.

Quali mandanti?
L’ex missina, promossa da Meloni per puro amichettismo nel 2023, ha gestito la commissione con due priorità: bloccare le indagini conoscitive in merito alla “pista nera” sulle stragi di mafia degli anni ’90, e pompare mediaticamente l’inchiesta sul “dossieraggio” e la presunta fuga di notizie da parte del tenente della Guardia di Finanza Pasquale Striano verso alcuni giornalisti (compresi, secondo l’accusa della procura di Roma, tre cronisti di Domani). In modo da permettere alla maggioranza di sfruttare la vicenda degli accessi abusivi del finanziere come arma politica contro oppositori scomodi e testate non allineate.
Il compito, almeno inizialmente, è stato semplice. Soprattutto grazie alle clamorose audizioni in Antimafia (a inchiesta ancora aperta) di Raffaele Cantone e Giovanni Melillo, due magistrati autorevoli che hanno parlato urbi et orbi di «mercato» di informazioni riservate (facendo dunque prospettare passaggi di denaro) e nientemeno di probabili mandanti occulti («Difficilmente Striano può aver fatto tutto da solo: ho 40 anni di esperienza», disse Melillo) che han fatto lievitare agli occhi dell’opinione pubblica una banale fuga di notizie in un complotto sistemico contro le istituzioni repubblicane, modello P2. A conclusione delle indagini preliminari – passate per competenza da Perugia alla procura di Roma (dove oggi rischiano il processo oltre a Tizian, Nello Trocchia e Stefano Vergine) – delle prime ipotesi investigative v’è rimasto poco o nulla. Soprattutto nessuna prova di mandanti o «sistemi», né transazioni economiche a favore di nessun indagato, bullet point con cui la destra politica e mediatica aveva dato stura a una campagna di fango immonda contro il nostro giornale, il suo editore Carlo De Benedetti, l’ex procuratore antimafia Federico Cafiero De Raho, attuali ed ex vertici della Guardia di Finanza.

Manifesto illiberale
Dunque per rilanciare la grancassa Colosimo e i parlamentari di destra sono stati costretti, nelle conclusioni della bozza, a scegliere nuovi refrain per rilanciare un «sistema» di cui però non esistono evidenze: si parla di «opacità istituzionale», «condotte non sorvegliate» da parte dei generali Umberto Sirico e Giuseppe Zafarana, di «consuetudini operative» da riformare, di «ambiente contaminato», di «mancato controllo» delle attività di Striano, che nonostante avesse accesso legittimo al sistema avrebbe scaricato decine di migliaia di file in maniera illecita. Senza che si siano capiti i motivi del saccheggio.
Ma è su Domani (e su chi vi scrive) che la commissione Antimafia guidata dai post fascisti usa, ancora, le parole più dure. Facendo inchieste vere sui politici al potere «i giornalisti imputati hanno cercato di influenzare il corso della storia politica italiana», mentre le mie dichiarazioni sulla inviolabilità della libertà di stampa sancita dalla Costituzione e sull’uso delle fonti rilasciate in un’audizione in commissione vengono definite un allarmante «limbo etico», che permetterebbe ai giornalisti «un potere inquisitorio persino superiore a quello del quale la pubblica autorità è dotata nel caso di commissione di reati».
Così chi pubblica notizie segrete ottenute da fonti riservate (dal Watergate allo scoop del Tg1 sui voli di stato del procuratore Francesco Lo Voi, sono da sempre questi i cardini del giornalismo d’inchiesta) «non sta esercitando il diritto di cronaca, bensì sta diventando parte del problema, tema che riguarda l’intera categoria professionale. Se l’informazione si trasforma in uno strumento di lotta o pressione politica», se «l’attivismo si trasforma in giornalismo e la stampa diventa militante, la democrazia è in pericolo».
Parole sconcertanti: suonano come un nuovo manifesto illiberale sul tipo di stampa che la destra sogna in Italia. La lezione di giornalismo di Colosimo e Meloni è ovviamente irricevibile. Qui continueremo a fare inchieste come la redazione crede sia giusto fare, nell’interesse esclusivo dei lettori. Come abbiamo fatto anche in questi ultimi due anni di killeraggio politico. E se il governo o la magistratura le considereranno reato, andremo avanti lo stesso.
Informeremo fino in fondo, rispettando etica e deontologia. Almeno finché ci sarà consentito.
