
(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Se il Cafone in Capo non avesse rapito e deposto Maduro, a quest’ora Alberto Trentini e gli altri prigionieri starebbero ancora marcendo nelle carceri venezuelane, scrive un lettore smanioso di ricordarci come la vita segua sentieri insondabili e anche la cattiveria possa produrre positivi effetti collaterali.
Senza dubbio Trump è un acceleratore di situazioni, l’interprete perfetto di questo nostro tempo consacrato al mito della velocità. Lui prima disfa e poi fa, prima maltratta e poi tratta. E, inseguendo senza scrupoli il suo interesse personale, talvolta finisce per fare, di rimbalzo, anche quello di persone di cui non gli importa assolutamente nulla.
Il suo blitz armato in Venezuela ha cambiato in meglio il destino di Trentini più di tanti appelli accorati e iniziative diplomatiche, al punto che qualcuno ne ha ricavato la conferma di quella linea di pensiero cinica e aggressiva, oggi particolarmente in voga, che esalta l’azione rispetto al dialogo e la spregiudicatezza rispetto alle lente fatiche del compromesso. Ma la gratitudine che dobbiamo a quest’uomo per la liberazione del nostro connazionale non può farci dimenticare tutto il resto: il disprezzo delle regole, dei deboli, degli avversari e persino degli alleati.
Il fenomeno Trump va considerato alla stregua di un cataclisma. Un uragano che devasta l’ambiente, scoperchiando ogni cosa al suo passaggio: fogne e tesori. Anche se alla fine, di solito, gli uragani lasciano soprattutto macerie.
Fulgencio e gli altri: 2 mila italiani in galera in giro per il mondo
I connazionali, dalla Guinea ad Alcatraz
(di Alessia Grossi e Alessandro Mantovani – ilfattoquotidiano.it) – A fari spenti la Farnesina lavora per riportare nel nostro Paese Fulgencio Obiang Esono, ingegnere 54enne nato in Guinea Equatoriale, arrivato nel 1988 a Pisa dove si è laureato e ha preso la cittadinanza italiana e arrestato nel 2018 in Togo. Le autorità della vicina Guinea Equatoriale, piccola ex colonia spagnola di 1,2 milioni di abitanti nell’Africa centrale, lo hanno processato con molti altri e condannato a ben 60 anni di carcere con l’accusa di aver preso parte a un tentativo di colpo di Stato contro il presidente Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, al potere dal 1979. I computati spagnoli sono già stati rilasciati. La Guinea Equatoriale non ha firmato la Convenzione di Strasburgo del 1983 sul trasferimento dei detenuti, la mediazione non è semplice, ma il ministero degli Esteri ci sta lavorando.
Lo conferma Francesca Carnicelli, avvocata dell’associazione Prigionieri del silenzio che si occupa dei detenuti italiani all’estero: “Dopo anni difficili, Fulgencio ha potuto parlare con i familiari che sono in Italia”. E lo conferma anche l’avvocata Corrada Giammarinaro di Pisa, legale dell’associazione Unità migranti fondata proprio da Fulgencio. Del caso si occupa anche Amnesty international Italia, guidata da Riccardo Noury: “È il più grave tra quelli dei nostri connazionali”, dice Noury. “A Pisa ogni anno si parla di Fulgencio il 30 novembre, alla Festa della Toscana che ricorda l’abolizione della pena di morte nel Granducato, primo Stato al mondo, nel 1786”, racconta l’assessore Riccardo Buscemi.
Ci sono poco più di duemila italiani detenuti all’estero, erano 2.182 secondo l’ultimo Annuario dal ministero degli Esteri, che si ferma però al 31 dicembre 2024. Di questi, 1.650 erano in carcere nell’Unione europea, altri 244 in Paesi europei extra Ue, 37 negli Stati uniti su un totale di 166 nel continente americano, 23 fra Maghreb e Medio Oriente, 22 nell’Africa Sub-Sahariana, 77 fra Asia e Oceania di cui 51 in Australia. “Prima del Covid erano di più, anche tremila – racconta l’avvocata Carnicelli – Molte famiglie non vogliono che se ne parli. La maggior parte sono nell’Ue, dove un accordo del 2008 riproduce la Convenzione di Strasburgo: le procedure di trasferimento sono veloci, anche 4-5 mesi”.
Altrove è più complicato, Usa compresi. Non hanno ancora rimandato a casa nemmeno il 45enne di Taormina Gaetano Cateno Mirabella Costa e il 64enne italoargentino Fernando Eduardo Artese, accusati di violazione delle leggi sull’immigrazione e rinchiusi nel carcere Alligator Alcatraz in Florida. Gabbioni da 30 persone, bagni a cielo aperto, catene ai piedi. E ci sono voluti tre anni e 150 mila euro di cauzione per Maurizio Cocco, accusato prima di riciclaggio e narcotraffico, poi di frode fiscale, mai condannato e però arrestato nel giugno 2022 in Costa d’Avorio e liberato nel luglio scorso. È di Fiuggi, dove risiede il ministro Antonio Tajani. “L’ho ringraziato – dice la signora Assunta, moglie di Cocco – ma si sono dati da fare solo alla fine”.
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