(Alessio Mannino – lafionda.org) – Può piacere un regime teocratico come l’Iran khomeinista, a un europeo? No, esattamente come, per fare un esempio non casuale, non può piacergli l’Afghanistan talebano. Può presumere per questo che gli iraniani vogliano sostituire il sistema clericale con chi è gradito a noi occidentali (magari con quella nullità ambulante che è l’erede dell’ultimo Shah, rovesciato a furor di popolo nel 1978)? Nemmeno, poiché proprio la batosta inferta all’Occidente dai talebani avrebbe dovuto insegnare di smetterla una buona volta di pensare che il mondo intero sia moralmente obbligato a farsi governare da chi diciamo noi.

È la democrazia di tipo occidentale il migliore dei sistemi possibili? Neanche per sogno, perché un popolo ha una storia passata ed esigenze presenti che lo portano, o almeno dovrebbero portare, ad adottare metodi di governo suoi, o comunque non necessariamente tarati sul nostro modello. È da considerare autentica la rivolta divampata in Iran in questi giorni? Sì, perché alla base della protesta ci sono solide ragioni di ordine economico (la recessione causata dal crollo del prezzo del petrolio combinata ai tagli e sacrifici decisi dal governo, in un Paese strangolato dalle sanzioni), sociale (l’inflazione record ha fatto sollevare anche commercianti e artigiani dei bazar, i bazarj, tradizionale base di consenso della “rivoluzione” su cui montano la guardia i pasdaran, gestori clientelari di idrocarburi, grande industria e finanza, fonti di sostegno per l’altro pilastro del regime: gli abitati delle aree rurali) ed etnico (gli scontri più sanguinosi stanno avvenendo nelle regioni dove sono presenti le minoranze, soprattutto curda, ma anche baluci, azera e araba, che chiedono autonomia). Ma in misura significativa no, perché è più che plausibile che l’escalation di violenza sia avvenuta non soltanto per la mano pesante delle autorità, ma anche perché sobillata da agenti provocatori di Israele, sponsor di un ritorno della monarchia. Il Mossad, del resto, è notoriamente attivissimo in territorio iraniano.

Chi sfilava per la causa palestinese deve farlo anche oggi per solidarietà con i manifestanti accoppati o tratti in arresto a Teheran e nelle città insorte? No, perché il genocidio dei palestinesi attuato negli ultimi due anni da Israele è figlio di una colonizzazione e un apartheid vecchi di ottant’anni in sfregio dei più elementari princìpi di giustizia e autodeterminazione. Mentre i rivoltosi iraniani, fatta la tara alle infiltrazioni dei servizi israelo-americani, si possono mettere sullo stesso piano di ogni uomo o donna che sul pianeta si ribelli a Stati che non ammettono l’insurrezione come espressione della volontà popolare. E cioè tutti, nessuno escluso. Compreso il nostro. O ci è forse sfuggito qualche Stato talmente democratico da fare spontaneo atto di resa e lasciarsi rovesciare, anziché sedare le sommosse?

Si deve quindi tifare per la repressione in corso? No, perché nelle folle in piazza c’è della gente – in gran parte giovane, dato che la popolazione persiana è mediamente molto giovane – che vuole anzitutto vivere più decentemente e che merita rispetto. Ma il fatto che non abbiano una rappresentanza politica, ovvero uno o più leader in cui riconoscersi, dimostra che si tratta di rabbia tanto più strumentalizzabile dai nemici esterni quanto più di pancia. Ed essendo noi Occidente il nemico esterno (particolarmente autolesionista, almeno per ciò che riguarda italiani ed europei, aggiogati ai pretestuosi diktat americani contro il nucleare di una nazione accerchiata con cui avevamo relazioni proficue e consolidate), chi qua pensa di fare l’ami de peuple, il sanculotto con il culo altruitifando per la caduta degli ayatollah, mostra di essere geopoliticamente un imbecille. Il punto è abbandonare la mentalità da tifoso. O meglio: se proprio non ce la si fa a non tifare, si tifi pure. Ma non ci si arroghi il compito di giudicare dal divano cosa devono volere gli iraniani per l’Iran.

In tutti i casi, l’interventismo “democratico” ha già fatto troppi danni e troppi morti (a tal proposito chiedere lumi, oltre agli afghani, a serbi, irakeni, siriani e libici). Fra l’altro, non ci pare di avvistare all’orizzonte nessun volontario di immaginifiche “brigate internazionali” per la liberazione dell’Iran. Agli internazionalisti della domenica, d’altronde, basta la strategia terroristica fatta di droni, bombardamenti e omicidi mirati della premiata coppia Trump-Netanyahu. Ogni sporco lavoro è buono, se compiuto in nome della “democrazia”. E quanto agli iraniani che manifestano in una legittima, anche se sionisticamente inquinata eruzione di insofferenza popolare, beh, se fossero italiani e facessero lo stesso in Italia, verrebbero liquidati dai benpensanti di destra e sinistra come puzzoni facinorosi, fascisti o comunisti a seconda dei punti di vista. “Democratici” de’ noantri: massa di ipocriti.