I mesi, gli anni della prigionia non sono restituiti dalla liberazione. La ferita non è solo la reclusione ma ciò che viene dopo il vuoto, il rimorso inutile il bisogno di non ricevere domande

La porta del carcere si apre, ma il potere dei sequestratori continua Tra compassione, sospetto e silenzi necessari l’identità di chi è stato preso non torna mai davvero intatta

(Domenico Quirico – lastampa.it) – Quando la prigione si apre la senti salire verso di te invisibile senza peso, dolce fiduciosa. Senti di nuovo il tuo sangue. Sale, sale è qualcosa di più: è la vita, mille volte mille volte perduta e mille volte benedetta, la vita perduta e riconquistata. Un’ora prima era un paesaggio brullo senza futuro. Ora è lì pulsante impetuosa vicina al misterioso momento in cui non avevamo creduto più. Eppure… eppure.

La cosa più terribile in un sequestro (è sempre un atto criminale, non politico) è che non sei mai veramente libero: perché il sequestro ti rimane dentro, ti occupa, ti avviluppa per sempre. Perché ti sei accorto di non poter vivere senza qualcuno e quel qualcuno è sparito nel momento in cui ti hanno stretto le manette o coperto il capo con un cappuccio, ti hanno portato via i vestiti, i documenti… quello che tu sei in fondo finisce di essere un pezzo di carta sgualcito con dentro una foto, inutili timbri, un passaporto… e non vale niente. Non è triste?

Quando sei di nuovo libero (che parola… la più misteriosa parola del mondo) invece senti quel malessere che dura, che pulsa, lo strano vuoto senso del poi. Allora dici in fondo è la prima notte è soltanto la seconda… la paura di quel che ho passato è ancora lì è naturale e il fascino di ciò che è familiare non c’è ancora… verrà… invece…. Puoi tornare alla vita di prima (ma il tempo perduto rubato evaporato chi te lo rende? Delcy Rodriguez?) puoi amare, odiare, realizzare le cose che sognavi avere successo… lui è lì, gli appartieni. Sarai per sempre «ma sì lui quello che è stato sequestrato… la prigioniera di… lo scomparso per… ». Il suo potere lo ritroverai nel modo in cui, anche dieci anni dopo! ti guardano, nelle domande affettuose gentili ma… È stata dura vero…. Come ti trattavano… perché ti hanno preso?

Dietro cui, inconsapevole in chi la pone ma egualmente crudele, occhieggia la più feroce delle compagne delle vittime, la compassione in cui c’è sempre una goccia di disapprovazione, di sospetto… e speri che il tuo racconto di avventuriero involontario santamente generi sbadigli. E che quello che hai patito in fondo non ha sfasciato il mondo.

Ve ne do testimonianza, mia, assoluta: dopo tredici anni sono solo quello riassunto nelle cinque righe su Wikipedia, quello che è stato cinque mesi prigioniero in Siria eccetera eccetera. Dovremmo rispondere, duramente: quello che ci ha salvato è stato accettare quello che ci è accaduto con l’abbandono che è l’unica arma della impotenza. Fuori dalla tua cella il cielo era sempre lo stesso incurante di ordini di arresto, proteste diplomatiche, tradimenti, disperazioni speranze. E quelle ore e quei giorni ti divoravano come lupi.

Già. Perché ti hanno preso? È lì il trucco terribile dei sequestratori dei carcerieri dei banditi. Loro lo sanno perché: denaro ricatti baratti pura manifestazione di potere. Tu no, non lo sai perché.

La prima domanda che ti sei posto quando la porta della prigione si è chiusa: che cosa ho fatto? E scavi nella tua innocenza, Alberto Trentin, operatore umanitario, uno che era lì solo per aiutare… all’inizio ti sembrava evidente: se hai adottato tutte le precauzioni, se sei stato prudente, se hai rispettato le regole anche quelle non scritte di quel Potere.

Inesorabilmente entra il dubbio: forse quando ho parlato quell’uomo che credevo fidato… il giorno che per lavoro sono andato lì in quella città che dicevano pericolosa… o quando ho inoltrato quel documento… perché non sono andato via prima quando potevo? Inizi a dubitare di te stesso, l’arbitrarietà crudele del regime o dei fanatici sfuma, il colpevole sei tu…. Bisognerebbe dimenticare. Ma si può? Il rimorso in certi casi è la cosa più inutile del mondo.

L’atteggiamento più onesto, umano che si può con chi ritorna è non chiedergli niente. È andata così. Nessuna spiegazione. Nel campo del dolore spiegazioni non ce ne sono. Ho parlato con molte vittime di regimi infami, egiziani, pachistani, tutte le sudicerie africane. Gente che meno di noi era abituata ad avere fortuna. Solo dopo ho capito perché mi confidavano il loro segreto. Quando per miracolo il Potere li lasciava liberi la prima cosa che ordinavano ai loro cari, piangenti, stupefatti, era: non parlate mai di quello che è accaduto, mai. Ed erano sequestrati spariti nelle latomie dei regimi per anni.

Poi ho capito: non era prudenza per evitare nuove rappresaglie di chi pretende sempre il silenzio sui propri misfatti. Era una disperata richiesta di aiuto, suggerire l’unico modo per aiutarli a far sì che da tutti gli angoli il vuoto iniziasse a strisciar loro incontro.