Una politica capace di affermare il diritto di restare, oltre a quello di tornare e di partire, dovrebbe affermare che non si può chiudere nessuna scuola, nemmeno quella che ha per alunni pochi bambini. Gli adolescenti e i giovani non sono unità di costo, ma presidio di cittadinanza attiva

(Vito Teti – editorialedomani.it) – L’accorpamento delle scuole (tecnicamente chiamato dimensionamento scolastico) non è, come sostiene il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, un atto obbligato, legato agli impegni presi dall’Italia con l’Unione europea. L’Europa chiede «riforme», ma non ha mai imposto di tagliare i presidi nei paesi.

La verità è che la scelta di chiudere scuole è politica, non tecnica. Giustificare i tagli con il calo demografico (meno studenti richiedono una riorganizzazione per evitare scuole troppo piccole e costose da gestire) appare del tutto coerente con la posizione del governo che considera il calo demografico e lo spopolamento una condanna definitiva, dal momento che «la popolazione può crescere solo in alcune grandi città e in specifiche località particolarmente attrattive».

Destino segnato?

Il destino delle aree interne, sotto tanti aspetti, sarebbe definitivamente segnato, al punto che l’Obiettivo Quattro della Strategia nazionale s’intitola: “Accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile”. In pratica un invito a mettersi al servizio di un “suicidio assistito” di questi territori.

Si parla, infatti, di struttura demografica ormai compromessa, «con basse prospettive di sviluppo economico e deboli condizioni di attrattività». E se lo spopolamento è presentato come inevitabile e inarrestabile e le aree interne non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza, il messaggio che arriva è che non si pensa di attuare politiche efficaci per arrestare il declino. Si demolisce ogni speranza di vita e di cambiamento.

Hanno buoni motivi le regioni (Toscana, Emilia-Romagna, Umbria e Sardegna), che si sono rifiutate di approvare i piani di accorpamento per l’anno scolastico 2026/2027, di temere che accorpare le dirigenze sia il primo passo verso l’abbandono delle scuole di montagna o dei piccoli comuni, aumentando la dispersione scolastica.

Lo spopolamento delle aree interne dipende da molti fattori locali e globali, da un abbandono durato decenni, da scelte urbanocentriche che hanno penalizzato i paesi, le campagne, le aree interne. La facilità e l’insensibilità con cui si parla di chiusure delle scuole sono il frutto di politiche decennali che hanno visto lo smantellamento della scuola pubblica, continui tagli alla sanità, alla cultura, all’istruzione, alla ricerca scientifica, alle Università.

Le scelte del governo

La responsabilità non è di questo governo, ma gli interventi recenti basati soltanto su calcoli economicistici, sull’ineluttabilità delle statistiche, su questioni burocratiche o di risparmio, sono di natura politica. Le parole «accorpamento», «dimensionamento», «efficientamento», non sono termini tecnici, ma la prova che il governo non intende adottare politiche efficaci per sostenere quanti non si rassegnano alla morte dei loro paesi.

Per chi governa non conta molto il fatto che quando una scuola chiude, i genitori devono scegliere se sottoporre i figli piccoli a lunghi viaggi giornalieri (spesso su strade dissestate) o trasferirsi più vicino ai centri urbani. Non conta molto che la scuola, oltre al comune e alla parrocchia, resta un luogo di aggregazione e di socialità, di ritrovo e di iniziative comunitarie.

Gli abitanti delle piccole comunità in spopolamento, come nel film Un mondo a parte di Riccardo Milani, capiscono che la chiusura della scuola significa la fine del loro mondo, e attuano le più fantasiose e attive pratiche di restanza e di resistenza, come ricorrere a qualche bambino immigrato nella zona.

Il film ricorda quanto gli immigrati sarebbero decisivi per tenere aperte anche le scuole, ma il problema dell’arrivo degli immigrati è stato spostato in Albania. In queste condizioni, non è facile risolvere le difficoltà di centinaia di paesi o di isole, ma forse per questo allora occorrono scelte coraggiose, radicali, in controtendenza con la pratica di desertificare i luoghi.

Servono altri racconti, bisogna invertire paradigmi e ribaltare lo sguardo (come ricordano gli studiosi di “Riabitare l’Italia”), ribaltare logiche neoliberiste. Ho vissuto un periodo in cui andare a scuola significava vivere, abbandonare antiche soggezioni, rendere vivibili i paesi, avere accesso alle superiori e all’Università.

I padri emigravano per anni per fare studiare i figli e le madri si inventavano mille mestieri e mille saperi per fare crescere figli che andavano in classi con trenta bambini, locali umidi, portandosi da casa il piccolo “braciere” di latta con il carbone e le braci accese per riscaldarsi.

Erano gli anni di Albino Bernardini o di don Milani, dell’Unla, dei Centri di cultura popolare che trasformavano le scuole in luoghi di incontro, apprendimento, socialità, forme democrazia partecipata. In quel decennio, che non bisogna certo mitizzare, gli sforzi furono mossi da una visione pedagogica e sociale che oggi sembra quasi utopistica. Quel modo di intendere la scuola determinò forti miglioramenti economici e consentì una vita dignitosa in paesi che stavano conoscendo il grande esodo e il boom economico.

Piccole utopie realizzabili

Adesso, in una situazione molto diversa, forse occorre sostenere l’insostenibile, creare nuove piccole utopie realizzabili. Le aree interne non hanno bisogno di certificato di morte, ma di attenzione. Devono e possono acquistare una nuova centralità economica, produttiva, antropologica.

