
(Flavia Perina – lastampa.it) – Il processo del Nord a Matteo Salvini è iniziato da un pezzo ma aspettiamoci che adesso, ai blocchi di partenza di una campagna elettorale decisiva, si faccia più esplicito, quotidiano, insistente. Negli ultimi tre anni il Capitano si è perso per strada tutti gli atout che inorgoglivano il suo vecchio mondo di riferimento: efficienza, connessioni europee, rilevanza nelle sedi di governo. Lo ha fatto un po’ per inseguire il consenso, un po’ per incapacità di ripensarsi, ma comunque non sembra intenzionato a tornare indietro o a trovare soluzioni creative per recuperare i tratti identitari che hanno fatto le fortune della Lega.
L’idea del Carroccio come “partito del fare”, innanzitutto. Era quel mood pragmatico, risolutore di problemi, che aveva reso il leghismo credibile interlocutore delle aree più produttive del Paese. È affondato insieme al crash del progetto per il ponte sullo Stretto, all’impantanamento dei cantieri per cui si invoca un super-commissario, al disastro sistematico dei treni. Non è cosa da poco. Il dinamismo operativo ha cementato per decenni l’idea di sé del Nord: più europea che italiana, più in sintonia con la Baviera o la Vallonia che con la Calabria o la Campania. Richiede impegno all’altezza, duro lavoro, cose che si vedono assai poco nel quotidiano del Capitano.
Ma anche quel tipo di sentimento generale, quel “sentirsi Europa” delle regioni di confine, è stato tradito dal populismo sovranista che Salvini ha scelto come cifra. Il Nord lo ha perdonato finché voti e sondaggi sorridevano e consentivano di dire: è solo grancassa, serve a prendersi Palazzo Chigi. Oggi che quell’ambizione è seppellita dai fatti e tutt’al più Salvini può aspirare al Viminale, l’imprenditore veneto o lombardo medio si chiede: ma come saremmo finiti se avesse comandato lui, uno che per compiacere Donald Trump ha definito i dazi un’opportunità e preferisce Viktor Orban ai nostri storici alleati e soci in affari?
E poi, il vero nervo scoperto del Nord: la scarsa capacità del leader leghista di incidere nei processi di governo. Se Umberto Bossi, benché minoritario, benché provocatorio, benché altamente rivendicativo, sedeva con Silvio Berlusconi davanti al caminetto di Arcore ogni settimana, Salvini non è riuscito a innescare un analogo rapporto con Giorgia Meloni. Anzi, il suo istinto competitivo lo ha reso una sorta di opposizione interna alla premier, che cerca luce contestandone in ogni sede le scelte.
In Europa sull’immigrazione, sul patto di stabilità, sul sostegno a Ursula von der Leyen. In Italia sugli aiuti all’Ucraina, sulla difesa, sugli accordi commerciali del Mercosur, sul Sud del mondo, e persino sul pacchetto d’ordine pubblico, con uno stucchevole braccio di ferro per assicurarsi il titolo del pugno di ferro più duro del reame.
Le contestazioni del Nord a Matteo Salvini sono alquanto quiete, ovattate, costruite con educate prese di distanza, ma hanno radici profonde e avranno effetti perché il Nord non è una categoria di pensiero o un vago segmento sociologico.
È una realtà produttiva, con interessi concretissimi, che in questa legislatura si ritiene mortificata e vuole avere più voce e rappresentanza nella prossima: lavorerà per ottenerle, con Salvini o a prescindere da lui.
Nell’articolo stranamente veritiero della Flavia Perina – lastampa.it si evidenziano le manchevolezze strategiche del cazzaro verde ma con un sospetto rammarico. Spiacente, il Papeete è stato il Rubicone del capitone verde.
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dall’agosto 2019, l’anno del papeete, sono passati quasi 7 anni. Non capisco come abbia fatto “il nord, una realtà produttiva e con interessi concretissimi” a tenersi colui che ha sperperato il 34% delle europee precedenti e ridotto il suo partito alla lotta per il 9%
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