Un Paese spaccato in due nella fotografia di Agenas: in Veneto sette pazienti su dieci ricevono l’angioplastica salvavita in tempo. In Sardegna soltanto tre su dieci

(Linda Di Benedetto – lespresso.it) – Hanno tutti lo stesso infarto, ma non tutti hanno la stessa possibilità di sopravvivere. In Veneto, sette pazienti su dieci ricevono l’angioplastica salvavita in tempo. In Sardegna solo tre su dieci. La differenza non è clinica: è geografica. È quanto emerge dall’edizione 2025 del Programma nazionale esiti (Pne) di Agenas, che ha fotografato un Paese spaccato in due, dove l’accesso alle cure d’emergenza varia in modo drammatico da regione a regione.Secondo i dati del 2024, in Italia solo il 63 per cento dei pazienti colpiti da infarto Stemi riesce a ricevere un’angioplastica entro 90 minuti dall’arrivo in ospedale o nella struttura di riferimento. È un dato che supera di poco la soglia minima fissata dal Dm 70/2015, che indica nel 60 per cento il livello da garantire, ma che fotografa comunque un sistema che viaggia appena sopra lo standard di sicurezza.A preoccupare, però, sono soprattutto le forti disuguaglianze territoriali. In diverse aree del Paese – Friuli-Venezia Giulia, Marche, Abruzzo, Molise, Calabria, Campania, Basilicata, Puglia e Sardegna – la percentuale di pazienti trattati nei tempi corretti scende sotto il 40 per cento. Numeri che certificano il mancato funzionamento della rete dell’emergenza, che dovrebbe garantire le stesse possibilità di sopravvivenza indipendentemente dal luogo in cui si vive.
All’opposto, molte regioni hanno superato nel 2024 la soglia del 60 per cento e quelle che raggiungono e superano il 70 si concentrano prevalentemente nel Centro-Nord, confermando un divario ormai strutturale.Le ragioni di questa profonda disomogeneità sono molteplici. C’è innanzitutto la conformazione del territorio: nelle aree interne e insulari le distanze diventano un fattore decisivo e spesso fatale, allungando i tempi di accesso ai centri hub dotati di emodinamica attiva 24 ore su 24, sette giorni su sette.Ma la geografia da sola non basta a spiegare il divario. Il nodo centrale resta la debolezza del coordinamento operativo tra il 118, gli ospedali periferici spoke e i centri specializzati. Un sistema che sulla carta dovrebbe funzionare come una rete continua e integrata, ma che nella pratica procede per compartimenti stagni.Inoltre, a rendere il quadro ancora più critico contribuisce la cronica carenza di personale qualificato, che colpisce in particolare i servizi di emergenza e gli ospedali di provincia, indebolendo ulteriormente la capacità del sistema di rispondere in modo rapido ed efficace.Ma oltre ai limiti oggettivi, emerge una responsabilità politica diretta: la mancanza di investimenti strutturali nel rafforzamento delle reti di emergenza, diventata ancora più evidente durante il governo di centrodestra.Nel Lazio, ad esempio, pur avendo raggiunto nel 2024 il 65 per cento – in miglioramento rispetto al 60 per cento del 2023 – il sistema continua a mostrare criticità organizzative che rallentano i percorsi di cura, soprattutto per i pazienti provenienti dalle province.
A raccontarlo è un operatore dell’Ares 118 del Lazio, che preferisce restare anonimo. «L’elettrocardiogramma viene inviato alla nostra centrale operativa, dove sono presenti i medici che dovrebbero valutarlo e darci indicazioni. E qui nasce il problema: quando mi trovo a casa di una persona che sta avendo un infarto, una sindrome coronarica acuta, la situazione clinica può essere molto variabile. Il paziente può essere pallido, sudato, con un dolore fortissimo al petto, instabile dal punto di vista emodinamico. Sul territorio, però, l’equipaggio dell’ambulanza è composto solo da autista e infermiere, non c’è un medico a bordo. In caso di infarto, il protocollo della rete prevede che il paziente venga trasportato direttamente all’ospedale dotato di sala di emodinamica più vicino, saltando il pronto soccorso. L’autista si occupa della guida e della parte operativa del trasporto, l’infermiere monitora il paziente, può praticare il massaggio cardiaco se il cuore si ferma, applicare le piastre del defibrillatore, ripetere l’elettrocardiogramma durante il tragitto.
