Enzo Bianco, sostenitore del Sì

(di Michele Ainis – repubblica.it) – Se nel frattempo il mondo non sarà esploso del tutto, fra un paio di mesi ci attende un referendum. Quello sulla giustizia, che per i suoi oppositori introduce viceversa un’ingiustizia. Come voteremo? Dipende dal merito di questa riforma, però anche dal metodo con cui è stata generata. Dipende dai quesiti, ma in realtà dalla percezione dei quesiti, dalla loro «narrazione», come si dice adesso. Dipende dal testo, ma in misura anche maggiore dal contesto, dalle condizioni esterne in cui cadrà la consultazione.

Difatti ogni referendum esprime una valenza che supera lo specifico oggetto dei quesiti. Nel 1991 il referendum sulla preferenza unica promosso da Mario Segni aprì la stagione della Seconda repubblica. Incideva su un dettaglio della legge elettorale (abolendo la possibilità d’indicare tre preferenze sulla scheda), tuttavia incrociò il malcontento popolare, e accese la miccia che ha bruciato tutti i partiti della Prima repubblica. Nel 2016 il referendum sulla riforma costituzionale firmata da Renzi fu in effetti un voto pro o contro il suo governo, nonché la sua persona. L’ha riconosciuto più volte, del resto, lo stesso interessato.

Il primo fattore, dunque, sarà questo: il sentimento prevalente nei confronti di Giorgia Meloni, e in generale della sua esperienza di governo, dopo tre anni d’avventure. E se per lei va male saranno dolori. Hai voglia, infatti, a dichiarare che il tuo esecutivo non se ne lascerà scalfire, che la giustizia è tutt’altra questione, quando si tratta dell’unica riforma che sei riuscita a licenziare, dopo lo stallo del premierato e dell’autonomia differenziata. E quando tutti i tuoi alleati di governo sono schierati per il «sì», tutta l’opposizione per il «no». È uno scontro politico, quello che si delinea all’orizzonte. C’è in ballo il primato fra i consensi popolari. Nuovi equilibri, forse. Sarà per questo che la maggioranza ha accelerato il voto, sarà perché avverte la bassa marea, ne ha avuto sentore alle regionali di novembre. E teme che s’allarghi, che cresca giorno dopo giorno.

In secondo luogo, giocherà il favore verso i magistrati. È la loro casa che la riforma vuol mettere a soqquadro. Ed è questo scompiglio la sua specifica ragione: una resa dei conti fra politica e magistratura. L’hanno ammesso, a mezza bocca, vari esponenti di governo, e a bocca piena anche il ministro Nordio. Sicché l’altro quesito sottotraccia è questo: parteggi per i politici oppure per i giudici? Tuttavia, se la fortuna dei primi precipita a ogni elezione, se resta sommersa dall’onda del non voto, la popolarità dei secondi vola rasoterra: ha fiducia nel potere giudiziario soltanto il 39 per cento degli italiani, dichiara un sondaggio Tecnè diffuso l’anno scorso. Sarà una gara al ribasso: non vince chi è più simpatico, ma chi risulta un po’ meno antipatico.

In terzo luogo c’è di mezzo il metodo col quale è stata timbrata la riforma. Con le maniere spicce, manu militari. Il Parlamento l’ha votata quattro volte senza correggere una virgola del testo scritto dal governo — un episodio senza precedenti nella storia delle revisioni costituzionali. La riforma della giustizia intende separare le carriere fra chi giudica e chi indaga, ma intanto (l’ha osservato Ferruccio de Bortoli) ha separato di netto l’esecutivo dal legislativo. Tutti respinti i 1300 emendamenti depositati dalle opposizioni. Silenziato il parere di dissenso del Csm. Ignorato lo sciopero indetto dall’Associazione nazionale magistrati. E allora l’altra domanda che ci interroga suona così: apprezzi il decisionismo del governo? A tuo giudizio la società italiana ha bisogno d’una cura autoritaria o di maggiori garanzie?

In quarto luogo conterà il racconto, conteranno anche le favole inventate per sedurre gli elettori. Questo non è un referendum sul divorzio o sull’aborto: la materia è troppo tecnica per essere compresa a fondo da chi non ha la doppia laurea. Sicché si tira fuori il delitto di Garlasco, anche se nessun sistema può proteggerci dagli errori giudiziari. Si chiama in causa la persecuzione verso Berlusconi, che però fu assolto varie volte da giudici non ancora separati dai pm. Mentre un po’ tutti i partiti dicono il contrario di ciò che sostenevano in passato. Fabula docet, insegnavano i latini. Ma in questa circostanza sarà meglio tapparsi le orecchie.