(Giancarlo Selmi) – Ciò che rende noi poveri comunisti particolarmente invisi ai Proci che stanno comandando adesso e che hanno occupato tutto quello che era occupabile, con tutti i vantaggi e i conflitti d’interessi annessi, non è affatto la nostra ideologia, qualunque essa sia. È qualcosa di più pratico ed è una invalicabile differenza. Noi poveri comunisti siamo rimasti fedeli a un concetto di politica che rappresenti il bene comune, siamo i pasdaran della religione dell’etica, della disciplina e onore, della moralità, del rispetto delle regole, della giustizia giusta.

Loro no. In fondo a destra non sono situati solo i cessi nei bar, ci sono anche i pasdaran di un’altra religione: quella del potere utilizzato come fonte di arricchimento, della promulgazione di leggi che depenalizzano i reati che loro stessi commettono, dei comitati di affari (leciti e meno), dell’interesse privato in atti di ufficio, della scorciatoia, del particolare contro il bene comune. Sono i nemici delle regole (che tentano di cambiare), amici della corruzione, della deregulation, della giustizia di classe. Sono i difensori della casta, difensori di privilegi e interessi feudali.

Lo sono sempre stati, fin da tempi andati. Mentre loro rubavano a mani basse e senza ritegno, c’era Berlinguer che parlava di “questione morale”. Questione purtroppo mai risolta. Mentre noi poveri comunisti idealizzavamo i giudici che tentavano di difendere la legalità, spesso a costo della vita, loro compravano giudici “disponibili” e sentenze, facevano patti con i mafiosi. Qualcuno di loro se li baciava, altri dai mafiosi si facevano finanziare. Gli “affari” dovevano essere tutelati, anche quando erano (sono) frutto di corruttele. Anche a rischio dell’esplosione del tessuto sociale.

La tutela degli “affari”, ergo di misteriosi e repentini, o meno misteriosi e consolidati arricchimenti, dell’uso spregiudicato di risorse pubbliche, è la vera e sola impalcatura della destra italiana. Tutto il resto, a partire dalla patria, fino alla ormai sputtanata identità, è pura fuffa. Quella tutela ha avuto nomi diversi: “produttività”, “richiamo degli investimenti”, “eliminazione di lacci e lacciuoli”, “garantismo”, altri. Per arrivare ai più comici di tutti, gli ultimi: “il fare” e “la magistratura che non collabora”. Lo stesso identico risultato, lo sfruttamento di risorse umane ed economiche al fine di interessi privati.

È normale che noi poveri comunisti diventassimo un problema. Lo siamo sempre stati. Fin dai tempi della strage di Portella delle Ginestre, commessa a tutela degli interessi dei latifondisti, passando per Piazza Fontana, Brescia, la stazione di Bologna. Siamo l’ostacolo finale alla presa del potere totale dei Proci, alle loro gozzoviglie senza freni. Siamo molto pericolosi e così siamo percepiti. Ed è assolutamente normale che l’unico gruppo politico che si occupa di rappresentare il bene comune, che non ha indagati o condannati nelle sue file, che non compra ville milionarie, che non partecipa a comitati di affari, sia odiato.

Ancora più normale che i Proci odino profondamente il leader di quel gruppo politico, Giuseppe Conte. L’unico che la Berlingueriana “questione morale”, la “disciplina e onore”, il privilegio delle fragilità sociali, abbia fatto diventare battaglia, ideologia, linea politica. È per tutto questo che i “poveri comunisti” siano rimasti l’unica speranza di questo ormai derelitto Paese. Adelante Presidente Conte.