Ma il punto è questo: se la persona è instabile, se rischia l’arresto cardiaco da un momento all’altro, io infermiere non posso permettermi di affrontare da solo 30 o 40 minuti di viaggio fino all’ospedale con emodinamica. Non ho le competenze mediche per gestire certe complicanze, e le automediche sono poche e distanti. In quei casi, insieme all’autista, decidiamo di portare il paziente al presidio ospedaliero più vicino, anche se non ha l’emodinamica, perché almeno lì ci sarà un medico che potrà stabilizzarlo».L’operatore sottolinea poi un problema ancora più grave, quello della tecnologia che nel Lazio funzionerebbe a intermittenza: «La teletrasmissione dell’elettrocardiogramma dalla nostra ambulanza alla centrale operativa, dove i cardiologi potrebbero valutarlo in tempo reale e dirci subito dove portare il paziente, esiste ma non è mai stata implementata in modo stabile. E comunque, anche dove è attiva, ci sono zone dove il segnale non arriva. Posso tentare di inviare l’elettrocardiogramma quante volte voglio, ma se dalla centrale operativa non arriva nulla perché non c’è copertura di rete, l’unica soluzione è spostare l’ambulanza, magari allontanarsi dalla casa del paziente. Alcune volte sono saltate completamente le linee informatiche della centrale operativa del 118 e gli operatori hanno dovuto gestire le emergenze compilando a mano i moduli cartacei, quei modelli che sono superati da anni».Secondo la European society of cardiology, nei Paesi più avanzati circa il 73 per cento dei pazienti riceve l’angioplastica entro 90 minuti, 10 punti percentuali in più rispetto alla media italiana e addirittura 38 punti in più rispetto alla Sardegna.
Ma quali sono le conseguenze per il cuore? «Il tempo è muscolo – spiega Gaetano Chiricolo, responsabile dell’Utic del Policlinico di Tor Vergata, in prima linea da vent’anni – Questa definizione rende chiaro quanto sia determinante un trattamento precoce. Diventa quindi decisivo il primo contatto col paziente per indirizzarlo alla migliore cura possibile. Dopo il primo contatto, entro 10 minuti va definito il quadro elettrocardiografico e il paziente deve essere indirizzato all’angioplastica primaria. Questo trattamento può essere effettuato solo in centri con servizio attivo 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Il trattamento effettuato precocemente – nelle prime tre ore – assicura una completa ripresa della funzione cardiaca, ma più tempo passa e meno reversibile è il quadro. Dopo le quattro ore gli esiti sono sempre più invalidanti. I pazienti che giungono a Tor Vergata dal pronto soccorso hanno un trattamento quasi immediato. Siamo tra i centri che trattano più precocemente lo Stemi, entro la prima ora. Ma avendo uno dei più grandi bacini di utenza, spesso ci confrontiamo con gravi ritardi nei trasferimenti dal territorio. Parlo di 5-6 ore dalla diagnosi, a volte anche di più, senza che sia stata nemmeno fatta la trombolisi. Significa non aver potuto fare quasi nulla per modificare la storia naturale della malattia».Il problema, sottolinea il cardiologo, è chiaro: «Una volta fatta la diagnosi elettrocardiografica, il paziente deve essere indirizzato direttamente in un centro capace di offrire angioplastica primaria. La consuetudine di portarlo all’ospedale più vicino crea solo danno. La rete deve essere un sistema di efficienza, non una trappola».Le reti tempo-dipendenti per l’infarto oggi dimostrano che, in Italia, la differenza tra la vita e la morte può dipendere dal chilometro in cui si cade a terra. Una realtà che disegna una vera e propria mappa dell’ingiustizia sanitaria, dove ammalarsi nel posto sbagliato rischia di trasformarsi in una condanna.