Sul referendum voto no (nonostante i magistrati)
(di Henry John Woodcock * – ilfattoquotidiano.it) – Quanta “ipocrisia” intorno a questo referendum. Da una parte, la magistratura associata in qualche modo costretta a farsi andare a genio, e addirittura a “corteggiare”, magistrati da sempre snobbati dalla stessa Anm. Dall’altra, l’avvocatura, o meglio, una parte consistente della stessa, che parla di una “occasione storica” per ottenere la tanto ambita e auspicata “separazione delle carriere” tra pm e giudice (e i più dotti tirano addirittura in ballo il cosiddetto “appoggio esterno” che, all’inizio del ‘900, Filippo Turati e il Partito socialista diedero ai governi liberali, e in particolare a quelli di Giovanni Giolitti).
Altrettanto fuorviante è poi l’idea, o meglio il vero e proprio spot, che i magistrati facciano parte di una “casta” che si considera intoccabile, incapace o meglio poco disponibile a sanzionare gli appartenenti alla “casta” medesima. Nulla di più lontano dal vero. E infatti non solo i magistrati italiani sono, sotto il profilo disciplinare, i più sanzionati d’Europa, ma il nostro sistema disciplinare è così rigoroso che, per esempio, alcuni magistrati sono stati “destituiti”, e cioè sono stati cacciati dall’Ordine giudiziario, pur essendo stati assolti o prosciolti in sede penale. Ebbene, ho avuto modo di dire in più occasioni, anche su queste pagine, ciò che penso di questa riforma e del perché voterò in modo convinto No. Personalmente ritengo inaccettabile l’idea di un Csm in cui i membri vengono sorteggiati, per giunta con l’istituzione di un’Alta corte competente in materia disciplinare, le cui decisioni risulteranno sottratte al controllo giurisdizionale delle sezioni unite della Corte di Cassazione. Sarebbe stata auspicabile una riforma che rendesse trasparente la genesi e gestione delle inchieste, in modo da evitare che, sotto l’impenetrabile coltre dell’indipendenza del pm e dell’obbligatorietà dell’azione penale, si corra il rischio di sacrificare l’altrettanto sacrosanta e prioritaria esigenza di assicurare il principio di uguaglianza (o meglio quello della non discriminazione) dei cittadini. Che tali “scelte” restino “scritte” nel fascicolo processuale e, soprattutto, che ci sia qualcuno che se ne assuma la responsabilità, mi pare possa avvicinare di più il sistema ai valori di trasparenza e di responsabilità che connotano un regime democratico, garantendo in tal modo davvero l’autonomia del giudice.
In uno Stato democratico, ciò che è davvero importante è che le “decisioni” siano conoscibili e trasparenti, da quelle che riguardano la carriera dei magistrati a quelle che concernono genesi e gestione delle inchieste; e occorre altresì che il giudice sia realmente indipendente. Tale fondamentale esigenza non solo non verrà assicurata da questa riforma (che neppure apporterà alcun vantaggio al “servizio giustizia”) ma, al contrario, c’è il serio e concreto rischio che la stessa favorisca la formazione di nuove generazioni di magistrati più timidi e timorosi, terrorizzati dal “disciplinare” e dunque sicuramente di una magistratura meno attenta alle esigenze dei più deboli e dei meno abbienti, e cioè di chi ha meno possibilità di potersi difendere adeguatamente in particolare nel processo penale. E non ci sarà neppure bisogno di porre l’ufficio del pubblico ministero sotto l’esecutivo. Con un Csm oggettivamente depotenziato nella sua parte “togata” e con una componente “laica” altrettanto oggettivamente rafforzata, basterà incidere sulla nomina dei quattro o cinque capi delle Procure più importanti, e davvero quello del famigerato assoggettamento del pm all’esecutivo sarà solo un falso problema.
Per questa ragione voterò No. E a chi andrà a votare, e soprattutto ai non addetti ai lavori, vorrei dire che non si tratta di esprimere un voto di simpatia o di antipatia verso i magistrati. Mi rendo conto che, negli anni, hanno fatto e continuano a fare ben poco per guadagnare in empatia, non fosse altro che per l’incapacità di alcuni di essi di sentirsi come dei comuni cittadini quando escono dai tribunali e soprattutto dalle Procure, avendo utilizzato, invero alcuni di essi, la magistratura come una sorta di “taxi”, per fare altro e per andare altrove. Ma non fatevi condizionare da facili quanto fuorvianti slogan, e pensate invece che è in gioco l’imprescindibile tenuta del fondamentale equilibrio tra i poteri dello Stato.
Ancora, ai tanti miei amici avvocati vorrei dire che Turati il famoso “appoggio esterno” ai governi liberali di Giolitti lo diede per favorire l’approvazione di leggi a favore dei ceti popolari, in particolare sulla tutela del lavoro minorile, su quello femminile e sugli infortuni sul lavoro e dunque il ragionamento dell’“appoggio esterno” a una riforma come quella attuale – che, invece, andrà votata in blocco – è davvero molto insidioso.
* Sostituto Procuratore presso la Procura della Repubblica di Napoli
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