Hanno bisogno di collegamenti, strade, ospedali, centri culturali, musei, librerie. Sono quelle aree che forniscono al paese prodotti alimentari, acque, legna, altri possibili modelli di vita e di guardare e abitare il mondo. I paesi, per quanto in gravi difficoltà, non sono luoghi abitati da “selvaggi” e da “primitivi” (che, peraltro, amo), ma da persone che hanno studiato, conoscono mille mestieri, hanno il controllo dei nuovi saperi.

Basterebbe un piano di messa in sicurezza di centri urbani e paesi a rischio sismico (i loro beni archeologici, artistici, culturali, i palazzi, le chiese, le abitazioni, le scuole) per creare grandi occasioni di lavoro per giovani, ragazze, laureati, tecnici, maestranze. La novità rispetto al passato è che, se i giovani continuano a fuggire in massa perché non sopportano più una vita in luoghi privi di servizi e con un’intollerabile qualità della vita, in realtà vorrebbero restare anche per il timore di vedere morire i luoghi di nascita e di appartenenza.

“Restanza” attiva

Gli atteggiamenti e le politiche “antipaese” stanno alimentando nei locali un nuovo senso dei luoghi, un attaccamento che si traduce in un fare produttivo e “rivoluzionario”. La novità su cui non si vuole investire è data da associazioni, movimenti, circoli che praticano una “restanza” attiva, mobile, concreta, tesa a cambiare lo stato delle cose.

Queste forme di nuova “presenza” senza nostalgia ma rivolta al presente dovrebbero essere i punti fermi su cui basare la rigenerazione del paese e del Paese. In questo quadro controverso di richiesta di ascolto e di soggettività, che viene affermato fuori dai partiti (incapaci di interpretare i mille mutamenti che arrivano dal basso), anche il sistema delle pluriclassi (bambini di età diverse nella stessa aula). potrebbe essere riconsiderato

I docenti che arrivano nelle aree interne o nelle isole dovrebbero essere motivati e incoraggiati per non vivere la pluriclasse come una “punizione” o un ostacolo tecnico. Le Università (come sostiene l’economista Domenico Cersosimo) potrebbero creare percorsi di specializzazione mirati a una didattica multigrado. Potrebbero insegnare ai futuri docenti come gestire gruppi di apprendimento eterogenei invece di lezioni frontali uguali per tutti, fornire loro gli strumenti per leggere e trasformare il paese in una “scuola diffusa”, istruire gli allievi all’uso del digitale per connettere la piccola pluriclasse con una classe di tutte le città italiane e del mondo.

Lo stato dovrebbe assumere migliaia di giovani docenti formati per le piccole comunità. Questo creerebbe posti di lavoro qualificati proprio dove servono, portando nuova linfa e nuove famiglie (quelle dei docenti) nei paesi. Il docente non è un “passante”, ma il custode della memoria e del futuro delle comunità.

La pluriclasse potrebbe non essere costruita necessariamente come una “scuola di serie B” da eliminare, ma andrebbe sperimentata come una scelta pedagogica d’avanguardia. In una classe tradizionale, la divisione per età è spesso artificiale, nella pluriclasse, i bambini più grandi potrebbero consolidare le loro conoscenze spiegandole ai più piccoli; i più piccoli forse sarebbero stimolati dal confronto con i più grandi.

Le pluriclassi o quelle “classi uniche” potrebbero essere i luoghi più tecnologicamente avanzati d’Italia, legati ai saperi e alle culture tradizionali e a quelle del presente. Gli adolescenti non sarebbero più degli “emarginati”, ma dei privilegiati che ricevono un’educazione su misura, che crescono nel loro ambiente, nei luoghi in cui sono nati, senza essere sradicati violentemente.

Illusione economicista

Forse sarebbe davvero un atto di ribellione contro la “dittatura dei numeri” che sta cancellando le persone e la loro unicità. Una politica capace di affermare il diritto di restare, oltre a quello di tornare e di partire, dovrebbe affermare che non si può chiudere nessuna scuola, nemmeno quella che ha per alunni pochi bambini. Gli adolescenti e i giovani non sono unità di costo, ma presidio di cittadinanza attiva.

Chiudere la scuola è un atto di esproprio della cittadinanza e non offre, come dice la Costituzione, a ogni cittadino identiche possibilità di partenza. Chiudere una scuola per risparmiare lo stipendio di un maestro è un’illusione economicista.

Il costo sociale (disoccupazione, abbandono dei territori, dissesto idrogeologico, devastazioni ecologiche, incuria dei paesi, del paesaggio, della bellezza, costi enormi di urbanizzazione in metropoli per “ricchi” o che escludono, che ormai non attirano più come nel passato) è infinitamente superiore. Se la scuola di massa ha fallito cercando di rendere tutti uguali, la scuola degli “ultimi banchi” celebra l’unicità, le diverse sensibilità, crea responsabilità, agevola le scelte se è come restare o partire.

Un docente per pochi bambini non è uno spreco, è la massima espressione di cura civile. Forse bisogna affrettarsi a creare il maestro di comunità, come il medico di comunità, le edicole, le biblioteche, i musei di comunità, in un paese dove sanità, scuola, cultura sono state demolite o privatizzate.

Gli “ultimi abitanti” di paesi a rischio estinzione, in questo modo, non sarebbero considerati un cancro da asportare, ma essere trattati, curati e sostenuti nella vita (e non nella morte) come una grande risorsa, considerati i primi di nuove comunità, di cui ha bisogno un paese, sempre più omologato e sconosciuto a se stesso, senza orizzonte per il futuro.​​​​​​​