(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Se il Cafone in Capo non avesse rapito e deposto Maduro, a quest’ora Alberto Trentini e gli altri prigionieri starebbero ancora marcendo nelle carceri venezuelane, scrive un lettore smanioso di ricordarci come la vita segua sentieri insondabili e anche la cattiveria possa produrre positivi effetti collaterali

Senza dubbio Trump è un acceleratore di situazioni, l’interprete perfetto di questo nostro tempo consacrato al mito della velocità. Lui prima disfa e poi fa, prima maltratta e poi tratta. E, inseguendo senza scrupoli il suo interesse personale, talvolta finisce per fare, di rimbalzo, anche quello di persone di cui non gli importa assolutamente nulla.

Il suo blitz armato in Venezuela ha cambiato in meglio il destino di Trentini più di tanti appelli accorati e iniziative diplomatiche, al punto che qualcuno ne ha ricavato la conferma di quella linea di pensiero cinica e aggressiva, oggi particolarmente in voga, che esalta l’azione rispetto al dialogo e la spregiudicatezza rispetto alle lente fatiche del compromesso. Ma la gratitudine che dobbiamo a quest’uomo per la liberazione del nostro connazionale non può farci dimenticare tutto il resto: il disprezzo delle regole, dei deboli, degli avversari e persino degli alleati

Il fenomeno Trump va considerato alla stregua di un cataclisma. Un uragano che devasta l’ambiente, scoperchiando ogni cosa al suo passaggio: fogne e tesori. Anche se alla fine, di solito, gli uragani lasciano soprattutto macerie